Rudolf Nureyev. Biografia di un ribelle – Bertrand Meyer-Stabley #recensione #RudolfNureyev

“Aveva il carisma e la semplicità di un uomo della terra, e l’arroganza inaccessibile degli dei.” Michail Barysnikov

È stato il più grande, ci sta dicendo l’autore di questo libro, è stato il migliore di tutti. Ha alzato a livelli altissimi l’asticella della perfezione, della determinazione e del successo. Ha dato un nuovo significato alla parola talento. Ha rivoluzionato il balletto rendendolo meno elitario e più popolare.
Ha avuto in dono un talento immenso e lo ha sfruttato appieno, al limite della perfezione.
Una biografia dai toni decisamente enfatici, a volte un po’ poco obiettivi e un po’ troppo orientati verso… il glamour. Del resto è impossibile non affrontare gli aspetti privati in una biografia di Nureyev: è stato il primo ballerino classico a diventare una star del jet set (….glamour, star, jet set…sembro Crozza quando imita Briatore!).
A tutti gli effetti, comunque, un personaggio straordinario. Nel bene e nel male. Instancabile perfezionista, capace di una disciplina ferrea oltre il sopportabile (già malato, incanta un teatro danzando con un catetere inserito in corpo. Non deve essere facile…).
Severo, terribile, furioso, in grado di accontentarsi solo del meglio, da se stesso e dagli altri. Completamente focalizzato su se stesso e sulla danza, determinato in maniera feroce nel raggiungere i suoi obiettivi. Ribelle perché fuggì dalla Russia che lo rinchiudeva tra i suoi confini e ne limitava la carriera. Ma ribelle anche perché, una volta all’Ovest, non si adattò a regole e a schemi prefissati. Le regole erano le sue, era lui a dettarle.È superiore agli altri, sa di esserlo, e vuole essere trattato come tale.
Amatissimo malgrado il suo carattere, odiato, circondato dalla protezione di personaggi influenti (i Kennedy, tanto per dire), osannato e contrastato. Uno zar, lo definiscono. E lui lo diventa (“Nureyev non si serve, lo servono!” grida spaccando bicchieri quando gli dicono che c’è il buffet).

“Non capiscono i movimenti che devo fare! Non capiscono niente della mia entrate in scena! Non sanno che devo “brillare” quando entro, è ME che si deve vedere, l’occhio del pubblico non deve essere distratto dai bei costumi degli altri, né dalla vecchia fata in quarta fila, né dal nano, né dal mio rivale, né dalla giovane prima ballerina! È me, soltanto me che si deve vedere entrare in scena…”.

E poi….poi lui in scena, lui su un palco. La grazia, la forza, l’incanto. Possente, commovente, meraviglioso. In grado di valorizzare al meglio la sua compagna, se ne ha una, come di tenere incollati su di se gli occhi di un intero teatro e poi farlo venire giù per gli applausi. Sempre. Cosa deve essere stato per un ragazzo che ha fatto la fame mangiando patate marce in una casupola russa vedere la Regina d’Inghilterra e la regina madre alzarsi in piedi per tributargli un’ovazione?
Lui, che quando è in scena non si limita a ballare. Lui è LA danza.

“Sotto un sole freddo simile a quello della Russia, in quel paesaggio di croci ortodosse, tombe zariste, pinnacoli a bulbo, betulle e abeti argentati, ognuno si chiude in un assorto raccoglimento. Poi gli ammiratori si avvicinano per gettare un giglio bianco sul feretro di colui che, attraversando il mondo di corsa, fu l’ultimo zar della danza”.

Anna LittleMax

Springsteen: Access All Areas – Lynn Goldsmith / Who I Am – Pete Townshend

Calo i miei due assi musicali che hanno accompagnato gli ultimi giorni di vacanza e che vanno ad occupare rispettivamente le categorie di libro fotografico e autobiografia della nostra stimolante disfida.

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*Springsteen: Access All Areas, Lynn Goldsmith

Per quei pochi non springsteeniani presenti nel gruppo, questo libro testimonia il backstage e non solo del Darkness on the Edge of Town Tour del ’78 ovvero anno cruciale nella vita del songwriter americano a livello professionale.
Libro pubblicato nel 2000, interamente in bianco e nero che oltre a mostrare ciò che avveniva sul palco con splendidi scatti, mostra uno Springsteen più intimista, all’interno del suo camerino o in una camera d’albergo, accompagnato da una breve premessa della fotografa che disegna puntualmente il ritratto dell’artista, con i suoi modi di fare e l’atteggimento che lo hanno condotto alla fama mondiale.

*Who I Am, Pete Townshend, Harper Collins

Credo sia la prima autobiografia di un essere ancora vivente che leggo e ha scatenato impressioni contrastanti. Non si discosta affatto dall’idea che si possa avere riguardo alla vita di una rock star e al detto sex, drugs and rock’n’roll; in tal senso non è altro che un racconto, abbellito, delle diverse sostanze assunte e delle camere d’albergo distrutte nei vari party nel corso degli anni della carriera musicale del chitarrista della band inglese degli Who. A redimere l’autore ed elevare l’elenco, che dopo un po’ diventa piuttosto noioso con l’aggiunta delle case e delle barche comprate coi vari guadagni nonché delle varie donne con cui ha tradito la moglie, è la consapevolezza dell’uomo Townshend che smessa la maschera da performer, cerca di scavare a fondo nel suo animo mettendosi letteralmente a nudo. Ci sarà molto altro senza dubbio, ma è apprezzabile lo sforzo che lo ha condotto a riflettere sulla sua vita fino ad ora. E ad ammettere onestamente che questa è la sua versione dei fatti.

“So here I am, still unsure whether life is really a spiritual journey or that the universe has ways of making us laugh. Music is all I can do right now.”

Owlina