Shantaram – Gregory David Roberts #shantaram #gregorydavidroberts #recensione

Qeusta è una recensione vecchia che ho dovuto ricicciare per farla leggere a due amiche che parlavano bene di Shantaram. Sciagurate! Intanto che la ricicciavo si è cancellato il vecchio post, e quindi la ripubblico, infatti era bellissima 😛

Ci sono libri che riscuotono oceani di consensi, lettori che si strappano le vesti e gridano al miracolo, scrittori gggiovani e alessie marcuzzie che fanno a gara per parlare del fortunato autore. Sono quei libri che o li ami o li detesti, non c’è via di mezzo. Nel mio posto dell’anima (de li mejo) andiamo a indovinare dove mi si piazza il gregory david roberts con la sua opra. Shantaram è un malloppone di 1000 pagine circa, un uber mega best seller del 2003 che è piaciuto a tutti, di cui si sono contesi a schiaffoni i diritti Johnny Depp e Russell Crowe, che narra le avventure di un galeotto, condannato per una serie di rapine a mano armata e narcotraffico, che evade dalla prigione australiana in cui è detenuto, e arriva a Bombay nei primi anni ’80. Qui si immerge nella malavita locale, apre una specie di clinica gratuita negli slums per i poveracci pur non essendo un dottore nè avendo mai studiato medicina (vabbè dai che ci vorrà mai), diventa il figlioccio bello di un signore mafioso, e generalmente con la sua stupendezza e intelligenza passa di avventura in avventura per 10 anni (il protagonista, avrete intuito, è di rara antipatia, narra in prima persona, è superconvinto e se la tirella). L’autore ha fatto la sua fortuna spacciando il malloppone come il romanzo della sua vita, anche se varie persone coinvolte hanno più volte dichiarato che metà delle cose raccontate non sono accadute, o sono successe ad altri, o non è proprio andata così e comunque chissenefrega. Ora, tutto questo a me importa relativamente. Leggo perchè mi piace, e se la storia è avvincente e scritta bene, non mi interessa se l’autore è un minchionazzo o si ddddhroga o arriva sempre in ritardo agli appuntamenti o vota trump. A me interessano due cose: prima di tutto, se scrivi un libro di 1.000 pagine, e non sei Stephen King o Victor Hugo o Tolstoj, la storia deve scorrere come una littorina ai tempi del mascellone, non avere tempi morti, poche riflessioni se non sai scrivere, e poche -MA POCHE- ciance. E seconda cosa, se scrivi un malloppone di 1.000 pagine e non sei King o Hugo o Tolstoj, sei proprio sicuro, ma sicuro sicuro sicuro, che servano tutte e mille, ste pagine? c’hai pensato bene? no perchè. Sicuro? Ecco. Shantaram è innanzitutto -purtroppo- un libro lunghissimo, e si sente. E’ un’opera prima, e in fondo si possono perdonare tante cose, ma quello che è davvero grave è che un editor abbia permesso di spalmare questa totale evanescenza per mille pagine. Dovrebbe essere in primis un romanzo di avventura, un feuilletton mega fantastico di rocambolesche cose che capitano a Bombay, una roba che scorre come un fiume in piena travolgendoti, e invece per la maggior parte è un fiumiciattolo lentissimo di riflessioni new age e cattiva scrittura che ti tirano fuori dalla storia, e ciò a me irrita e mi fa venire il nervoso e non ci siamo. La cosa peggiore del libro, comunque, sono le perle di filosofia spiccia che l’autore sente di doverci proporre a mazzi in ogni capitolo, ma la banalità di quello che riesce a tirar fuori, signora mia, non ve lo potete immaginare. Ci sono poi degli stereotipi nei personaggi (tutte le donne sono uber gnocche, c’hanno tutte l’occhio tenebroso e il passato arcano e parlano solo per frasi a effetto, e poi misteriosissime che però lui le guarda due minuti e le ha già inquadrate e TAAAAC snocciolamento di banalità filosofica), l’India è piena di poveri miserrimi però puliti e integri e generosi e quindi vi faccio un paio di pretenziose riflessioni di vita anche su ciò, i mafiosi sono delinquenti occhei ma però ci hanno un loro codice morale e chi siamo noi per giudicare e quindi vi ammollo due tre frasi filosofiche che ho giustappunto appena partorito che un saggio eremita tibetano mi spiccia casa, a me. In tutta questa abissale sofferenza scrittoria, devo però dire onestamente che ci sono anche momenti davvero evocativi, che sono poi quelli che ti spingono a resistere per tutta la mappazza. Innanzitutto Roberts ci porta piano piano (pure troppo, vabbè) alla scoperta delle sue varie Indie: prima quella degli occidentali che si trasferiscono per fare fortuna e i loro intrighi, maneggi, perversioni; poi, grazie al suo amico indiano, Prabaker, un grande personaggio, si entra nella vera India, quella dei locali che ci nascono e vivono, e infine si sprofonda nell’India più misera, quella degli slums e delle baraccopoli di Bombay. E’ qui che il protagonista diventa indiano scrollandosi di dosso l’Occidente, vivendo alla pari coi miserabili e i reietti, condividendone la miseria, le difficoltà ma anche la gioia, la comunione, la vera generosità di chi pur non avendo niente, sceglie di condividere il poco che può. C’è anche tutta una parte di redenzione umana nel momento in cui il nostro va a vivere in campagna per qualche settimana, dove scopre il semplice piacere di esistere lavorando la terra e capisce che il duro lavoro e i semi che germogliano sono tutto ciò che possiedi e nulla può aiutarti ad affrontare la fame e la paura del male se non la gioia silenziosa che Dio infonde nelle cose che sbocciano e crescono perchè Lui vede e provvede. Insomma zappa la terra e sii sereno. Ha un suo perchè. Ok, si poteva rendere in meno di novantaduemilatrecentosei parole, ma va bene. Qui comunque siamo solo tipo a pagina 192. Ne mancano uno sbirillione. E nulla ci verrà risparmiato in un enorme miscuglio di mattanze, torture, brutta scrittura, vero ammòre, sprazzi di filosofia à la Cosmopolitan, turpiloquio, azioni eroiche, autocompiacimento, agnizioni, e un altro cinquecentenaio di gran pezzi di riflessioni. Una sola cosa traspare onestamente, ed è l’assoluto amore che Roberts ha per l’India, ne è totalmente affascinato, e questa cosa essendo vera splende di vita propria, ti aggancia e ti fa innamorare a tua volta. Riesce anche, in alcuni punti, a farti riflettere su quello che è il tuo posto, come occidentale ma anche come essere umano, rispetto a una cultura e a un modo di vivere così lontani dai tuoi da risultare addirittura alieni, se non proprio ostili. C’è qualcosa nel modo in cui accetta senza troppi pregiudizi quel mondo, la gente, la lingua, il cibo, le usanze, un certo lasciarsi andare perchè il senso dell’essere in un altro mondo non è resistere ma provare ad accettarlo, per essere a propria volta accettati, che è davvero toccante. Però comunque rimane che non è legale far soffrire così laggente per mille pagine e quindi Roberts te avrai capito tutto dell’India e della crescita personale e soprattutto di come fare a vendere libri e perciò tanto di cappello però ti auguro una settimana di mal di panza e pantaloncini sudati sotto il sedere così andiamo in pari, e già so che stai pubblicando il seguito di Shantaram perchè mica sei scemo, però sistemalo un poco meglio, dai. Peggio non è che puoi fare, anche impegnandoti, penso. Lorenza Inquisition

Caste – The unexplored territories – Roy T. James

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Saggio molto breve ma interessante assai, che ho voluto leggere perchè in tutti i libri che sto navigando sull’India la questione delle caste emerge sempre, in un modo o nell’altro. Il sistema della caste in India è un meccanismo di gerarchie sociali di carattere rigorosamente ereditario. Ogni individuo che nasce in una casta, ne assume incondizionatamente lo status e il ruolo conforme a questa identità: ogni persona nasce quindi in un inalterabile status sociale. Le caste sono gruppi di classe endogamicamente chiusi, è cioè permesso sposarsi solo con membri della propria casta e i figli nati da questa unione ne entrano automaticamente a far parte. Questo sistema è perpetrato all’infinito ed è immutabile: è un rigido schema millenario, e nonostante sia stato ufficialmente abolito nel 1950 dalla Costituzione indiana, influenza in parte ancora oggi la suddivisione dei lavori, gli equilibri di potere, il passaggio dei beni (attraverso i matrimoni) e si basa su fondamenti religiosi molto antichi e profondamente radicati.

Il saggio analizza diverse teorie innanzitutto sull’origine delle caste, e poi sul perchè l’India sia essenzialmente l’unico Paese moderno al mondo che non ha superato la divisione in caste per arrivare a una società moderna multiforme.

Storicamente, la divisione in classi sociali avviene in ogni  civiltà: pensiamo all’Impero Romano, con i cittadini liberi divisi in patrizi e i plebei, i clientes, i liberti, e gli schiavi. O all’Europa dell’Ancien Regime, rigidamente stratificata tra nobili, clero, lavoratori, contadini, fino alle Rivoluzioni e alla nascita della borghesia. La società moderna, figlia dell’Illuminismo, nata dalla rivoluzione francese, è caratterizzata dall’eguaglianza di diritto di tutti i suoi membri, e se è vero che in tutte le società vi sono disuguaglianze tra un individuo e un altro, generalmente nelle moderne civiltà tutti i gruppi sociali hanno più o meno lo stesso diritto ad accedere ai gradini superiori della scala sociale per godere di determinati privilegi.

Le caste in India sono rimaste una reliquia del Medio Evo: la società lì non si è evoluta in una versione moderna seguendo il naturale corso degli eventi perchè per centinaia di anni gli indiani non sono stati i custodi del loro stesso mondo. In particolare l’autore sostiene che la dominazione inglese incoraggiò a proprio vantaggio il radicamento della divisione nella popolazione: facendo accordi commerciali esclusivi con le caste alte (Re, Scià, Bramini), e rendendo sempre più ricchi solamente gli appartenenti a queste ultime, erano gli stessi membri di queste classi, in definitiva, a favorire e a tramandare la segregazione nella società indiana.

Il Mahatma Gandhi, almeno in gioventù, era contrario ad alcune delle argomentazioni contro il sistema delle caste, sostenendo di fatto l’organizzazione sociale secondo la quale ogni uomo riempe il suo posto all’interno della società, avendo i propri diritti e i propri doveri, e non deve uscire da quel ruolo. In seguito però cambiò posizione, perchè necessitava dell’appoggio dell’intero popolo indiano, non soltanto dei governanti e dei potenti ma anche degli umili cittadini delle caste inferiori. Quindi asserì che le caste, nella loro forma attuale, sono il risultato di tradizioni religiose che al giorno d’oggi hanno perso il loro senso e vanno considerate come errate o non condivisibili. Sottolineò inoltre quanto questo tipo di discriminazioni possano essere dannose per il benessere spirituale dell’individuo e per quello economico dell’intera nazione, e soprattutto aveva in mente un progetto di nazione Indiana governata dal secolarismo e non da divergenze di matrice religiosa.

Con il passare degli anni ed il progressivo allargamento degli spazi di democrazia e l’avvento della modernità la situazione è mutata, ma l’India contemporanea non ha, come credono in molti, abolito il sistema castale, ha solo emanato delle leggi che puniscono coloro che discriminano quelli che oggi vengono indicati comunemente come dalit (gli oppressi) ovvero i fuori-casta, i paria. E se oggi il sistema castale rigido non è più facilmente applicabile, molti indiani ancora ne difendono i principi di fondo.  Al giorno d’oggi nelle grandi città le affiliazioni di casta sembrerebbero essere state in gran parte superate, e con esse anche l’ortodossa distinzione tra purità e impurità. Le antiche tradizioni, specialmente quelle legate al matrimonio di membri della stessa casta continuano invece ad esistere nelle campagne, nelle tribù e nei centri rurali più arretrati.

Lorenza Inquisition