Piergiorgio Pulixi, L’appuntamento

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Ho finito ieri notte questo libro, oserei dire un racconto lungo, non un vero e proprio romanzo. Non conoscevo l’autore ma ho letto in rete qualche recensione positiva, egli è stato nel vivaio di Carlotto e quindi sticazzi, ho deciso di che valeva la pena provare. Come genere è un thriller psicologico, noir ma anche pulp, e anche se in alcune recensioni si sono scomodati nomi come Ellroy e Wambaugh (ESTICAZZI DUE), magari io mi fermerei un momento, con l’encomio selvaggio. E’ un buon libro, mi piace come scrive e sa farti vedere i personaggi, sa tirarti dentro nella storia. Ci sono solo due cose che mi hanno ogni tanto ributtato fuori: uno, è che personalmente non sono tanto amante dell’UberCattivo, il personaggio genio del male fine psicologo ricchissimo e putentissimo che sta sempre due passi avanti a te e all’investigatore, il serial killer dentro che si sfoga con piani diabbolici à la Dr. No. Non mi piacciono tanto perchè o sei un quasi genio tu a scriverli e descriverli (i personaggi di Kevin Spacey in Seven ma anche ne I soliti sospetti) (sono film lo so, ma la sceneggiatura è perfetta e senza sbavature), o anche se sei bravo rischi di scadere nella macchietta, o in un qualche momento di ridicolo, e ci sono un paio di situazioni in cui Cattivissimo Lui è troppo cattivo, così troppo che dici abbasta. L’altro aspetto è che come sempre accade al genere del Malvagio Spectre, Cattissimo Lui non resiste al pippone finale in cui la vittima (o Bond) è lì legata e indifesa e lui però deve esplicarti per filo e per segno come ha fatto ad attivare sto suo piano genialoide. Una spiegazione ci sta anche ma se mi vai avanti col pippone per 10 pagine io mi addormento, o skippo. Sì lo so, son cattiva pure io. Ah no, non è vero, è un diritto imprescindibbile mio, in quanto Lettrice. Comunque al di là del pippone non skippate proprio tutto il finale perchè merita.

Detto ciò, bello l’inizio col botto, bello il finale come dicevo, bello quasi tutto. Tre su cinque, gambe lunghe e pedalare, me ne compro un altro sicuramente, del Pulixi.

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Follie di Brooklyn, Paul Auster

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Non avevo mai letto niente di Paul Auster, e adesso naturalmente sono qua a domandarmi Ma perchè cacchio non ho mai letto niente di Paul Auster, prima???

in realtà un po’ lo so, il perchè: Auster ha una certa fama di scrittore intellettuale dallo stile superbo che scrive storie amare, dure, con vena surreale. Storie difficili, a volte disperate, e per un motivo o per l’altro nel corso degli anni questa premessa mi ha sempre tenuto lontano. Comunque per ogni scrittore (e cantante) arriva poi il momento giusto, basta avere tempo e pazienza di aspettare: quindi ho cominciato la mia avventura con Paul Auster alla venerabile età di 45 anni, con The Brooklyn Follies, in italiano Follie di Brooklyn, Einaudi, e ne sono felicissima.

E’ il libro ideale con cui cominciare perchè, mi dicono, è il più ottimista e commovente. Tutte le recensioni contengono parole come consolatorio, incoraggiante, che fa bene al cuore. E in effetti mi ci ritrovo, è un libro bello, uno di quelli che finisci e vorresti poter riaprire in una nuova pagina per vedere altro di questo suo mondo e viverci un altro po’, e poi chiuderlo e riaprire un’altra pagina, e poi ancora.

Ha dei protagonisti molto accattivanti, alcuni strani, altri antipatici o deboli o pazzi, ma nessuno davvero odioso: sono umani, deboli, imperfetti, e cercano di essere felici. E anche se sbagliano cercano di rimediare, che insomma è un po’ il massimo che si possa chiedere a un essere umano.

E’ ambientato per la maggior parte a Brooklyn, come dice il titolo. Il protagonista principale è un pensionato, Nathan, divorziato, con un cancro in remissione. Decide di trovare un posto in cui ritirarsi a morire, e sceglie Brooklyn, con l’intenzione di scrivere un romanzo di aneddoti sulla sua vita di venditore di assicurazioni, e poi morire in pace. Ma la vita si sa, è quella cosa che ti accade mentre programmi altro, e quindi tempo qualche settimana Nathan ricomincerà a vivere, trovando amici, uno scopo, una famiglia.

E’ un libro scritto magnificamente, dove sì qualche volta emerge il temuto Auster intellettuale, ma in dialoghi sempre interessanti e godibili: che parli di cristianesimo o letteratura americana, di Bush o di arte moderna, non sono mai discorsi snob lasciati cadere dall’alto. Sono persone comuni che parlano, magari molto colte, che ti raccontano aneddoti e storie senza lasciarti sensi di inferiorità.

E’ un bel libro per tante cose, le storie, i personaggi, i dialoghi; e poi perchè ha un messaggio che rincuora: per tutti, disperati di ogni età sesso e religione, c’è speranza, sempre. Anche chi muore può avere un ruolo nella felicità altrui, anche chi è malato ha una sua ragione di essere e andare avanti.

Leggetelo.

Se non siete ancora convinti, fatevi convincere da questa bellissima recensione di Carlo, che mi ha fatto buttare sul libro senza ulteriori indugi:

https://cinquantalibri.wordpress.com/2014/11/27/paul-auster-follie-di-brooklyn/