Oggetto amoroso non identificato – Jonathan Lethem #jonathanlethem #oggettoamoroso

Editore: Tropea Collana: I mirti

“Sapevo che avrei dovuto sentire la storia alitarmi sul collo mentre sprofondavo nelle viscere dell’edificio…”

In un campus universitario, un premio nobel per la fisica e i suoi assistenti testano un nuovo esperimento, qualcosa di mai tentato prima che potrebbe aprire nuove frontiere della scienza. Qualcosa, però, non va come dovrebbe, un’anomalia, un risultato bizzarro, e tutto cambia, quello che doveva essere non è. È qualcosa di diverso e forse, anche più clamoroso di ciò che si aspettavano. E un giovane professore, di un reparto umanistico, scopre che la sua donna ama più il suo lavoro di lui. Letteralmente: lei è una fisica, e si è innamorata di quella specie di vuoto generato per sbaglio in laboratorio.

È in questo contesto di super menti che Lethem ambienta il suo terzo romanzo: un uomo, la sua donna e una serie di personaggi secondari costruiscono la trama di una storia che si focalizza sui sentimenti ossessivi e su elucubrazioni fisiche-sociologiche.

“Ero in orbita intorno ad Alice, una particella effervescente che ruotava intorno a lei.”

E’ un buon romanzo, piacevole, una storia d’amore molto tenera, fino a quando sonda le questioni sentimentali che si formano all’interno della storia. La genialità di Lethem non è certo una novità, ma forse qui non è in piena espressione. C’è qualche picco, ma la cronaca del lento abbandono è sciapa, la satira dell’ambiente universitario è pacifica, e il tutto è accompagnato da riflessioni più cervellotiche che penetranti.

Uscendo poi dal contesto dei rapporti tra esseri umani la storia diventa farraginosa, e non si ha un’idea chiara di dove voglia andare a parare.

” La coscienza crea la realtà. Solo quando c’è una mente che considera un mondo esiste un mondo.”

Il finale in tema fantascienza rivitalizza un po’ il tutto, chiudendo con un colpo di scena inaspettato.

“Non sono sicuro di esistere davvero se non sono sotto la tua osservazione”

Daniele Bartolucci

Follie di Brooklyn, Paul Auster

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Non avevo mai letto niente di Paul Auster, e adesso naturalmente sono qua a domandarmi Ma perchè cacchio non ho mai letto niente di Paul Auster, prima???

in realtà un po’ lo so, il perchè: Auster ha una certa fama di scrittore intellettuale dallo stile superbo che scrive storie amare, dure, con vena surreale. Storie difficili, a volte disperate, e per un motivo o per l’altro nel corso degli anni questa premessa mi ha sempre tenuto lontano. Comunque per ogni scrittore (e cantante) arriva poi il momento giusto, basta avere tempo e pazienza di aspettare: quindi ho cominciato la mia avventura con Paul Auster alla venerabile età di 45 anni, con The Brooklyn Follies, in italiano Follie di Brooklyn, Einaudi, e ne sono felicissima.

E’ il libro ideale con cui cominciare perchè, mi dicono, è il più ottimista e commovente. Tutte le recensioni contengono parole come consolatorio, incoraggiante, che fa bene al cuore. E in effetti mi ci ritrovo, è un libro bello, uno di quelli che finisci e vorresti poter riaprire in una nuova pagina per vedere altro di questo suo mondo e viverci un altro po’, e poi chiuderlo e riaprire un’altra pagina, e poi ancora.

Ha dei protagonisti molto accattivanti, alcuni strani, altri antipatici o deboli o pazzi, ma nessuno davvero odioso: sono umani, deboli, imperfetti, e cercano di essere felici. E anche se sbagliano cercano di rimediare, che insomma è un po’ il massimo che si possa chiedere a un essere umano.

E’ ambientato per la maggior parte a Brooklyn, come dice il titolo. Il protagonista principale è un pensionato, Nathan, divorziato, con un cancro in remissione. Decide di trovare un posto in cui ritirarsi a morire, e sceglie Brooklyn, con l’intenzione di scrivere un romanzo di aneddoti sulla sua vita di venditore di assicurazioni, e poi morire in pace. Ma la vita si sa, è quella cosa che ti accade mentre programmi altro, e quindi tempo qualche settimana Nathan ricomincerà a vivere, trovando amici, uno scopo, una famiglia.

E’ un libro scritto magnificamente, dove sì qualche volta emerge il temuto Auster intellettuale, ma in dialoghi sempre interessanti e godibili: che parli di cristianesimo o letteratura americana, di Bush o di arte moderna, non sono mai discorsi snob lasciati cadere dall’alto. Sono persone comuni che parlano, magari molto colte, che ti raccontano aneddoti e storie senza lasciarti sensi di inferiorità.

E’ un bel libro per tante cose, le storie, i personaggi, i dialoghi; e poi perchè ha un messaggio che rincuora: per tutti, disperati di ogni età sesso e religione, c’è speranza, sempre. Anche chi muore può avere un ruolo nella felicità altrui, anche chi è malato ha una sua ragione di essere e andare avanti.

Leggetelo.

Se non siete ancora convinti, fatevi convincere da questa bellissima recensione di Carlo, che mi ha fatto buttare sul libro senza ulteriori indugi:

https://cinquantalibri.wordpress.com/2014/11/27/paul-auster-follie-di-brooklyn/