La vera vita di Edward St Aubyn – I Melrose #Melrose #EdwardStAubyn

“Stavo facendo una passeggiata con mia madre nella campagna della nostra tenuta, e ho trovato il coraggio di confessarle, finalmente, di come papà mi avesse ripetutamente violentato quando ero un ragazzino.

Lei rispose: – Oh, anche io! – intendendo che lo aveva fatto anche a lei. Sembrava solo interessata a saltare la fila e proclamare quanto fosse stato brutto. Per lei.”

Edward St Aubyn è uno scrittore britannico, uno dei (purtroppo frequenti) esempi di artista che è riuscito a creare letteratura da un passato di violenza e brutalità. Dislessico, lettore lento, ammette che questa sua condizione ha probabilmente influenzato il suo stile di prosatore, dove il suono delle parole, il ritmo delle frasi è per lui di costante, vitale importanza, perchè spesso era tutto quello su cui si concentrava quando non riusciva a leggere bene o abbastanza in fretta un paragrafo.

E’ l’ultimo erede di una casata nobiliare inglese, membro di White’s , figlio di una grande ereditiera americana, e di un Lord, che abusò sessualmente di lui da quando aveva cinque anni fino alle soglie dell’adolescenza. Di conseguenza St Aubyn crebbe come un adolescente asociale e paranoico, per divenire un giovane tossicodipendente che durante l’ultimo anno di liceo insegnava ai coetanei come iniettarsi l’eroina e pensava quotidianamente al suicidio. Tutti i suoi anni giovanili furono un lungo trip di droghe e sesso in quella che pareva una inevitabile corsa verso l’autodistruzione finale; invece, miracolosamente, entrò in analisi, dove la terapeuta gli suggerì di mettere per iscritto le sue esperienze di vita. Lo sforzo di incanalare nella scrittura la brutalità del suo vissuto, unito a un genuino desiderio di creare scrivendo, divennero i cinque romanzi del suo ciclo più famoso, i Melrose: Non importa, Cattive notizie, Speranza, Latte materno e Lieto fine. Sono romanzi altamente autobiografici, scritti dal 1991 al 2012, con protagonisti i Melrose, in particolare Patrick, alter ego dell’autore: giovane rampollo di una dinastia nobiliare inglese, abusato sessualmente dal padre e con madre alcolista e in piena negazione. Il ciclo è raffinato e brutale, ogni romanzo un passaggio cruciale della vita di Patrick (l’abuso infantile, la morte di entrambi i genitori, l’alcolismo, la tossicodipendenza e la strada verso la guarigione, il matrimonio, il diventare genitori) vi si descrivono con precisione elegante e al vetriolo crudeltà famigliari e pretenziosità nel vacuo circondario delle alte classi britanniche, con personaggi di rara inconsistenza e cinica ironia, cifra della noia esistenziale del mondo aristocratico.  Sono libri di grande acume letterario, con passaggi da antologia: Neri Pozza ha pubblicato nel 2012 un volume che contiene tutti e quattro i primi romanzi, leggerli di fila è una prova per il  lettore a volte ai limiti del masochismo. Al tempo stesso è impossibile staccarsene, la storia ti risucchia senza pietà, molto coinvolgente ed emotivamente straniante. Nel primo libro, sapendo che dovevo aspettarmi lo stupro del bambino Patrick, ho vissuto momenti di vera angoscia letteraria; eppure la scena culminante è magistrale, non trovo altre parole, non descrive, eppure le sensazioni ti arrivano addosso come un treno.

La critica britannica è concorde nell’acclamare l’autore, paragonandolo a Evelyn Waugh e piazzandolo nell’Olimpo dei geni autoriali; il pubblico si divide tra chi ama Patrick Melrose in tutta la sua umana fragilità, e chi lo trova insopportabile. Showtime e Sky Atlantic stanno producendo una serie televisiva con Benedict Cumberbatch (sempre sia lodato) nei panni del protagonista, io attendo con fiducia. Sono alla fine del secondo libro e sto iniziando il terzo, parlerò per bene delle singole opere alla fine del ciclo, ma la scrittura è superba, e anche lo stile, proprio perchè in certi punti è un pugno nello stomaco e in altri è esercizio di autocompiacimento letterario, per me è letteratura: alta, bassa, di mezzo, non importa: da leggere.

Gli piaceva bere sotto il soffitto azzurro e oro del salone, dove aleggiava sempre la traccia impercettibile del passaggio di uomini importanti. I membri del club piú scialbi, dissoluti e oscuri si sentivano incoraggiati da quell’atmosfera di potere, come le lance ondeggiano sui loro ormeggi quando un grosso yacht punta verso il largo, uscendo dalla stessa baia in cui sono ancorate.

Lorenza Inquisition

Quel che resta del giorno – Kazuo Ishiguro #KazuoIshiguro #Recensione

Inizio l’anno recuperando la lettura di “Quel che resta del giorno”. Avevo visto il film diversi anni fa e ne avevo solo un vago ricordo delle atmosfere e non della trama. Ciò non toglie che non ho potuto fare a meno di immaginare Stevens e Miss Kenton come Anthony Hopkins ed Emma Thompson 😍 L’ho trovato un libro estremamente delicato e terribilmente (piacevolmente) inglese.
Stevens sembra quasi ingenuo nella sua ostinata ricerca della “dignity” che caratterizza il suo ruolo di maggiordomo, che è per lui una vocazione più che una professione; un’istituzione che incarna l’esatto carattere del popolo inglese.

“Butlers only truly exist in England… Continentals are unable to be butlers because they are as a breed incapable of the emotional restraint which only the English race is capable of. Continentals… are as a rule unable to control themselves in moments of strong emotion, and are thus unable to maintain a professional demeanour other than in the least challenging of situations”.

Ho apprezzato il succedersi dei diversi piani della narrazione, la forma impersonale che spesso sostituisce la prima persona, e il rivolgersi direttamente al lettore con la seconda, soprattutto quando Stevens ci parla dettagliatamente di questioni pratiche della sua professione (il miglior detergente per l’argento!), come se fossimo noi stessi maggiordomi. Ho riso bonariamente tante volte di Stevens per la sua incapacità si comprendere cose ovvie. Mi sono arrabbiata con lui tutte le volte che non ha permesso a miss Kenton di entrare in intimità con lui, ogni volta che ha mantenuto la sua professionale “dignity” dove sarebbe servita solo un po’ di umanità. Atteggiamenti, direi, quasi autistici, di chiusura, perché la persona non deve mai apparire sotto i panni professionali del maggiordomo. Ma alla fine come si fa a non adorare uno che parla di insetti e fiori per spiegare le “cose della vita” a un giovane gentiluomo in procinto di sposarsi? O che studia le battute alla radio per imparare a scherzare col suo nuovo padrone di casa? E questa, infine, sarà proprio la nuova missione che riempirà “quel che resta del giorno” perché in fondo “in bantering lies the key to human warmth”.

“The evening’s the best part of the day. You’ve done your day’s work. Now you can put your feet up and enjoy it”.

Arianna Pacini