Victor Gischler – Notte di sangue a Coyote Crossing @nellogiovane69 #VictorGischler

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Tipico action noir con l’azione che morde le pagine, narrato in prima persona da un protagonista che distribuisce battute e sentenze a condire la cronaca. Avvisato il lettore di ciò (in ogni caso lo capirebbe dopo dieci minuti), è un romanzo divertente, poco impegnativo, che fallisce la carta del coinvolgimento e in molti casi – peggio – quello della sospensione dell’incredulità, due aspetti che un Lansdale – cui in molte recensioni Gischler viene accostato – non fallisce quasi mai per la capacità di dosare i fattori umani dei protagonisti (ironia, cinismo, rettitudine, paranoie, malinconi, rabbia eccetera). Qui invece la bidimensionalità pulp prende la mano, sembra quasi non esserci mai reale sofferenza, il sensazionalismo brucia le emozioni. Consigliabile come lettura di decompressione tra due titoli più impegnativi, diciamo.

Stefano Solventi

DESCRIZIONE

Il cadavere di Luke Jordan giace sul pianale del pick-up, i suoi occhi sbarrati incrociano quelli di Toby Sawyer, il vicesceriffo part-time che lo ha in custodia fino al mattino, l’ultima ruota del carro del più piccolo ufficio dello sceriffo della più minuscola e insignificante contea dell’Oklahoma, Coyote Crossing. Ma quel cadavere scompare: trafugato, seppellito o resuscitato? Toby non ne ha idea, però se non lo ritrova entro l’alba rischia il posto. Per questo si mette a caccia. Ma quella che comincia – dal tramonto all’alba – è un’apocalisse: duelli a colpi d’ascia, un traffico di clandestini nel cuore dell’Oklahoma, sparatorie all’ultimo sangue, sceriffi psicotici, triangoli amorosi, inseguimenti mozzafiato e gli indemoniati fratelli Jordan che vogliono vendicare Luke e sognano di farlo a pezzi in un’ultima sfida che profuma di O.K. Corral. E quel dannato cadavere continua a non saltare fuori…

Giallo francese: Boileau-Narcejac

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La premiata ditta Boileau-Narcejac, probabilmente l’unica a poter rivaleggiare in notorietà con l’altra coppia americana degli Ellery Queen, possedeva una consapevolezza teorica che pochi altri hanno avuto. S’erano accuratamente divise le parti nella scrittura: «uno doveva occuparsi quasi unicamente della meccanica – scrivono loro stessi -, l’altro doveva occuparsi dei personaggi indipendentemente dal primo». Lo scopo doveva infatti essere la creazione di un genere giallo capace di situarsi nello spazio intermedio tra la scuola dei duri all’americana, saldamente realistica e violenta, la detection a enigma inglese, e il classico noir francese ambientato dentro una malavita disperata e maledetta. Il frutto furono fortunati romanzi a partire dai primi anni Cinquanta, in cui era sparita la figura classica dell’investigatore, il punto di vista narrante era incentrato sulla vittima stessa, che cadeva in una macchinazione come dentro la tela di un ragno: «la vittima sia condotta non soltanto a indagare sul proprio caso, ma ancor più a delirare, quanto più essa si sforza di ragionare rettamente». Una suspence totale in cui il giallo vira su un delirio fantastico, e inscena una specie di dannazione del protagonista-investigatore-vittima per un qualche peccato originale. Ragion per cui, un regista come Hitchcock, ossessionato dai meccanismi del peccato e del senso di colpa, adottò il loro capolavoro nel celeberrimo film con James Stewart e Kim Novak. Ma il film si distacca molto dal libro, che non concede nulla alle inevitabili consolazioni hollywoodiane, e racconta dell’autodistruzione di un avvocato che s’innamora della donna che deve sorvegliare, la quale prima muore suicida e poi – sembra? – ricompare in un’altra città. L’avvocato non vedrà abbastanza – o vedrà troppo – per capire veramente in che vertigine è caduto.

Pierre Boileau (1906-1989) e Thomas Narcejac (1908-1998), prima di decidere di lavorare assieme, avevano scritto ciascuno numerosi romanzi e racconti, più volte premiati, e, entrambi, si erano impegnati nella riflessione critica sul genere poliziesco. Dal loro incontro, tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, sono venuti circa venti romanzi, quali I diabolici (1952), I demoniaci (1955), Il sepolcro d’acqua (1960), sceneggiati poi, spesso più volte, per il cinema, come La donna che visse due volte del 1954.
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