Stoner, John Williams, The greatest American novel you’ve never heard of.

“In his forty-third year William Stoner learned what others, much younger, had learned before him: that the person one loves at first is not the person one loves at last, and that love is not an end but a process through which one person attempts to know another” .

Un libro, come si sa, non dice a tutti la stessa cosa, e non tutti reagiscono allo stesso modo a quello che ha da dire. Poi ci sono certi libri, certi grandi libri, certe superbe scritture per cui l’immedesimazione è percorso obbligato, ed entrare nella storia è inevitabile, perchè vi si trova tutto quello che costituisce le nostre stesse banali, piccole, grandi, straordinarie esistenze.

Ho amato molto Stoner personaggio, anche se a volte avrei voluto entrare nel libro e dargli degli sberloni, mi snervava proprio. E la sua storia l’ho trovata in generale deprimente a livelli galattici, infatti per l’ultima sessione ho fatto nottata pur di finirlo e non dovermi ritrovare anche la sera dopo a penare per il mio beniamino, è un dato oggettivo, Stoner è triste, nei momenti migliori solo malinconico, nei peggiori profondamente angoscioso.

Ma questo non cambia che sia una storia scritta meravigliosamente bene, una piccola vita non straordinaria che tuttavia ti risucchia per la sua intensità. John Williams intervistato su se sia giusto scrivere letteratura perchè intrattenga rispose che Sì, evidentemente non ha senso leggere se non se ne trae un grande senso di gioia, e “gioia” non è esattamente una parola che userei per descrivere come mi sentivo durante questa lettura. Ma se non c’era gioia ci sono state sicuramente empatia, attrazione, e una varia gamma di emozioni che vanno dalla commozione alla rabbia, e un senso infinito di ammirazione per la bellezza della scrittura.

E’ un libro magnifico e il professor Stoner rimarrà per sempre con chi legge, lui, la sua a volte ottusa malinconia di fondo, la sua fede infinita nei libri e nell’insegnamento, il suo tener duro nelle relazioni di padre e marito, pur con i suoi intrinsechi fallimenti, il suo essere Don Chisciotte contro i mondani giochi di potere dell’Università. E’ affascinante questo uomo dignitoso che vive una vita così normale, così triste e banale, e nonostante questo riesce a provare profondi sentimenti, amore, gioia, senso di completezza per quello che ha fatto.

He felt himself at last beginning to be a teacher, which is simply a man to whom his book is true, to whom is given a dignity of art that has little to do with his foolishness or weakness or inadequacy as a man.

Ho amato Stoner, e avrei voluto poterlo salvare dalla sua stessa esistenza, ma come dice lui stesso, provava allo stesso tempo vergogna e orgoglio, e soprattutto un amaro senso di disillusione, in sè stesso, nel tempo e nelle circostanze che lo avevano reso possibile. E’ un uomo di grande sapere che spesso non ha idea di come affrontare le varie sconfitte della propria vita, che è in genere esattamente quello che la realtà ha in serbo per tutti noi, ma non ne esce mai incattivito o rabbioso, non perde mai la propria umanità, nè l’amore per quello che la vita offre o gli ha offerto.

“You must remember what you are and what you have chosen to become, and the significance of what you are doing. There are wars and defeats and victories of the human race that are not military and that are not recorded in the annals of history. Remember that while you’re trying to decide what to do”

Come dice l’autore, Stoner viene spesso pensato dai lettori come un uomo che ha vissuto un vita triste e cattiva, ma io penso che invece abbia avuto una buona vita, davvero buona, certamente migliore di quanto la maggior parte della gente abbia. Ha potuto fare il lavoro che voleva fare, ha sempre amato quello che faceva, aveva il senso dell’importanza di quello che stava facendo, e non ha mai perso quello che davvero lo faceva sentire vivo, l’amore per l’insegnamento e per la Letteratura.

Se vi riconoscete almeno in parte in queste emozioni, leggetelo. E’ un viaggio duro, ma vale la pena farlo.

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A kind of joy came upon him, as if borne in on a summer breeze. He dimly recalled that he had been thinking of failure – as if it mattered. It seemed to him now that such thoughts were mean, unworthy of what his life had been.

 

 

The book of lost things, John Connolly

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The book of lost things è un fantasy di John Connolly, scrittore noto ai più per la serie thriller del detective Charlie Parker, un antieroe protagonista di storie cupe che in Italia ha avuto vita infelice, per traduzione e pubblicazione.

I libri con Charlie “Bird” Parker sono gialli violenti con assassini seriali, macabri trofei, a volte qualche tocco di paranormale. Le soluzioni sono spesso ambigue, ne ho letti tre o quattro di questa serie e li ho molto graditi. Scrive bene, e non sono mai trame banali. Questo fantasy è destinato a un pubblico più giovane, ma non è romanzo per minori: vi sono morti, violenze su bambini, scene sanguinose al limite dello splatter, e tanta tristezza.

La storia è ambientata, come periodo temporale, nella Londra in guerra durante i raid nazisti. Il protagonista è David, un ragazzino dodicenne che ama tanto leggere, e perdersi nelle storie, nei racconti, nelle favole. Il libro inizia con la morte, dolorosissima, della madre. Come in tutte le storie più classiche, il padre si risposa, e ha un bambino dalla matrigna; che poi non è, in realtà, una vera cattiva matrigna, così come il fratellastro neonato non è davvero odioso. Ma David è solo, è triste, è rabbioso; chiuso nella sua stanza a piangere la madre e a rimuginare, ascolta le voci dei libri sui suoi scaffali. E un giorno, da una porta del giardino che prima non c’era, sente la voce della mamma che lo chiama, e passa attraverso quella porta per entrare in un nuovo mondo.

Come ho detto, è un fantasy, e l’idea del “mondo al di là del nostro mondo” e del ragazzino che entra in un reame sconosciuto popolato da creature sovrannaturali non è una novità, in sè. Ma Connolly è scrittore di razza, e il rifugio che David cerca nelle fiabe e nei miti si rivelerà molto incerto, e la strada per uscirne difficile e impervia.

E’ un libro che mi è piaciuto tanto, ho letto una sera i primi capitoli e la sera dopo ho fatto nottata per finirlo, mi aveva proprio presa. Il fantasy è un genere dagli stereotipi ben fissi e riconoscibili: eroi valorosi, vecchi saggi, stregoni cattivi. Qui è tutto un po’ mischiato, in vari toni di grigio: eroi che muoiono, il ragazzino che deve salvarsi per lo più da solo, consiglieri che non consigliano più dopo tre righe, eroine egoiste e crudeli, adulti meschini e a volte più persi di un ragazzino in un altro mondo, come è spesso la realtà.

Al di là del viaggio che David deve affrontare per il passaggio dall’infanzia alla maturità, e di quello che succede al di là dello specchio, questo è un libro che parla di storie, e dei libri che le raccontano. Tutti quelli che David incontra in questo suo viaggio avranno occasione di raccontargli qualcosa: a volte è una fiaba a noi già nota che prende una deriva un po’ horror (in fondo, i fratelli Grimm non scrivevano esattamente favolette leggere), a volte è un racconto talmente cambiato da risultarci irriconoscibile. Vi saranno storie di eroi e di codardi, altre sanguinose, altre molto tristi. E tanti libri, e insomma già questo ci piace, direi.

Piaciuto tanto.

Il finale poi è davvero bello e poetico, io c’ho pianto una lacrimuccia (ammetto che sono un po’ mozzarella, ho la lacrima facile, piangevo anche alle pubblicità vecchie della barilla).

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Metto due passaggi che mi hanno intrigato, le traduco io dall’inglese quindi se qualcosa non vi quadra è colpa mia, non di Connolly:

“Prima di ammalarsi, la mamma di David soleva dirgli che le storie sono vive. Non sono vive come lo possono essere le persone, e nemmeno come lo sono i gatti o i cani. Le persone sono vive che tu decida di notarle o meno; i cani per esempio se capiscono che li stai ignorando troppo cercano di farsi notare. I gatti, naturalmente, sono bravissimi a far finta che la gente non esista quando fa loro comodo, ma questa è proprio un’altra questione.

Ma le storie sono differenti: le storie vivono mentre le racconti. Senza una voce umana che le legga ad alta voce, o un paio di occhi sgranati che le seguono alla luce di una torcia sotto le coperte, le storie non hanno una vera vita nel nostro mondo. Sono come semi nel becco di un uccello, che aspettano di cadere a terra; o le note di una canzone scritte su un foglio di musica, che desiderano uno strumento che porti la loro melodia in vita. Giacciono dormienti, sperando in un’occasione che le porti alla luce.”

“Sentiva i vecchi libri di sua madre parlargli: da principio appena un sussurro, poi ad alta voce e con più decisione. Erano storie molto vecchie, antiche come il mondo e la gente che lo popolava, ed erano sopravvissute proprio perchè erano storie molto potenti. Erano quelle storie che riecheggiavano in testa molto tempo dopo che i libri che le contenevano erano stati finiti e messi da parte. Erano un modo per evadere dalla realtà, e una realtà alternativa loro stessi. Erano libri così vecchi, e così strani, che avevano trovato un tipo di esistenza indipendente dalle pagine che occupavano. ”