Festa mobile – Ernest Hemingway #recensione #Hemingway

Poi mentre arrivavo alla Closerie des Lillas con la luce sul mio vecchio amico, la statua del maresciallo Ney con la sciabola sguainata e l’ombra degli alberi sul bronzo, e lui là solo e nessuno alle sue spalle, e al disastro che aveva combinato a Waterloo, pensai che tutte le generazioni erano perdute da qualche cosa e lo erano sempre state e sempre lo sarebbero state.

Nel novembre del 1956 Ernest Hemingway si trovava a pranzo al Ritz di Parigi; il direttore dell’hotel gli chiese se fosse a conoscenza del fatto che nel loro magazzino erano custoditi due bauli a suo nome, da lui lasciati in deposito nel lontano 1928, e mai più reclamati. Lo scrittore non si ricordava di averli lasciati lì, ma certamente negli anni si era chiesto che fine avessero mai fatto i suoi due bauli, uno in particolare, regalo personale di Louis Vuitton. Li aprì, questi due bagagli sopravvissuti in una cantina a quasi trent’anni parigini, a un’invasione nazista e a una guerra mondiale, trovò una collezione di vestiti ammuffiti, menu di ristoranti, vecchie ricevute e note, oggetti per caccia e pesca, ritagli di giornali, biglietti di scommesse per le corse, corrispondenza varia, e in fondo, il vero tesoro: i suoi taccuini, i diari personali, due file allineate sul fondo del baule di quadernetti zeppi di appunti, nella sua scrittura precisa, riempiti negli anni in cui viveva lì con la prima moglie Hayden, mentre cercava il suo posto nel mondo letterario e frequentava il salotto di Gertrude Stein, con una lettera di presentazione a James Joyce e una per Ezra Pound.

Hemingway aveva vinto il Premio Nobel nel 1954, due anni prima; era relativamente giovane, 56 anni, ma gravi problemi di salute lo prostravano, uniti a un alcolismo che si rifiutava di combattere. L’idea di rileggere i suoi diari per organizzare un libro di memorie dei suoi anni parigini gli ridiede un certo stimolo vitale, e lavorò a quelli che lui chiamava “Schizzi di Parigi” per qualche mese, e poi a intermittenza per i pochi anni che gli rimasero prima di morire, nel 1961. Non terminò mai il libro, che eventualmente uscì nel 1964, postumo e incompiuto, dietro cura della quarta e ultima moglie, Mary, con il titolo di Festa mobile.

La storia editoriale di questo libro è travagliata, e ancora non trova pace: se la prima edizione curata dalla vedova fu criticata da studiosi di Hemingway che comparando le note a mano dei diari dell’autore con l’edizione stampata trovarono che l’approccio di Mary Hemingway era andato ben oltre il ruolo di sola esecutrice, arrivando alla reale manipolazione di alcune parti di scrittura, nel 2009 un nipote di Hemingway ne curò una seconda e rimaneggiata edizione, cambiando ordine di capitoli e avvenimenti, togliendo e aggiungendo parti a piacimento, e in generale editando senza ritegno.

La critica ufficiale ha concluso che le due edizioni, per chi desidera studiare Hemingway, sono complementari: la prima, curata dalla moglie che rimase con l’autore per tutti gli ultimi anni, aiutandolo con gli appunti e la stesura, è da considerarsi la più fedele all’intento originale dello scrittore; la seconda ha comunque un valore intrinseco, perchè sono stati aggiunti alcuni capitoli e soprattutto una serie di appunti e note originali nelle appendici finali che forniscono un imperdibile approfondimento.

Il libro, per chi vuole semplicemente leggerlo per il piacere di trascorrere con Hemingway qualche ora negli anni ’20 a Parigi, è molto piacevole, anche se a tratti si ripete, molto molto romantico in alcuni passi. E’ un’opera amatissima dal pubblico, generazioni dopo generazioni di giovani si sono innamorate di quel periodo d’oro è al centro delle storie raccontate: una città che rinasce dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, piena di vita e libertà, di scrittori e poeti e pittori che vivono solo per la ricerca di un ideale artistico. Hemingway non è da meno: ufficialmente è in Europa per lavorare come giornalista per un quotidiano canadese, ma è una commissione saltuaria che paga poco; e la gran parte delle sue giornate sono dedicate alla scrittura come esercizio. Sa già di poter scrivere racconti, alcuni anche buoni addirittura; ma vuole fare il salto di qualità, vuole imparare a scrivere prosa in romanzi, e a farlo bene, al massimo del suo potenziale artistico. E per fare questo sacrifica molto, ore di sonno e di impegno continuo ed estenuante, passando giornate in un cafè a scrivere nei suoi taccuini, sui tavoli dei ristoranti, in soffitte non riscaldate, mangiando mandarini e castagne. Queste sono le parti più romantiche e accattivanti del libro, il giovane Hem (appena ventitrè anni) che osserva dal suo abbaino i tetti di Parigi mentre respira dopo aver scritto, mentre cammina con le prime sferzate di pioggia invernale nei giardini del Lussemburgo diretto ai musei, mentre passeggia nel Quartiere Latino diretto verso casa di uno dei suoi amici, per parlare di letteratura con Gertrude Stein o per boxare con Ezra Pound. Scopre Sylvia Beach, la gentilissima proprietaria di una deliziosa libreria, Shakespeare and Company, che non solo presta agli artisti libri a credito ma anche soldi, senza interessi. Cena con un mangiafuoco e compra quadri, raccoglie soldi presso tutti gli amici letterati perchè desiderano creare un fondo da donare a T.S. Eliot perchè lasci il proprio lavoro in banca, che lo imbruttisce e non gli permette di vivere la sua arte, e disprezza Ford  Madox Ford in quanto diversamente abile nell’approccio all’igiene personale. Ci parla, per l’ultima lunga parte finale, della storia così tristemente tragica di Scott Fitgerald, che trovò in Zelda la sua musa e la sua dannazione, e del suo dolore personale nel vedere un caro amico perdersi in una spirale di autodistruzione, e sprecare un talento così unico e prezioso.

Non è un libro perfetto, troppo discontinuo nei suoi capitoli quasi tutti slegati tra loro, a volte ripetitivo in frasi e situazioni. Ma l’ho trovato magnifico. Nel novembre del 2015, dopo gli attentati di Parigi, Festa mobile è tornato in cima alle classifiche francesi, al primo posto su Amazon nei libri più venduti in Francia, mentre i librai dichiaravano di avere un’impennata di vendite, 500 copie al giorno anziché le ordinarie dieci. Questo perché dopo gli attentati del 13 novembre il libro è diventato un modo personale di rendere omaggio alle persone uccise e ferite, una sorta di rivendicazione degli ideali dei parigini, la libertà, l’individualismo, il piacere e la gioia per la vita. Saperlo rende la lettura ancora più agrodolce, mentre Hemingway ci racconta di un tempo in cui potevi viaggiare per tutta l’Europa spostandoti sulle Alpi in inverno e sulla riviera ligure in primavera, per le corride in Spagna in estate e di nuovo a Parigi in autunno, bevendo sempre vino o birra ai pasti, mangiando ostriche e agnello nei cafès, passando gran parte della tua vita a leggere libri e a discutere di arte e pure in tutto ciò venendo considerato dal resto del mondo un povero (non un poveraccio, ma comunque…). Ma non ti importava, perchè avevi i tuoi amici e una donna che ti amava (prima che tu la tradissi per una più giovane, alas!), avevi i tuoi libri e i tuoi taccuini, e perchè vivevi in un tempo in cui il futuro ti si spalancava davanti e tutto era possibile, e soprattutto il cambiamento non era qualcosa di cui avere paura, mai.

 Lorenza Inquisition

Eroi della frontiera – Dave Eggers #recensione #DaveEggers

Josie sapeva, allora, che anziché cercare una persona coraggiosa – ne era alla ricerca da anni, buon dio – piuttosto che cercare questo tipo di persone nel mondo ancora esistente, era meglio e più facile crearle. Non aveva bisogno di trovare esseri umani di integrità e coraggio. Aveva bisogno di crearli.

Il nuovo libro di Dave Eggers è il tipico romanzo “on the road” tanto caro alla letteratura americana.
Josie ha quasi quarant’anni e due figli piccoli. Ha da poco visto andare in fumo la sua brillante carriera di dentista e il suo meno brillante rapporto con Carl, padre dei suoi figli. Josie ha due giganteschi pesi sulle spalle e sul cuore: la paura che Carl le porti via i figli e il devastante senso di colpa per la morte di un suo paziente, Jeremy, un giovane soldato ucciso in Afghanistan.
Josie decide di allontanarsi senza avvertire nessuno, carica i suoi figli su un camper e punta decisa verso uno stato che è sì America, ma in uno modo particolare: l’Alaska.
In Alaska vive sua sorella, ma non è questo il motivo principale che la spinge a scegliere questa destinazione. Nel suo immaginario, e non solo nel suo, l’Alaska è la terra degli eroi, del coraggio, della sfida. E di questo ha bisogno, Josie, di coraggio. (“Trovatemi un coraggioso, un ardito. Trovatemi uno che non si tira indietro”.

Che stai facendo, Josie? È lei stessa la prima a chiederselo. Cosa ti spinge a mettere un bambino di 8 anni e una bimba di 5 in situazioni tanto rischiose? In mezzo al nulla, con solo una lamiera sottile tra voi e il mondo. Cosa stai cercando? Con quale coraggio?

“Se scopri che sei diverso, che hai sbalzi d’umore e grilli per la testa, che ti annoi, che vuoi vedere l’Antartide, faresti meglio a non avere figli. Che cosa succede ai figli delle persone interessanti? Sono inevitabilmente tarpati. Sono schiacciati. Non hanno avuto un sole prevedibile e perciò sono carenti, disperati e insicuri: dove sarà il sole domani? Ma vaffanculo, pensò. Dovrei scaricare questi bambini a qualche sole affidabile?”

Lungo la strada, incontri bizzarri e qualche volta pericolosi. Ma anche incontri che frantumano i pregiudizi e ribaltano i luoghi comuni (a questo proposito la scena del camper con una gomma bucata e della sua sostituzione è un piccolo gioiello). E tanta, tantissima riflessione. Su se stessa, sulla vita con un uomo che Josie ci presenta come un “superficiale, vanesio cagone”, nel senso più letterale del termine. Tanto alcol, perché l’alcol rende accettabili tante cose. O se non altro aiuta a tollerarle.
Incontri che per un momento fanno brillare la possibilità di un nuovo inizio, fatto di pace e di soddisfazione. Possibilità che le fiamme, quelle vere, quelle degli incendi che devastano ettari di bosco, o quelle metaforiche della noia e della disillusione, fanno crollare nel nulla. Situazioni rischiose, altre poco credibili.

Come già nel suo primo romanzo L’opera struggente di un formidabile genio (inarrivabile, secondo me) anche in questo Eroi della frontiera protagonisti e lettore ondeggiano tra diversi stati d’animo. Si sorride e si ride (Carl è una macchietta, Dave Eggers lo disegna attraverso il rancore che Josie prova nei suoi confronti e ne viene fuori un personaggio al limite delle peggiori scenette goliardiche da barzelletta). Josie è sufficientemente autoironica da vedere la follia e l’azzardo di certi suoi comportamenti ed è spietata nel parlare di se stessa e, a volte, dei suoi figli; ma lo è anche per vedere l’ambiente borghese, perbenista e ipocrita nel quale ha vissuto. E riderne.
Ogni tanto, però, il passaggio dal riso all’angoscia è quasi impercettibile e la disperazione di ciò che stai leggendo e di quello che i protagonisti stanno provando ti assale mentre ancora hai il sorriso sulle labbra.
Perché in fondo quella che stiamo guardando è una madre giovane e sola, intelligente e brillante, che ama i suoi figli e cerca di proteggerli. Che ha fiducia nel mondo e nei suoi simili, che crede che esista qualcosa di migliore anche in un Paese, l’America, che ha visto crollare molte delle sue illusioni.
Una donna che crede ancora nel caro, vecchio sogno americano. Che deve per forza esistere, lì da qualche parte. E il coraggio lo si costruisce, semplicemente.
Poi, però, c’è domani.

Anna Massimino