Kitty Foyle – Christopher Morley #KittyFoyle #Femminismo #DonnaModerna

 

Quando un uomo ha dei problemi di salute, potete star certi che non ne rimarrete all’oscuro.

Kitty Foyle è un romanzo di Christopher Morley del 1939, bestseller nei due anni successivi; ne fu tratto un film nel 1940, con protagonista Ginger Rogers che per la parte vinse l’Oscar come migliore attrice. La pellicola ha toni meno veristi e più accomodanti del libro, ma sempre di una certa qualità. Nota fashion per le signorine attente, il vestito che l’attrice portava nel film inaugurò un nuovo stile, il Kitty Foyle dress, che è quello che si vede in copertina: un vestitino scuro con collarina, orlo maniche e bottoni di un colore più chiaro, in genere bianco. Era il periodo prebellico americano, di austerity e disoccupazione, e le signore apprezzarono questo ottimo modo di risparmiare pur rinnovando qualche capo: bastava cambiare il colletto e gli accessori, e anche un vecchio abito poteva inaugurare la nuova stagione. Altri tempi, nei quali le cose vecchie si riutilizzavano, tutte sapevano cucire e aggiustarsi un guardaroba con poco, e lo spreco era un peccato capitale.

Il romanzo è in remissione in America, le uniche edizioni che si trovano per ora sono in biblioteche, o vecchie copie cartacee; in Italia è stato recentemente ristampato, con nuova traduzione, da Elliot, e mi è stato consigliato in pagina da Amazon mentre compravo Signorina Cuorinfranti, e mai suggerimento fu più gradito. E’ un bel libro, con una protagonista femminile forte, sensibile e intelligente, un’autentica antesignana di tutte le donne in carriera che cercano un posto al sole tra i grattacieli di una città tentacolare, che parla di temi classici come il conflitto e il conformismo sociale, rapporto tra potere e mass media, e un certo femminismo.

Kitty Foyle narra in prima persona, in uno stream of consciousness chiaro e avvincente, la vita della protagonista da bambina fino alla soglia dei trent’anni, che coincide all’incirca con la vigilia dell’entrata in guerra americana dopo Pearl Harbor. Kitty nasce in una famiglia di lavoratori di Philadelphia, ultima figlia di una coppia già matura con tre figli maschi quasi adulti: è una storia di immigrati che si sono adattati e lavorano, di un’esistenza umile in una casa calda e sicura anche se povera e un po’ rabberciata, vite ordinarie, umili, il padre anziano, fisicamente spezzato da una vita di duro lavoro.  Kitty, bambina intelligente e sensibile, ama passare il tempo con il vecchio genitore, che è già praticamente in pensione mentre lei va ancora a scuola. Bellissime le pagine che descrivono questo improbabile e tenero rapporto, che si evolve e matura mentre lei stessa cresce, da ragazzina a giovane donna, sperimentando come tutti noi lutti, cambiamenti, perdite e innamoramenti, riflettendo su quanto dura possa essere la vita quando ci si mette.

“Certe volte quando mi guardo ammiccando allo specchio, riesco a vedere un’ombra di quell’espressione dispettosa che mio padre aveva mentre prendeva la bottiglia di whisky nell’armadietto”.

Due sono i principali personaggi maschili di questo libro, il capofamiglia, papà di Kitty, un irlandese che si è spezzato la schiena lavorando in fabbrica coi turni di notte, e il primo amore della ragazza, Wyn, un giovanotto della società bene di Philadelphia, esponente di un’èlite dorata ed elusiva, che non vede di buon occhio le umili origini della giovane. Kitty, pur essendo giovanissima, ha già quel buon senso e visione realista della vita che non a torto si associano spesso a eroi ed eroine delle classi meno abbienti: non è ricca, ma ha occhi acuti e una saggezza antica. Quindi si imbarca nella storia d’amore senza troppe illusioni pur amando di vero amore: il suo principe azzurro è un ricco bambolotto, un giovane che ha progetti artistici e innovatori, ma che vive con i soldi di papà, e che, dopo la crisi del ’29, rinuncerà a velleità creative per fare carriera in banca con un solido stipendio sicuro. L’amore giovane è bello, romantico, strappacore, e non necessariamente destinato a finire alle prime difficoltà; ma c’è un limite a quello che una ragazza può sopportare, soprattutto se intanto che il tempo passa e la fiamma amorosa brucia, lei non è rimasta a piangersi addosso ma ha anzi imparato un mestiere, si è trovata un buon lavoro e sta cominciando una carriera con serietà. Perchè l’uomo è importante, ma insomma anche farcela da sole mica è brutto.

Penso a papà soprattutto per l’aiuto che avrebbe potuto darmi, quando ne avessi avuto bisogno. Quando fui pronta a chiedere i suoi consigli era troppo tardi.

Kitty Foyle è un personaggio estremamente moderno per gli anni in cui è nata, eroina di un libro un poco datato, che è per certi versi un prodotto caratteristico del suo tempo di pubblicazione (ruoli di genere stereotipati, aspettative sociali per maschi e femmine divise in compartimenti ben separati, osservazioni razziali molto poco politically correct, anche se mai espresse con malignità, e un poco di melodramma), e al tempo stesso straordinariamente all’avanguardia (profonde osservazioni sulle possibilità di studio e carriera per le donne di quegli anni, soprattutto confrontando le opzioni di giovani donne dell’alta società verso quelle delle classi più povere, dialoghi molto perspicaci tra ragazze che si trovano inaspettatamente sul mercato del lavoro, e riflessioni sulle nuove possibilità lavorative che nascono proprio in quegli anni).

Ma soprattutto, è un personaggio vero: le sue sofferenze sono reali, le sue paure e i suoi dubbi toccanti, i suoi pensieri irriverenti e arguti. Maturare non è mai facile, la nostalgia è notoriamente canaglia, il tempo che passa non sempre aiuta, e se due ore di macchina del tempo consentono di rivivere qualcosa che si è perso, perchè non perdersi nel ricordo? Ma poi ci si sveglia e si torna a lavorare, a uscire con l’amica di sempre, a bere con le colleghe a fine giornata, a pensare a una nuova relazione, a dedicarsi alla realtà dolceamara della vita che non è mai una favola di Cenerentola con il lieto fine.

Ho avuto un’idea terribile, ovvero che sarebbe bello se una persona potesse invecchiare un po’ prima. Sembra che a volte ci sia troppo da attendere per quel cambiamento di cui si sente tanto parlare. Ma questi non sono sentimenti adeguati a una donna che ragiona. Questo dimostra quali danni possa produrre un prolungato colloquio con se stessi.

Mi è piaciuto perchè nonostante tutto, Kitty rimane viva, vera, e con i piedi terra; parla di problemi che tutte abbiamo avuto nella vita, sul lavoro, in qualche relazione che era troppo: troppo sbagliata, troppo intensa, troppo giovane. Però va avanti, come noi, perchè non si può fare altro. E’ simpatica Kitty, una brava ragazza, sincera e intelligente, chiacchierona e sensibile, testona il giusto, a volte stupida in amore come lo siamo state tutte. Una di noi, questa nonnina nata negli anni ’20, scanzonata e impenitente, che si fa un piangerino sul passato per poi pensare al futuro, perchè la vita passa in fretta, e i rimpianti sono solo porte aperte su capitoli chiusi, inutile riaprirli.

“A sentire Molly, io ho poche vere idee, sparpagliate come tappeti su un grande pavimento nudo. E’ bene interrogarsi sulle cose anche se non si può avere una risposta?”

Lorenza Inquisition

 

M*A*S*H – Richard Hooker #MASH #SerieTV

Titolo: M*A*S*H*
Autore: Richard Hooker
Traduttore: Marco Rossari
Anno di pubblicazione: 1968 (2017 attuale edizione SUR)
Editore: SUR Collana: BIGSUR
Tutto quello stress in molti di loro dava luogo a un comportamento che, almeno a uno sguardo superficiale, poteva sembrare in contrasto con gli schemi comportamentali della precedente vita borghese. Qualcuno sbarellò del tutto, ma la maggior parte si limitò a combinare dei gran casini, in ogni modo possibile e immaginabile. Questa è la storia di qualcuno di quei casini. È anche la storia di una parte del loro lavoro.
M*A*S*H (titolo originale MASH, A Novel About Three Army Doctors) è un romanzo scritto nel 1968 da Richard Hooker, pseudonimo di H. Richard Hornberger e Wilfred Charles Heinz, ambientato in un ospedale da campo americano durante la guerra di Corea (1950-1953) (l’acronimo MASH sta per Mobile Army Surgical Hospital).
Richard Hornberger cercò per diversi anni un editore disposto a pubblicare i suoi ricordi della guerra, finchè un famoso giornalista sportivo, W.C.Heinz, accettò di revisionare il suo scritto. Il libro fu quindi pubblicato e divenne un successo, tanto da interessare Hollywood, che nel 1970 ne produsse un film diretto da Robert Altman, Oscar come migliore sceneggiatura non originale e Palma d’Oro a Cannes nel 1970. Due anni dopo fu lanciata quella che è una delle serie più amate e di successo della televisione, il cui finale detiene tutt’oggi il record imbattuto di episodio conclusivo più visto nella storia della TV americana.
MASH racconta le avventure di tre giovani medici militari, Occhio di Falco Pierce, Duca Forrest e Trappolone John, i quali prestano servizio in una scalcagnata tendopoli che costituisce un centro ospedaliero chirurgico dell’esercito americano vicino al fronte della guerra di Corea. Sono tre chirurghi eccellenti, che operano in condizioni precarie in turni di lavoro massacranti nel momento in cui è in corso una battaglia; e nei momenti di stasi si dedicano con convinzione al fancazzismo sfrenato e a una variegata serie di pazzie da ubriaconi, nell’intento dichiarato di mantenere una certa sanità di mente di fronte alla follia di quello che vedono ogni giorno nelle sale operatorie. Queste tendenze goliardiche extracurriculari li pongono in conflitto con gli esponenti più rigidi della gerarchia militare; ma sono medici davvero bravi, e i loro responsabili preferiscono comunque mantenere un’unità chirugica eccellente anche se composta da cazzoni frustranti e indisciplinati.
Il libro e gli adattamenti televisivi uscirono negli anni Settanta, dieci anni dopo la guerra di Corea, di cui parlano; ma mentre il pubblico si affezionava ai personaggi di MASH, un’altra guerra americana si portava via giovani oltreoceano in Asia, generando l’identificazione verso i protagonisti e altissimi livelli di empatia.
Il romanzo è essenzialmente una commedia, che non disdegna momenti seri, i personaggi sono credibili e umani, è impossibile non affezionarsi, o dimenticare che, pur se romanzate, queste sono storie di medici che hanno davvero combattuto contro orrori fin troppo reali.
Letterariamente non è un granchè, Hornberger sarà stato un bravo chirurgo ma come scrittore lascia proprio a desiderare. Il libro è strutturato a episodi, nasce già come un telefilm, i vari capitoli si susseguono narrando le imprese goliardiche e a volte mediche dei protagonisti tra frustrazione, adrenalina, fancazzismo, depressione, noia, caldo, freddo, esaltazione, bevute a oltranza e grande inventività nelle burle.
Niente a che vedere con gli illustri predecessoridi culto Comma 22 e Mattatoio nr. 5, è un libro da approcciare se si vuole un po’ di leggerezza, o se si ha un momento di nostalgia per gli anni ’70, ma è oggettivamente un lavoro che non sarebbe mai stato ricordato se non avesse dato vita a quei superiori momenti artistici nonchè iconici che sono la serie televisiva e il film di Altman. Che insomma, comunque mica è poco, per carità.
“- Radar: Aerei!
– Hawkeye: Quanti sono?
– Radar: Troppi!
– Trapper: Abbiamo avuto abbastanza perdite in due giorni.
– Radar: Io lo farei presente al nemico, signore.”
Lorenza Inquisition