Lady Sings the Blues – Billie Holiday – William Dufty #BillieHoliday

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William Dufty era un giornalista e scrittore del New York Times, che conobbe quella che poi sarebbe diventata sua moglie, Maely, durante la Seconda Guerra Mondiale. La signora viveva vicino ad Harlem da tempo, ed era amica e confidente di una cantante jazz che cominciava a diventare molto famosa in quegli anni. Erano anzi così amiche che anni dopo, alla nascita del primo figlio di William e Maely, la cantante, che si chiamava Billie Holiday, tenne a battesimo come madrina il bambino. William Dufty frequentava regolarmente Lady Day, divennero amici e confidenti, e nel 1954 cominciarono a lavorare alla biografia della cantante, che divenne qualche tempo il libro di cui sto parlando, Lady sings the blues.

Una critica riconosciuta da anni a quest’opera è la sua inaccuratezza storica, in quanto Dufty si limitò a trascrivere le storie che gli raccontava Billie Holiday senza preoccuparsi, prima di pubblicarle, di controllarne l’autenticità, perchè il suo scopo non era scrivere un libro, ma lasciare che Lady Day raccontasse la sua storia a modo suo. Ciò non vuol dire necessariamente che la cantante mentisse in modo spudorato e senza timore: semplicemente significa che in molti casi la signora raccontava la sua versione di una vicenda passata, senza contraddittorio. Questo, è ovvio, può essere fastidioso come concetto se si vuole leggere una biografia come studio storico. A me però piace ricordare un commento lasciato da una giornalista al riguardo, che ho trovato molto sensato: “Questo libro non è Billie Holiday che si siede alla macchina della verità e fallisce su alcune domande. Questo libro deve essere letto come un’ultima, imperitura performance di Lady Day, che parla e riversa il suo cuore non attraverso note e canto, ma con le sue parole e i ricordi”.

Mi piace questo concetto, perchè penso che molto di questo libro sia vero, al di là di tutto.  Billie Holliday visse una vita dura, difficile e dolorosa; aveva un incredibile talento, sperperò quasi tutto il denaro guadagnato in droghe, prestiti ad amici, aiuti alla madre. Fu abusata da bambina, subì violenze di ogni tipo, si prostituì a 14 anni, fu cresciuta da una madre che aveva appena 15 anni più di lei, e visse tutta la sua vita in piena segregazione razziale. Nessuno può attraversare tragedie simili uscendone del tutto sano e felice, eppure in tutto il libro, la sua voce racconta in modo tranquillo, e a volte persino allegro, di come tutto il suo passato rimase sì con lei per sempre, ma senza quasi mai sopraffarla. Penso che quello che piace in questa storia sia come Lady Day racconti cose orribili a volte piangendosi un po’ addosso per conforto, a volte in modo più sereno, sempre comunque con sincerità. Piace perchè è così che funziona per tutti, accetti quello che puoi, superi quello che riesci, vai avanti un po’ alla volta, a volte anche facendo passi indietro. In questo, nonostante certe storie esagerate o poco accurate, è un libro vero, e rimane con te per questo motivo, con la voce splendida di Billie e i suoi occhi che sembrano essere lì a sorriderti mentre ti dice Mangiati un po’ di questo pollo fritto di mamma, giuro che non ne hai mai assaggiato di così buono.

“I’ve been told that nobody sings the word ‘hunger’ like do. Or the word ‘love’… All I’ve learned is wrapped up in those two words. You’ve got to have something to eat and a little love in your life before you can hold still for any damn body’s sermon on how to behave. Everything I am and everything I want out of life goes back to that.”

Sono sessant’anni che Billie Holiday ha pubblicato la sua storia, e ancora non siamo capaci di imparare questa sua semplice lezione di vita.

Lorenza Inquisition

Chiarori – Göran Tunström #Iperborea #GoranTunstrom

Che Göran Tunström sia un grande scrittore è un dato di fatto nel mondo dei dati di fatto. È da L’Oratorio di Natale, il primo suo libro che ho letto, che lo so. È stato molto semplice capirlo, sono bastate poche pagine per constatare il passo di marcia. È un fondista, uno da lunghe distanze, perfino un maratoneta e lo si vede bene che la cadenza che tiene è quella del campione che sa di essere più forte di tutti e amministra il suo talento con giudizio: pacatamente, giudiziosamente, come se fosse una cosa naturale, consuma la strada e gli avversari. Vince per distacco e per ammirazione. È un eroe classico, un campione di quelli da filmato d’epoca, da insegnare ai bambini dicendo “Vedete cosa sapeva fare?”.

rosie6

Cercando un autore di letteratura svedese che non fosse un giallista, ho trovato questa perla di scrittore, che mi ha incantato. Prima di avventurarmi in questo biblioviaggio intorno al mondo non sapevo (capra!) esistesse un realismo magico nordico, lo pensavo solo relegato ai paesi sudamericani. E invece l’ho trovato anche nella fredda tundra, in un romanzo dolce e remoto che srotola una storia che piano piano si amplia e si inoltra nel tempo e nello spazio lasciandoci affascinati.

La trama è vaga e stravagante, un commovente rapporto padre/figlio ambientata in un’Islanda da Wodehouse, un Paese semplificato a villaggio dove tutti si conoscono, in cui sono tutti un po’ poeti e musicisti, e un po’ parenti- tra attimi surreali e comici (con protagonisti un pallone, il rafano e vasi ming), momenti di magia e pagine di straziante tenerezza.

“Papà è la mia mamma. Mi nutre con marmellata di moretta e mousse di licheni. Mi costringe ad ingoiare olio di fegato di pescecane, mi pulisce il naso e stende su di me le sue ampie ali nella cucina di casa, quella cucina che ha visto tante pagnotte nascere, tante torte lievitare”.

“Eppure un dio aveva attraversato quel paesaggio e l’aveva incantato: davanti a noi, scintillanti di verde sulla superficie immobile, si ergevano gli iceberg. Costruzioni che c’erano voluti millenni a realizzare. Rosa, azzurro freddo, immensi. Simili a torri, a esseri umani, oppure piatti. Che cosa attendono gli iceberg?”

Scrive benissimo Tunstrom, pacato e lieve, stupefacente immaginazione, sciorina piano il piacere della narrazione. E’ uno da lettura lenta, ogni frase da assaporare, vorresti leggerne pagine e pagine ma ti costringe ad adattare il suo passo al tuo, ogni periodo genera una riflessione, un pensiero da sottolineare, un brano da ricordare e su cui ritornare.

“Sono entrato in casa e mi sono diretto verso i fogli bianchi, verso la fede e il dubbio, il cosmo e il caos, per cercare di organizzare la vita che è stata e che nella ricostruzione torna ad essere, se non la sua, almeno una vita, e se non una vita, almeno, forse, un racconto, un più o meno dolce passatempo sulle ridicole cose che, nel loro insieme, portano il nome d’amore”.

 Forse non è per tutti questo libro, e Tunstrom in generale, chissà. Però io ne sono rimasta folgorata, e penso che ci sia qualche sognatore nascosto fra voi, che attende solo di incontrarlo. Purtroppo l’unica edizione disponibile è del vecchio catalogo Iperborea, di quelli fastidiosissimi rilegati stretti stretti che se provi a smollarli un pochino per leggere meglio ti si aprono come cozze e rimangono lì spalancati e tristi, scollati mogi coi fogli che svolazzano.

Lorenza Inquisition 

DESCRIZIONE

Petur torna nella sua casa d’infanzia per raccogliere pensieri e ricordi dopo la morte del padre Halldor. Ripercorre le tappe della sua esistenza: dall’infanzia magica in cui il padre era il suo universo, al distacco dell’adolescenza con la perdita del simbolico “Sacro Pallone” avuto da lui in dono, che lo guiderà però da adulto alla conquista della sua Principessa. Ricostruisce anche la vita del padre: l’uomo famoso che legge alla radio il listino del mercato del pesce, che sa evocare donne fatate al chiaro di luna e trasformare in sala da concerto la sua cucina e che conoscerà il dolore dell’abbandono, dell’emarginazione della follia e della vecchiaia, per arrivare infine alla riconciliazione.