La signora nel furgone – Alan Bennett #alanbennett #Ladyinthevan #recensione

La signora nel furgone – Alan Bennett

Giugno 1980. Miss S. ha inaugurato il guardaroba estivo: un impermeabile rivoltato con delle grandi toppe marrone. (..) Mi chiede di farle un po’ di spesa: “Mi serve un pacchettino di bicarbonato, un po’ di latte e degli orsetti di gelatina. Gli orsetti non sono urgenti.”
Alla fine degli anni ’70 Alan Bennett cominciava a consolidare il suo successo di scrittore e sceneggiatore, e potè permettersi l’acquisto di una casa nel piacevole quartiere residenziale di Camden a Londra, in una via chiusa e alberata in piena ascesa immobiliare con villette in cui si trasferivano giovani coppie in carriera che lavoravano nella City, mercanti d’arte e una nobildonna dedita a pie opere di beneficenza. C’era in questa via anche una particolare cittadina: Miss Sheperd, una barbona senza fissa dimora, che alloggiava, armi e bagagli e un’infinita serie di puzzolenti buste di plastica, in un vecchio furgone Wolksvagen. La signora sfoggiava improbabili mises (impermeabile bisunto, sottana arancione, berretto da golfista e ciabatte di pezza), e aveva una particolare predilezione per il colore giallo, con il quale riverniciava tutte le sue dimore a quattro ruote, era grossa, prepotente, e con una serie di idiosincrasie: per esempio le piaceva la varietà nei suoi soggiorni, parcheggiava il furgone davanti a qualche casa della via di Bennett per circa sei mesi, e una notte d’improvviso decideva di spostarsi andando a vivere per altri sei mesi davanti a un’altra villetta della stessa strada. I bambini che abitavano nella via avevano un po’ paura di lei ma i genitori li incoraggiavano a portarle abiti usati e cibo, i poliziotti in genere la lasciavano stare, a volte qualche ubriaco di notte la spaventava bussando sui finestrini del furgone dove lei dormiva o qualche residente esasperato dalla vicinanza con il suo furgone puzzolente si sfogava prendendo a calci le gomme. Vivendo come viveva, era avvezza a qualche piccolo episodio di crudeltà; ma tutto il quartiere la conosceva, la sopportava e in genere, magari con riluttanza, la aiutava: una raccolta fondi per una carrozzina, la pia signora che le regala un nuovo furgone, qualche finanziamento a fondo perduto per eventuali necessità.
Gli anni passano, i furgoni si succedono (ne avrà in tutto tre), le cose cambiano un poco per volta nella città. Per esempio, arrivano i parcheggi di residenza. Miss Sheperd non può più parcheggiare nella via, poichè è senza fissa dimora e non ha diritto a una piazzola. Seguendo un impulso mai del tutto spiegato nemmeno a sè stesso, Bennett accetta che la signora installi il furgone nel proprio giardino, dove rimarrà per i successivi quindici anni, fino alla morte dell’ormai anziana Miss Sheperd. Quindici di anni di vita in un cortile, di litigi, puzze, e qualche risata. Questo improbabile rapporto di sopportazione e convivenza verrà descritto da Bennett in varie opere: dapprima una pièce teatrale, poi una commedia radiofonica, e nel 2015 la sceneggiatura di un film. L’interprete, in tutte le forme scelte di racconto, sarà sempre Maggie Smith.
Questo libro, La signora nel furgone, è la raccolta delle varie entrate dei diari di Bennett negli anni, un condensato di tutta la sua faticosa relazione con Miss Sheperd, che era invadente, brusca, spesso intemperante.  Eppure i due convissero in questo strano modo per tanti anni senza mai litigare veramente, e tutto il quartiere, quando morì, sentì la mancanza di quella figura eccentrica.
Un libro breve, inglese nello stile, empatico, profondo, che descrive una persona vitale e umana, un omaggio postumo, svagato ma non troppo, a una delle tante creature che non hanno trovato un posto nell’asettico mondo di rincorsa alla carriera e al successo in cui viviamo.
Ho visto anche il film, con Maggie Smith, che consiglio assolutamente a tutti. Quello che mi ha lasciato questa storia, è anche il dolceamaro elogio di un tempo che fu, gli anni in cui vivevano i nostri nonni e i nostri genitori, dove un’anziana barbona che viveva in una strada pubblica non veniva denunciata alle autorità perchè venisse rimossa in quanto fastidiosa alla vista, non si dava il via ai figli adolescenti per darle fuoco, non veniva percossa, derisa, umiliata. Si riconosceva, semplicemente, che era un essere umano sfortunato, che aveva bisogno di aiuto, e si faceva qualcosa tutti, tutta la via (al di là della scelta forse un po’ masochista di Bennett di prendersela in casa, o meglio in cortile) si preoccupava in qualche modo di darle una mano. E quando se ne va, tutti riconoscono il vuoto che ha lasciato. Le persone che lasciano un segno nei nostri ricordi e nelle nostre vite non sono solo quelle di successo, e per fortuna.

Erano altri tempi, diciamo sempre. Già.

Lorenza Inquisition

Storie della tua vita – Ted Chiang #Arrival #TedChiang #Frassinelli #recensione

Storie della tua vita – Ted Chiang

Traduttore: C. Pastore
Editore: Frassinelli

A gran voce mi è stata richiesta la recensione di questa mia fatica (Stefano Lilliu). La chiamo fatica perché gli ultimi sei mesi sono stati infinitamente complicati e il mio bilancio si è arrestato del tutto. Allora mi sono messa di buona calma e ho finito questo libro affascinante e colto.
Forse molti di voi lo conosceranno come “il libro di Arrival”, il film fantascientifico-linguistico del 2016. Andiamo con ordine.
Lo scrittore è un informatico, ma ciò non ha senso. Infatti potrebbe benissimo essere un linguista o un fisico applicato, o un matematico teorico. Ted è in grado di trasportarti non tanto in un mondo distopico, mistico o fantascientifico, ma in un’impostazione della mente capace di cogliere la scienza dietro la realtà, la lingua dietro il pensiero, e l’orrore dietro la storia passata e futura. Riesce a mischiare abbastanza brillantemente equazioni di Fermat e linguistica teorica, matematica degli infiniti e depressione, babilonesi e thriller. E dico ‘abbastanza brillantemente’ perché chi poi gli avrebbe potuto correggere nulla, sui deliri scientifici, ma scherziamo, no, mi sono dovuta fidare all’80%!
Dunque, comincio col dire che questo libro è fortemente consigliato (ma solo se vi piace moderatamente pensare e riflettere).
Tuttavia, rincaro la dose dicendo che io sono una linguista, e posso farvi una piccola recensione da addetta ai lavori. Innanzitutto, il film di Arrival mi è piaciuto in quanto thriller solo tangenzialmente divulgativo: non penso (come tanti miei colleghi) che abbia snaturato il mestiere del linguista, né penso che all’interno del film il ruolo della linguistica sia troppo marginale. È un thriller, un romanzo visivo, non un saggio né un documentario: e quindi, l’ho trovato gradevole e ho accettato che Hollywood abbia per una volta deciso di dipingerci in un suo lavoro. Nel film, ho trovato degli spunti a noi linguisti già ben noti e ho apprezzato quegli occhiolini diretti a noi e solo a noi. In fondo, per l’occhio esperto, si tratta della riesumazione della splendida teoria (quanto poi falsificata) del Relativismo/Determinismo linguistico di Sapir-Whorf (https://it.wikipedia.org/wiki/Ipotesi_di_Sapir-Whorf, a me molto cara), portata all’estremo in un tentativo pindarico di riflessione sulla natura della mente umana. Good job! Ho apprezzato molto.
Ecco, nel racconto da cui è tratto il film (e che da il titolo alla raccolta) Ted Chiang fa un passo ulteriore, e mischia (esplicitamente) la fisica variazionale alla linguistica (che invece è in posizione di minor rilievo, un occhiolino quasi nascosto). Ora, sulla verosimiglianza della parte fisica non posso esprimermi: però c’è da dire, nel complesso è un gioiellino. Un tripudio di riflessioni portate avanti in maniera de-complicata. E in realtà lo stesso di può dire anche per la maggior parte degli altri racconti.
Non ultimo elemento a cui Ted deve la mia stima sono le “Note sulle storie della nostra vita”, in cui uno per uno si sofferma sulla genesi, il pensiero chiave dei suoi racconti, dicendoci qualcosa di più su di essi e su di lui stesso. Vorrei che facessero tutti così!
Mi sento in vena anche di segnalarvi e descrivervi brevemente i miei racconti preferiti, cioè quasi tutti:
– Torre di Babilonia: un racconto di “fantascienza babilonese”, un thriller sumero. Imperdibile!
– Divisione per zero: un amaro racconto sui propri obiettivi.
– Storia della tua vita: ne abbiamo già parlato.
– Settantadue lettere: fantascienza giudea.
– L’inferno è l’assenza di Dio: un racconto straniante, teologicamente complicato e interessante.

Martta Loves