Chris Adrian – La Grande Notte

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Questo romanzo mi è piaciuto proprio poco assai, e qui si dimostra quanto ne posso capire io di libri visto che in America la critica letteraria ha esaltato Chris Adrian come penna eccellente, nominato addirittura dal The New Yorker fra i venti migliori scrittori americani con meno di 40 anni. Premetto che è davvero scritto bene, quindi forse è solo il genere che non gli si confà, anzi dirò che è scritto talmente bene che potrei dargli un’altra possibilità in futuro se cambia registro di storie, ma qui mi ha così ammorbato che si prende due stelline angolose giusto per la scrittura e per il resto dimentichiamocene proprio. Madonna i nervi.

La grande notte è una rivisitazione in prosa del Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. Cominciamo subito con lo spazzare via le ragnatele di nostalgici e ammiratori del Bardo, che qui brilla per la sua assenza, e che è stato scomodato giusto per il canovaccio della trama e neanche tutto, e nulla più. Insisto che vi sia chiaro il concetto che La Grande Notte non ha niente di William, zero, nisba, ciccia, zut. Dopo non dite che non vi ho avvisato.

Questo è un romanzo lungo in cui tre umani, ciascuno di loro reduce da una storia d’amore finita male, si inoltrano in un parco di San Francisco nella notte più lunga dell’anno per raggiungere la casa di un conoscente dove si tiene una grande festa. In quel bosco, in una dimensione vicina – così vicina che spesso si interseca- a quella umana, la Regina delle Fate, Titania, piange il suo perduto amore Oberon, Re degli Elfi, ma soprattutto piange il suo Bambino Perso, morto qualche tempo prima. Il piccolo popolo ha dalla notte dei tempi  l’abitudine di rubare bambini umani per tenerli come sostituti di figli, giocattoli o servitori per qualche anno, solo finchè sono piccini: quando crescono la magia viene loro tolta, e li riportano nel nostro mondo. Questo particolare Bambino, però, era malato, molto malato, così malato che nemmeno la magia potè curarlo. Titania, madre surrogata, creatura non umana con una percezione dell’amore distorta dalla propria immortalità e dalla magia, alla vista delle sue sofferenze e alla disperazione crescente di dover accettare un fato cui il piccolo popolo non deve assoggettarsi mai, scopre per la prima volta nella sua lunga, infinita esistenza, il dolore. Ama quel bambino, lo ama davvero, e deve perderlo. Questa devastazione dell’animo la porta, una volta che il piccolo muore, ad allontanare tutti, compreso il marito Oberon che la abbandona dopo un ultimo aspro litigio. Queste sono le premesse per la parte fantasy, che è l’unica dove il libro tutto sommato funziona: i piccoli elfi fatti di rami e bestioline, le fatine e i loro vestitini e le foglie e la rugiada e le ragnatele, le coroncine di fiori e i sontuosi banchetti onirici, la sostanziale disumanità intrinseca del piccolo popolo che tortura un poco, per gioco, qualche bestiolina sotto incantesimo e a volte qualche umano, poichè non vede differenze tra le due specie, tutto è reso in modo credibile e affascinante. 

Poi arrivano le storie dei tre umani, che dovrebbero nelle intenzioni dell’autore intrecciarsi sinuosamente tra di loro e con la parte fantasy. Ah ah ah la sinuosità! ah ah ah la tauromachia!!!

Dire che sono brutte è fare un complimento, sono insensate, lunghe, inutilmente digressive e pure irritanti. Se queste parti fossero state staccabili le avrei buttate a terra e calpestate, e poi ci avrei fatto pisciare sopra dalla cana. Un romanzo corale non è mai facile da gestire, e qui c’è veramente una gran confusione tra passato e presente nelle vite di personaggi di cui tutto sommato dopo le prime duecento pagine ti comincia a importare zero meno di nulla. L’ho eroicamente finito anche se dopo la metà non capivo più bene di chi fosse il fratello morto che stava facendo sesso con quale altro fidanzato dei protagonisti che era stato rapito da bambino da una delle fate che però forse se ne ricordava avendo piantato nel giardino di uno degli altri fidanzati un albero magico BLAH.

Non lo comprate, vado a rileggermi il vecchio Bill per sciacquarmi la testa.

Lorenza Inquisition

 

Don Winslow – Il potere del cane #DonWinslow

Questo è veramente un libro grandioso, adrenalico, violento e indimenticabile. L’avevo sul comodino da un po’, rimandavo sempre ma adesso che è uscito il suo seguito naturale, Il Cartello, mi ci sono ficcata in apnea proprio.

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Immagino che tutti gli amanti del noir americano -ma non solo- lo abbiano già letto e digerito. Provo a recensirlo brevemente per chi non segue tanto il genere o non conosce Winslow. Il potere del cane racconta in modo romanzato su fatti veritieri, senza alcuna pietà, il mondo dei cartelli del narcotraffico messicani, il loro modo di fare affari, le loro infinite guerre intestine e al di fuori del Paese. Dal Messico alla Colombia, da New York alla California, la droga segue un percorso tortuoso e a volte geniale, sotto l’occhio connivente degli Stati Uniti, nazione che ne esce dipinta in modo assai poco lusinghiero, soprattutto per la politica estera portata avanti negli anni in centro e sud America. La narrazione parte dalle singole vicende di alcuni protagonisti ricorrenti, e si snoda per molto tempo lungo le loro vite, dagli anni ’70 al 2004, toccando ogni aspetto della storia del narcotraffico e della devastazione che lascia nelle esistenze di chi vi è coinvolto, da una parte o dall’altra della barriccata. I due protagonisti, e arcinemici, sono un poliziotto della DEA che cerca di bloccare in modo legale il traffico di droga, e l’erede di una delle famiglie che gestiscono i cartelli in Messico. Entrambi partono con qualche illusione di gioventù di poter fare altro, e meglio, per finire anno dopo anno a sporcarsi sempre più le mani per arrivare a trionfare sul nemico. 

E’ un libro molto crudo, dove non ci sono giusti o degni: la corruzione del male dilaga in ogni animo, anche chi vuol fare del bene deve turarsi il naso o fingere di non vedere, diventando se non colpevole almeno connivente. Molti dei personaggi muoiono, di morti spesso orribili; e sempre, il traffico di droga continua, prospera, dilaga inarrestabile. Ci sono scene feroci di torture e ammazzamenti, e anche se alcuni personaggi sono violenti come dei protagonisti di un film di Tarantino, al limite del riso isterico, non è sempre stato facile per me distaccarmi da alcune violenze. Se siete impressionabili, non è un libro per voi: è brutale, grafico e senza pietà. E’ scritto magistralmente, ed è un libro che una volta iniziato sarà impossibile accantonare, un ritratto dell’inferno, e della follia morale che lo accompagna. Un grande libro di fiction, basato su una storia tristemente vera.

Lorenza Inquisition