Narcopolis – Jeet Thayil #Narcopolis

Leggere il mondo: India

Per ogni felicità esiste un’infelicità uguale e contraria.

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Altro tassello della mia pila (un pilone ormai) di libri per capire poco poco niende niende l’India, Narcopolis è un romanzo contemporaneo, del 2012, ma è ambientato per molta parte negli anni 70. Il racconto non è lineare, una rete di piccole storie e vignette, di diversi personaggi e narrazioni, tutte incentrate sui vari tipi di droghe che durante gli anni subentrano nel mercato (l’oppio, l’eroina, e poi le sostanze chimiche) e sugli effetti che hanno su chi ne fa uso. La collocazione è a Bombay, in Shuklaji Street, che giace nel cuore del distretto a luci rosse di Kamathipura, dove uno dei protagonisti, Rashid, possiede una fumeria di oppio. Qui la sua e le storie degli altri protagonisti (un oppiomane, una bellissima prostituta eunuco, due spacciatori e un pittore/poeta laido e degenerato) si intrecciano, si alternano, procedono avanti e indietro nel tempo a volte spaziando in altre realtà.

E’ il classico libro in cui devi seguire l’onda lasciandoti andare senza pretendere di capire ogni cosa, o non assimilerai niente e il nervoso ti farà scagliare il libro da qualche parte. Qualche critico lo ha paragonato a Junkie di Burroughs, e se qualitativamente si possono avere delle riserve sul comparare i due scrittori, di sicuro sul tema e nel modo di svolgerlo ci sono similitudini. La narrazione può essere disturbante, non solo per lo stile ma anche per i temi trattati, molta violenza, abusi sessuali, corruzione, morte. In realtà però gli argomenti sviluppati in questo romanzo sono davvero molteplici, il dolore, la povertà, l’arte e la religione, la poesia e la reincarnazione, il sesso e l’astinenza. E poi ancora l’identità di genere e la scoperta di sè, il libero arbitrio e i sogni allucinatori di chi si droga.

Ho fatto fatica all’inizio e più o meno per le prime cento pagine ho arrancato faticosamente pensando di abbandonare, troppo confusa la narrazione, troppo stream of consciousness sotto effetto di stupefacenti per seguire senza mal di testa. Poi l’ho ripreso e deve essermi nel frattempo scattato in testa il relè che me lo ha fatto accettare come ritmo e narrazione e me lo sono finito in fretta e con molto piacere. Quindi se pensate che possano interessarvi stile o tematiche tenete duro, non è per tutti ma l’ho trovato un bel libro davvero.

Lorenza Inquisition

 

 

Leggere il Mondo: Tajikistan #biblioviaggio #Tajikistan

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Il Tajikistan è un ex stato sovietico situato nel cuore delle montagne dell’Asia Centrale, tra gole anguste e una distesa infinita di picchi mozzafiato separati da laghi turchesi profondissimi. Da qui Samarcanda non è così lontana, questa era la Via della Seta. Tutta la letteratura del Paese è stata, fino all’avvento della dominazione russa, in lingua persiana. Il regime sovietico introdusse l’alfabeto cirillico nella lingua tagica, e si sono distanziate le generazioni attuali dal patrimonio della letteratura persiana classica. Anche a livello estetico e tematico, la letteratura tagica di epoca sovietica si è ampiamente sintonizzata con i dettami del “realismo socialista”. Con l’indipendenza dall’URSS (1991), si sono messe in moto  dinamiche di distanziamento dalla cultura russa e contemporaneo rinsaldamento del legame con la tradizione classica persiana e islamica. La lingua locale, il tagiko, è una variante del persiano diffusa in Tagikistan, una lingua indoeuropea del gruppo iranico. Il più famoso scrittore vivente è Taimur Zilfikarov, al quale viene riconosciuta la capacità di riproporre lo stile degli antichi scrittori persiani, toccando sentimenti nazionalistici.

Non sono riuscita a trovare traduzioni inglesi (italiane poi, ah ah ah le matte risate) in ebook di scrittori tagiki contemporanei, quindi ho deciso di leggere uno scrittore persiano classico, Gialal al-Din Rumi  dato che l’origine delle due parlate è la stessa. Inoltre per completezza ho voluto leggere qualcosa di conteporaneo ambientato in Tajikistan, e l’unico libro papabile (e pensate allora gli altri cos’erano!) che ho trovato è Sixteen seasons, di David James, un giovane missionario americano che ha vissuto lì con sua moglie e due figli piccoli per 4 anni a fine anni ’90, dopo l’indipendenza dall’URSS e a cavallo degli attacchi alle Torri Gemelle. Speravo in un racconto come quello di Tuvalu, dove l’autore pur sognandosi di notte le patatine fritte e l’arrosto di vitello, ha lavorato in mezzo alla gente per due anni facendosi un mazzo tanto e anche parecchie risate. Il signor James a parte la discutibile abitudine, in quanto religioso, di salmodiare versi sacri e citazioni bibliche ogni dieci pagine cercando di infondere in noi lettori e nel suo pubblico tajiko la divina grazia cristiana, scrive male, e a volte pensa peggio. Si reca in pellegrinaggio con alcuni vicini musulmani in un luogo sacro islamico, e non trova di meglio da fare che ridicolizzare con noi le scritte sui depliants per i visitatori, e in genere ridersela per alcuni comportamenti dei locali. Sua moglie poi è pure peggio, interrogata da alcune donne locali sulla ricetta di alcuni biscotti, decide di dare due o tre lezioni di cucina, e siccome si accorge che le signore non capiscono il significato di “un quarto” o di altre unità di misura, inaugura la serie di corsi di cucina spiegando per ore le frazioni alle contadine tajike, lasciandole perplesse e scoraggiate. Sarà forse lodevole il suo intento, ma penso che sarebbe stato molto più semplice e diretto semplificare le misure: un bicchiere, due cucchiai, e così via.

Non è stato del tutto orrendo, per la verità l’autore a volte è riuscito a veicolare qualcosa del mondo in cui ha vissuto e che volevo conoscere. Per esempio quando spiega come l’ospitalità sia un valore assoluto, una sincera bellezza di una cultura che non è molto orientata sulle liste di cose da fare, ma lo è moltissimo sulle relazioni umane. O di come racconta come sia difficile la vita per molte famiglie povere per cui almeno due uomini del clan si trasferiscono in Russia per lavorare per mandare a casa i soldi, a volte anche per due o tre anni, una pratica così diffusa che c’è una filastrocca che i bambini canticchiano dove si parla dell’aereo che porterà a casa il babbo, prima o poi.

E poi ho capito bene il curioso convincimento tajiko che morta certa aspetta chi sia così sprovveduto da lasciare che una corrente di aria diretta tocchi la pelle nuda, e questo spiega perchè nelle foto siano sempre tutti belli coperti anche in estate da capo a collo, sudati ma felici di aver scampato un tristo destino. E anche in Tajikistan ci siamo andati! e via!

Lorenza Inquisition

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Qui c’è un articolo interessante sul Tajikistan uscito su Repubblica viaggi: http://www.repubblica.it/viaggi/2013/05/08/news/tajikistan_contatto_con_il_cielo-117050029/