Il popolo dell’abisso – Jack London #London #Mondadori #statosociale

Sono nauseato di quest’umana voragine infernale che ha nome East End.

Curatore: M. Maffi
Editore: Mondadori

Ne Il popolo dell’abisso del 1902 Jack London racconta in forma di diario giornalistico la sua esperienza di vita nei bassifondi del famigerato East End di Londra, ottantaquattro giorni vissuti sotto le mentite spoglie di poveraccio disoccupato in mezzo ai rifiuti umani di quello che era allora il più importante impero del mondo civilizzato.

London è un giovane scrittore promettente, all’inizio della sua carriera, ha un editore e un contratto, vari progetti di scrittura, una relativa tranquillità economica. E’ caratterialmente un irrequieto, politicamente schierato a sinistra, e considera un tipo di racconto giornalistico quasi del tutto nuovo per l’epoca: raccontare le cose mentre accadono, dal di dentro, oggi diremmo “sul campo”. Accarezza da tempo l’idea di scrivere un libro che visiti la degradazione economica di cui gli hanno parlato i colleghi socialisti britannici, e decide di farlo abolendo ogni separazione fra sè e l’oggetto delle proprie indagini giornalistiche, con sgomento dei suoi amici londinesi che gli sconsigliano vivamente di percorrere l’East End senza debita scorta armata.

London li ignora, e non solo lo percorre, l’East End, ma ci va a vivere: si trova un alloggio appena decente ai margini del quartiere più malfamato di Londra, che gli servirà da base per tornare a raccogliere gli appunti, farsi un bagno e un pasto decenti ogni tanto; poi compra dei cenci usati da un rigattiere, e si butta nell’East End, un groviglio di vicoli putrescenti dove appena quindici anni prima si aggirava Jack lo Squartatore. Per settimane condivide la vita di vagabondi, poveracci, operai dei laboratori dell’industria dell’abbigliamento, portuali disperati in attesa di ingaggio, anziani ex soldati, poveri senza tetto che hanno una sola prospettiva di futuro: il giorno – non troppo lontano – in cui non avranno più le forze per trascinarsi in cerca di cibo e lavoro in giro per il quartiere, il fiume li attende con un’impietosa morte per suicidio, perchè nessuno di loro, in nessun caso, accetterà di finire all’ospizio dei poveri (la cui dickensiana memoria non si è persa). Una realtà quotidiana straziante, allucinante, di disperazione nera, anche e soprattutto perchè dominata dall’arrendevolezza con cui questi miserabili accettano un destino fatto di nulla, e resa ancor più dolorosa dalla testimonianza di quanto questa povera gente volesse solo un’esistenza dignitosa garantita da un lavoro onesto.

“In una civiltà prettamente materialistica, basata sulla proprietà e non sull’uomo, è inevitabile che si esalti la proprietà rispetto all’uomo e che i crimini contro di essa siano considerati molto più gravi di quelli contro la persona.”

E’ allo stesso tempo sconvolgente e deprimente che un libro scritto centodiciassette anni fa sia ancora così socialmente importante oggi, se non attuale; ricorrono temi dolorosamente familiari come l’incapacità degli enti filantropici e assistenziali a far fronte all’emergenza se non sono aiutati da governi con efficaci politiche sociali,  l’ingiusta, incredibile disparità di ricchezze fra i membri parte di una esclusiva elite sociale e il resto della popolazione, l’impunibilità dei datori di lavoro che per la logica della massimizzazione dei profitti comprimono verso il basso i salari e usano il loro potere per influenzare la politica a loro vantaggio e non per aiutare i più deboli.

La nascente sociologia britannica dalla metà dell’Ottocento cominciava a prendere coscienza e a interessarsi alle sorti dell’altra “classe”,  a realizzare – anche con una certa inquietudine – che l’Impero era costituito a tutti gli effetti da due nazioni di stessi cittadini britannici, ed era stata intrapresa una serie di iniziative di carità per venire in soccorso ai più sfortunati. La vera riforma sociale era però ancora molto lontana, e d’altronde nessuna coscienza di classe o ribellione animava ancora i più poveri, solo un adattamento passivo alla malasorte.
Come London fa tristemente notare, questa sua immersione nella miseria ai margini di uno Stato ricchissimo avviene in un periodo florido per l’economia inglese, non in una situazione particolare di crisi, dunque, solo un’allucinante normalità fatta di fame, alcolismo, disperazione.

E’ un libro che avrebbe potuto prendere diverse strade, più didascalico, o estremista, o sensazionalista, o anche distaccato in quanto mero reportage: ma London scrive così bene e con così tanta empatia che non si può non provare una condivisione emozionale per i suoi sfortunati compagni di viaggio, e provare paura e pena per loro, e domandarsi che fine abbiano fatto (anche se dentro di noi lo sappiamo benissimo, che fine avranno fatto, stritolati impietosamente e dolorosamente dal sistema) e augurarsi di poterli aiutare in qualche modo, anche a così tanti anni di distanza dalle loro storie. E’ impossibile rimanere indifferenti davanti a tanta sofferenza, narrata con così tanta passione e calore umano; London stesso non rimane mai distaccato, più di una volta offre quel che può ai suoi compagni di sventura, in genere un pasto caldo, non avendo molte altre risorse disponibili. Anni dopo confesserà: “Di tutti i miei libri, quello che amo di più è Il popolo dell’abisso. Nessun altro mio lavoro contiene tanto del mio cuore e delle mie lacrime giovanili quanto quello studio della degradazione economica dei poveri.”

E’ un libro che ha provato molto anche me, letto a fasi alterne perchè troppo dolorosa tutta quella disperazione da sopportare tutta insieme; e anche per prendermi il tempo di riflettere sullo sdegno con cui London mette sotto accusa una società florida e fiorente “in cui il 90 per cento dei reali produttori di ricchezza non possiede una casa da chiamare propria e a cui fare ritorno per godersela alla fine di una settimana di lavoro (…) e invece vive sulla scommessa settimanale di un magro salario, e per la maggior parte abita tuguri che nessuno giudicherebbe adatti al proprio cavallo. E al di sotto di questo che è lo stato normale di vita dell’operaio medio esiste la massa degli emarginati, dei poveri più poveri, almeno un decimo dell’intera popolazione proletaria, la cui condizione normale è di uno squallore indicibile e rivoltante.”

Nel suo viaggio nell’abisso (non a caso il primo capitolo si intitola La discesa) London usa la sua bravura di narratore per dipingere vivide immagini degli individui che incontra lungo il suo cammino, raccontando le loro storie con pochi tatti precisi e profondi, al tempo stesso offrendo riflessioni analitiche, ma non scevre di emozione, sulla condizione politica ed economica che li ha costretti in questa situazione disperata, vero apripista del genere del giornalismo narrativo. Incanta la sua voce, che si alza per parlare, anche a distanza di un secolo, per tutti quei miserabili esseri umani spazzati via dall’indifferenza dei contemporanei, che non hanno voluto loro concedere neppure la testimonianza di un lamento.

“Ogni povero logoro e malconcio, ogni cieco, ogni ragazzino in carcere, ogni uomo, donna e bambino che patiscono i morsi della fame, soffrono perché chi comanda si è appropriato dei fondi. Nessun esponente di questa classe dirigente può proclamarsi innocente di fronte al tribunale umano… Il cibo che questa classe dirigente gusta, il vino che beve, gli spettacoli che allestisce, i raffinati abiti che indossa sono messi sotto accusa da otto milioni di bocche che non hanno mai abbastanza da mangiare e da sedici milioni di corpi che non sono mai stati vestiti a sufficienza e alloggiati in modo decente”.

Un reportage umano, economico e civile, arricchito da meravigliose fotografie dello stesso London, un libro che apre uno squarcio su un passato represso; e le cui riflessioni permettono di gettare uno sguardo non troppo immaginario anche sul nostro presente, e ahimè, futuro.

«Aveva fatto il ladruncolo, aveva mendicato per strada e sul fronte del porto, poi si era fatto un paio di viaggi in mare come sguattero e un altro paio come spalatore di carbone, e infine aveva raggiunto la vetta, diventando un fuochista a tutti gli effetti». Ma è una carriera, la sua, che non porta né alla ricchezza né all’emancipa-zione; e i quattro soldi guadagnati gli valgono a perseguire con pervicacia la strada indicata dalla sua filosofia della vita: «una filosofia oscena, ributtante, ma pur sempre una filosofia non priva di logica e di saggezza, almeno dal suo punto di vista. Gli domandai quale fosse il suo obiettivo nella vita, e lui, senza esitazione, mi rispose “ubriacarmi”».

Lorenza Inquisition

La pietra di luna – Wilkie Collins #wilkiecollins

L’assalto di Seringapatam (1799)

Indirizzo queste righe – scritte in India – ai miei parenti in Inghilterra. Il mio scopo è spiegare il motivo che mi ha spinto a rifiutare la mano amichevole che mio cugino, John Herncastle, mi ha teso. Il riserbo che ho mantenuto finora riguardo alla questione è stato frainteso dai membri della mia famiglia, alla cui buona opinione non posso permettermi di rinunciare. Chiedo loro di sospendere il giudizio finché non abbiano letto il mio racconto. E dichiaro, sulla mia parola d’onore, che quanto sto per scrivere ora è, rigorosamente e letteralmente, la verità.

Se posso, farei una cosa un po’ sui generis. Sono stato un filo combattuto: scrivo un commento a un post altrui o ne creo uno nuovo, tutto mio? Sì, perché a proposito de “LA PIETRA DI LUNA” di Wilkie Collins, Elena Fatichi ha già detto cose interessanti, da queste parti, soltanto un paio di settimane fa.
Ma adesso ho deciso: faccio un post mio. Solo che andrò via rapido su alcuni aspetti della lettura e indugerò di più su altri.
Dirò velocemente che avevo il libro “in attesa” da tre anni o giù di lì e che mi son deciso a leggerlo, finalmente, dopo il post di Elena. E dirò che partivo con notevoli aspettative. “Probabilmente il miglior romanzo poliziesco mai scritto” dice la copertina della mia edizione. Suvvia, non sono un pivello: mica mi fido di ‘sti proclami, dai! Però ne avevo sempre sentito parlare un gran bene, di questo autore.
E allora cominciamo sul serio. Il romanzo vale, certo che vale. E, a mio avviso, vale più come esperienza che come lettura estemporanea. Nel senso che è una di quelle opere che ci ricorda che scrivere e leggere, nell’Ottocento, era altro da oggi. Ci si dava respiro, tempo e spazio; non si risparmiava né sulle parole né sulle pagine; se qualcosa lo si poteva dire con lunghe circonvoluzioni non si aveva paura di farlo. Anzi, tanto meglio! Si raccontava con calma, con dovizia di particolari, a puntate attese con pazienza. E con altrettanta pacatezza si leggeva.
E venivano fuori romanzi così.
A mio parere, il fatto “giallo” in questo caso diventa quasi secondario. Non è secondario, sia chiaro, lo diventa sulla distanza, perché a rubargli la scena sono lo stile e il tono, perfettamente ottocenteschi. La narrazione è fluviale, le descrizioni sono meticolose, il barocchismo è a volte predominante, ma diluito in un ammiccamento continuo al lettore, figlio di un senso dell’umorismo albionico anche un filo sopra le righe. Epoca e costume occupano il palco, da un lato blindando la tradizione e dall’altro smascherandola. E si procede.
Chiunque abbia un minimo di confidenza con la letteratura poliziesca sa, deve sapere, quanto sia ridicola quella scritta sulla copertina. Ma chiunque abbia un minimo di confidenza con la letteratura del diciannovesimo secolo, si accorgerà già dopo pochi capitoli di trovarsi di fronte a un degnissimo rappresentante.
Mi fermo.
Altre due righe e pure questo post, per lunghezza e fronzoli, finirebbe di diritto nella categoria…

Iuri Toffanin

DESCRIZIONE

La pietra di Luna (titolo originale: The Moonstone), conosciuto in Italia anche con il titolo Il diamante indiano, è un romanzo di Wilkie Collins che uscì in Inghilterra nel 1868 a puntate sul periodico di Londra, All the Year Round, il cui direttore era Charles Dickens.

Viene considerato un testo precursore nella letteratura dei romanzi gialli, T.S. Eliot lo definì: “Il primo, il più lungo e il più bello dei romanzi polizieschi inglesi”; nel 1987 il critico e scrittore H.R.F. Keating ha inserito The Moonstone nella lista dei 100 migliori gialli letterari.

Nell’estate del 1848 Rachel Verinder riceve in eredità, nel giorno del suo diciottesimo compleanno, un prezioso diamante di origine indiana, forse il più grande al mondo: la Pietra di Luna. Ma la notte della festa, mentre la casa di campagna dei Verinder è piena di ospiti, il diamante misteriosamente scompare. Chi si è impadronito della Pietra di Luna? Forse Franklin Blake, il giovane cugino apparentemente innamorato di Rachel, oppure Rosanna Spearman, la cameriera con un passato oscuro? O i responsabili del furto sono forse i tre misteriosi viaggiatori indiani che qualcuno ha visto aggirarsi intorno alla casa? Un indizio dopo l’altro, gli oscuri segreti che ciascun personaggio nasconde vengono alla luce, fino a chiudere il cerchio intorno all’insospettabile colpevole.