Muro di casse – Vanni Santoni #VanniSantoni #Laterza

E’ un libro strano, che parla di un mondo che è in sé estraneo, completamente alieno alla maggior parte di noi, soprattutto se sopra una certa età. Eppure abbiamo sentito per anni i media parlare, molto superficialmente peraltro, di questi famigerati “rave party” durante i quali i ragazzi ballano davanti appunto ad un muro di casse, fino allo sfinimento, spesso assumendo droghe di vario genere… Drogati, strafatti, persi, li abbiamo sempre considerati un po’ così.

Eppure Muro di casse ci rivela che si tratta invece di rappresentanti e seguaci di una cultura, quella dei rave, dei teknival e dei free party, che forse è stato l’ultimo genuino movimento giovanile di massa, che soprattutto fra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo, ha rimescolato le culture giovanili di tutt’Europa, ed è forse stato uno dei pochissimi fenomeni culturali schiettamente europei che abbia davvero spazzato via ogni confine nazionale.

Questa folla di ragazzi si muoveva perpetuamente con mezzi di fortuna per tutta Europa, da una festa ad un’altra, feste alle quali partecipavano spesso in migliaia o decine di migliaia; si erano creati una rete informativa che li pilotava sul luogo della festa secondo strategie che miravano soprattutto ad evitare l’intervento preventivo della polizia. I luoghi di raduno potevano essere boschi, capannoni industriali o istallazioni militari dismesse, ma anche peggio di così, come nel racconto della quindicenne Viridiana che scappa di casa per unirsi a degli sconosciuti raver in viaggio verso un’ipotetica festa che si doveva tenere a… Tuzla, in Bosnia, nel ’94, in piena guerra civile, fra colpi di mortaio e cecchini, mentre la madre la crede a Londra a studiare inglese.

Muro di casse ci parla di questa cultura e di questi giovani, lo fa in forma di romanzo, ma non è davvero un romanzo, è più un riassunto, una descrizione dell’insorgere, dello sviluppo e del significato di questo strano movimento, con tutte le sue estetiche, le sue diramazioni musicali, le sue droghe e il suo linguaggio spesso di difficile accesso per gli estranei, cioè noi; il tutto viene raccontato dall’autore in un linguaggio gergale in cui si intrecciano dialoghi, pensieri e considerazioni soprattutto di due di questi giovani, Iacopo e Cleo, che discutono o rievocano le feste cui hanno partecipato, facendo riferimento a luoghi, generi musicali, fenomeni che io, devo confessare, non conoscevo affatto; ho dovuto sempre tenere Google a portata di mano leggendo…

Il libro mi ha affascinato e mi ha molto colpito, ma meglio di me ha recensito questo libro qualche tempo fa Giulia Casini nel suo post del 25 febbraio scorso, per età ben più vicina a queste realtà giovanili.

Cito solo alcuni passi del libro per dare un’idea del linguaggio e di come i dialoghi fra due ragazzi servano in realtà a spiegare a noi cosa è stato questo movimento giovanile:

“… era impossibile, se avevi sete di cose fresche, di cose potenti, non abbracciare subito quel discorso nuovo, anzi il fatto è che noi, io almeno, ero a caccia disperata del discorso nuovo, eravamo cresciuti nei collettivi dei licei, avevamo fatto politica, volevamo fare politica, volevamo farla in modo diverso… e invece a un certo punto bam arrivano questi, una cosa mai vista, completamente avanzata, avevano tutto quello che cercavamo, anche se declinato in modo bizzarro e distorto: energia, autonomia, immaginario, radicalità, antagonismo, internazionalismo, capacità di coinvolgimento, antielitarismo, identità meticcia e permeabile, una musica che spaccava il culo, e poi un approccio nuovo rispetto agli spazi, che in Italia si ricollegava in maniera perfetta a tutto il discorso aperto dagli spazi occupati e autogestiti…”

Inoltre, non bisogna dimenticare che “Va bene. Il discorso politico sì. L’impegno sì. E la contestazione sì. Ma il fatto è che era la cosa più divertente che chiunque di noi avesse mai provato. Serve altro?”.

E infine “noi comunque abbracciando, ognuno a diverse declinazioni, anche personalizzandolo, proprio perché era permeabile, malleabile, collettivo ma sotto sotto anche individuale, questo qualcosa che spirava in Europa, eravamo novità. Di più: eravamo almeno un poco reali, mentre loro sì, ecco, loro erano già fantasmi”.

Resta la questione droghe, che è l’aspetto più sconcertante di questa cultura rave, di questo mondo sotterraneo e trasversale; alle droghe sono dedicate molte pagine verso la fine del libro, e quel che ne emerge è soprattutto la consapevolezza che un volta che una scena rave si riempie di gente che è lì solo per quel business, con “quegli occhietti avidi, troppo lucidi oppure privi di qualunque luce, da gente brutta in posti brutti, peggio di una banca”, allora è segno che la festa sta per finire. E comunque, la tesi fornita nell’appendice “Il teknival in 10 discipline”, è che le droghe, nella società contemporanea, stanno dappertutto, ai free party sono solo più visibili.

Muro di casse è la prima cosa che abbia mai letto sulla scena rave italiana ed europea, ed è stata una scoperta piuttosto interessante; ho anche cercato più informazioni, ho trovato anche in rete diverse storie del movimento, non so quanto attendibili e precise, ma non so se sono stati prodotti studi seri sull’ argomento. Mi sembra però di poter dire che il fatto che così poche persone fuori dal mondo dei rave ne sappiano qualcosa, implica che questo movimento giovanile, contrariamente a molti di quelli che l’hanno preceduto (hippy, o punk ad esempio) non è mai filtrato fino alla cultura mainstream e, di conseguenza, non è stato possibile più di tanto farne un business.

In conclusione, Muro di casse è un libro per chi è curioso della diversità umana, e non ha paura di leggere di cose che non può capire fino in fondo; per me quindi, è stato un po’ come quando leggo libri che mi parlano di fisica quantistica… non ci potrò mai davvero arrivare, posso solo intuire, ma leggerne da chi ne sa scrivere bene, me ne fa sentire almeno un poco il sapore e, se va bene, la poesia.

Giuseppe Mandolino

Cosa è stata questa “cosa” sfuggente, multiforme ed entusiasmante avvenuta in Europa tra il 1989 e oggi – una cosa lunga dunque un quarto di secolo? Proprio dalla consapevolezza che nessun dato potrà mai avvicinarsi al significato profondo del rave, del trovarsi lì, a ballare davanti a un muro di casse fino al mattino (e sovente fino a quello ancora successivo) in quelle industrie abbandonate, in quei capannoni, in quei boschi, in quelle ex basi militari, fiere del tessile, ballatoi, vetrerie, depositi ferroviari, rifugi montani, bunker, uffici smessi, pratoni, centrali elettriche, campi, cave, rovine di cascinali, finanche strade di metropoli quando venne il momento della rivendicazione, è nato questo libro – perché, sia pure con una forte impronta documentale, in casi come questo il romanzo è il più potente strumento di analisi e rappresentazione della realtà.

Vanni Santoni – La stanza profonda #recensione #VanniSantoni @nellogiovane69

“eppure, si era aperto un varco. Da quella stanza immaginaria e dalle sue porte era già cominciata una partenogenesi vertiginosa di possibilità, direzioni, eventi, mondi.”

Contaminando la fiction con elementi di memoir e ricostruzione storica (pur restando fiction a tutti gli effetti), Santoni si produce in un affresco della stagione dei giochi di ruolo in Italia. Lo fa dall’interno, innestando il punto di vista su un dungeon master tanto entusiasta all’epoca dei fatti narrati quanto disincantato – quasi arreso – nel presente, il presente (questo presente) da cui racconta, rivolgendo a se stesso una seconda persona singolare che sembra voler prendere le distanze, misurarsi. Rispetto al precedente Muro di casse, che similmente gettava luce su una cultura altra come i rave, qui non si respira un senso di epica residua. Sembra quasi restio, Santoni, ad addentrarsi nella dinamica del gioco, a descrivere il giocare, come se volesse preservarlo nel suo status di mistero insondabile, indescrivibile: “il gioco si gioca”, come dice uno dei protagonisti. Il risultato è un romanzo breve e crepuscolare, un quasi romanzo di formazione attraversato da un senso di rimpianto sfilacciato, condotto col tono di chi accetta il portato di un’esperienza marginale seppure fiera e gravida di conseguenze. Il gioco di ruolo è una vena che pulsa con intensità sempre più definita e solida, unendo i protagonisti in un’accolita scombinata ma fervente, finché – nelle pagine risolutive – il bilancio non può che sottolineare il paradosso: mentre la realtà dissolve senso, il gioco lo coagula, diventa un senso forte, persino IL senso per una generazione che ha smarrito l’appartenenza al reale organizzatosi in sistema sociale.

“il mondo di Dungeons & Dragons era un universo di folli architetti del sotterraneo: perché si scavava così tanto? Ovunque un campo ctonio speculare al mondo e altrettanto selvaggio; ovunque passaggi, porte, sale buie da rischiarare con torce o incantesimi… Si torna al dungeon perché è il luogo del subconscio. Di più: perché è il subconscio, dove il dettaglio si scioglie in archetipo e il tempo si riorganizza a sistema di scelte.”

Come in Muro di casse, le pagine che sembrano sublimare l’operazione lo fanno svoltando in direzione road story: se in quello era un febbricitante e persino eroico viaggio in una ex-Jugoslavia coi proiettili che ancora ronzavano come insetti assassini nella notte, in La stanza profonda è una peregrinazione negli States sulle tracce dei padri fondatori dei rule games, tra apparizioni pseudo-fantasmatiche e un frammento (l’installazione Prada Marfa degli artisti danesi Michael Elmgreen e Ingar Dragset, sulla route 90) preso in prestito dal bellissimo Absolutely Nothing di Giorgio Vasta e Ramak Fazel. Nel complesso è una lettura godibile, cui forse avrebbe giovato un tono più acceso (che non difettava al predecessore) ma che rappresenta comunque una importante conferma: il romanzo è un ottimo mezzo di indagine riflessiva quando deve trattare argomenti sfuggiti (più per rarefazione che per complessità) alla dimensione del saggio o del reportage, e Santoni lo sta padroneggiando con abilità.

“Quando poi, dieci o quindici anni dopo, realizzatasi l’egemonia dell’immaginario fantasy, la ragazza a suo tempo sedotta solo a prezzo di segretezza circa quell’insana passione per draghi, chierici e guerrieri, la menerà con Game of thrones o sfoggerà un tatuaggio in elfico (in Sindarin! Mi Sandarin, nan Eru!), saggio sarà non cedere alla tentazione del “te l’avevo detto”: il giusto gode, anzi, di aver avuto ragione da prima”.

Stefano Solventi