Tiziano Scarpa – Stabat Mater

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Ho scelto questa lettura perché guardando le copertine degli Strega era quella che mi piaceva di più. Sono proprio andata alla cieca e con fortuna. Inizio un po’ stridente, tutta questa atmosfera cupa non mi piaceva un gran che, in realtà col cambio di registro della seconda parte, che peraltro non avrebbe senso senza la prima, mi ci sono gettata a capofitto.
Cecilia è un’orfana di sedici anni, ospite dell’Ospedale della Pietà, abbandonata in fasce dalla madre. Il suo orizzonte di vita è chiuso fra le mura di questa istituzione caritatevole che si occupa dell’educazione delle bambine senza genitori. La notte passa lunghe ore scrivendo alla madre, che mai ha conosciuto, nascosta in cima ad una scala. Con le compagne ha la fortuna di suonare nella loro orchestra, il suo strumento è il violino. Tutto sembra immobile, nulla sembra scuoterla; ma tutto cambia per Cecilia quando arriva un nuovo maestro di musica: si tratta di un giovane prete dai capelli rossi, don Antonio Vivaldi, che fa scoprire alle allieve come sia possibile tramite i suoni produrre stati d’animo a loro sconosciuti. L’uomo nota subito le capacità di Cecilia, che diventa una delle sue favorite. Grazie al rapporto conflittuale con la sua musica, Cecilia troverà una sua strada nella vita, compiendo un gesto inaspettato di autonomia e insubordinazione.

Mariagrazia Aiani

Tiziano Scarpa – Groppi d’amore nella scuraglia #TizianoScarpa

La saga comica e poetica di Scatorchio, che per fare dispetto al suo rivale in amore aiuta il sindaco a trasformare il paese in una discarica di rifiuti.
Un libro originalissimo, commovente, scritto in una lingua sapientemente primitiva che dà voce allo scacco creaturale di fronte ai guasti dell’universo.

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(ri)lettura durante queste ferie. Sono in pieno Cartello di Winslow, ma l’altro pomeriggio mi è capitato fra le mani questo (secondo me) autentico capolavoro della letteratura italiana. Un piccolo poema scritto scritto in una sorta di grammelot nostrano che narra le pene d’amore di Scatorchio per Sirocchia dalle “bumbe cunfie de pasta panara”; vicenda che si inserisce nella descrizione di una resa, la resa dell’umanità al profitto, all’avidità, alla bruttezza. Una specie di Keats al contrario, un Endimione in cui il protagonista declama “te ce agguardo la frigna, Sirocchia, te ce agguardo la canna cularia, li capizzi lattari delle bumbe aggrasse”. Ma, come scriveva proprio Keats, la verità è bellezza e la bellezza verità.

Si legge in un’ora, folgorante e divertente.

Alessandro dalla Cort
“io me ce derentro de firifurfo
ne lu baracco de l’asenella,
ce guardo la cacanza a tterra
de la trippa esterica scuppiata,
ce agguardo ne la cacanza asenara.
Ce truvo la semeglianza cu lu ceffo mio,
ce truvo lu ceffo cacato de lu feglio mio,
ce visto la vita mia putra
che sulo la cacanza sappio incintà
ce singhiozzo de sanguine angoscio.”

A chistu munno
chi ce mantene la bellezza ce cumanda.
Ma puro chi ce mantene lu pauro ce cumanda.
Lu munno iè nu battaglio
de bellezza e de pauro.
Accusì ne la notte nottosa
lu pauro e la bellezza ce s’attizzano battaglio
pe cunquistà la scuraglia de l’ommeno.

DESCRIZIONE

Un paesino dell’Italia centromeridionale sta per trasformarsi in una discarica di rifiuti. Il sindaco approva, gli abitanti si oppongono. Durante una manifestazione di piazza, la rivalità fra due uomini innamorati della stessa donna cambia i destini generali.
Scatorchio, l’uomo che ci racconta questa storia, parla volentieri con tutti gli esseri dell’universo: da Gesù, agli uomini, agli animali. E lo fa in una lingua prodigiosa, che riesce a tenere insieme il sublime e il comico.
In questo monologo affollato di voci ci sono tanti personaggi vivacissimi: Sirocchia, Cicerchio, la vidova Capecchia, lu nonnio, lu sindoco, lu prete, li arabacci sfedeli, lu menistro de l’Iggene, Pruscilla.
Il ritmo è scandito da straordinari intermezzi in cui il protagonista incontra gli animali del paese, dando forma a un bestiario di figure indimenticabili: lu gatto gattaro, lu cane canaglio, lu rundenello, lu surcio pantecano, lu pepestrello. Vivono tutti una pena dello spirito, ciascuno di loro impersona una speciale forma di disperazione e nevrosi.
S’intreccia con la storia anche il rapporto conflittuale, ma alla fine devoto, del protagonista con Gesù, in una serie di preghiere che si rivolgono anche alla Maronna e a Iddio Patro.
Una freschezza sorgiva pervade le pagine di questo libro, una felicità d’espressione che pronuncia la contemporaneità affondando le radici nei vari strati storici della nostra lingua.

   Nel panorama moderno delle lettere italiane, desolante come una landa sahariana e arido da togliere ogni speranza, talvolta compare una piccola vena sorgiva autentica e arricchente, che rallegra.

Il piccolo libro di Tiziano Scarpa Groppi d’amore nella scuraglia,  mi sembra un libro di questa natura. Scritto in una lingua totalmente inventata ma comprensibilissima, costruita su un modello di dialetto meridionale franco, una specie di siciliano popolare da Cielo d’Alcamo di notevole rigore stilistico e linguistico, il testo è un poemetto narrativo, che racconta le disavventure di Scatorchio e il  suo amore per la bella Sirocchia, insidiata dal rivale Cicerchio.

A parte il pretesto narrativo, per così dire di attualità, cioè la creazione di una discarica nel paese, in cambio dell’installazione di un ripetitore televisivo, il poemetto si segnala per la capacità di comunicare immediatamente e di dire qualcosa di nuovo fuori dalla palude mefitica del romanzo (importante la scelta del poemetto e il ritorno a un dialetto stilizzato e creativo) e soprattutto per alcuni bellissimi intermezzi lirici, di poesia creaturale pura, da tanto tempo assente nella lingua patria, che hanno per protagonisti il “rundenello”, il “pepestrello”, lo “scuiattolo”, il “bombo muscario” (forse l’invenzione più convicente), la “lucertula”, il “gatto gattaro”, e poi figure da teatro sacro popolare, Gesù, la “Maronna”, in un universo paesano assoluto, cioè non confinabile in una realtà regionale precisa, che diventa spontaneo e può esprimersi nel dialogo.

Ecco un modo per dire cose che aggira i problemi della nostra lingua letteraria, medievale e aristotelica, che rimane strutturata persino nella prosa di livello basso e anche quando chi scrive non la conosce neppure.

(Maurizio Clementi)