Alabama Song – Gilles Leroy #GillesLeroy #ScottFitzgerald #PremioGoncourt

Premio Goncourt 2007

“ Le persone che si amano sono sempre indecenti. E per chi ha perso l’amore guardare gli amanti è una tortura da respingere sputandoci sopra o deridendola.”

Gilles Leroy,  Alabama Song, -Baldini Castaldi Dalai editore – 2008

Trad. di Margherita Botto – Premio Goncourt 2007.

Nel week end ho letto questo volume che ho da tempo in libreria, dimenticandome persino. Ma come ho potuto? E’ un libro bellissimo, che mi ha trascinato letteralmente in un vortice di champagne e disperazione. E’ un’autobiografia romanzata, scritta in veste di diario di Zelda, l’eccentrica moglie di Francis Scott Fitzgerald, icone simbolo dei ruggenti anni venti. Alcol, eccessi, debiti, creatività, follia… è Zelda che scrive per mano del talentuoso Gilles Leroy, raccontando in una serie di immagini spesso sfalsate sul piano temporale la propria vita accanto a Goofie (soprannome di Fitzgerald). Lei che, reginetta di bellezza dell’Alabama, figlia di un giudice, dal profondo e anonimo sud degli Stati Uniti arriverà a condurre un’esistenza di eccessi tra New York e Parigi, incendiandosi di luce per finire bruciata e disperata insieme a Scott. Come l’esplosione di una supernova, brillerà nel cielo della generazione perduta per essere poi inghiottita dal nulla, come quel buco nero che aveva al posto dell’anima. La smania di successo di Fitzgerald, il rapporto altalenante con la moglie – fatto di passione, tradimenti, gelosie, rivalità, invidie, eccessi alcolici con conseguenti impatti sulle prestazioni amorose – e con la sua follia. Follia che viene inseguita e dalla quale si scappa per tutto il libro, in un progressivo processo di dissoluzione che comincia quasi immediatamente dopo il matrimonio, in un susseguirsi di scontri seguiti da avvicinamenti in un clima di continua tensione tra i due che neppure la nascita della figlia Frances riesce a risanare.

E’ un libro dalla struttura strana, l’utilizzo di continui salti d’epoca e di flash back nell’arco del trentennio in cui si svolgono gli avvenimenti conferisce al romanzo un ritmo incalzante, a tratti delirante, che ben si adatta alla ricostruzione psicologica dei personaggi. Lo consiglio in particolare a chi, come me, adora gli scittori del periodo, un grande momento della letteratura americana ma non solo, e non si stanca mai di leggere le loro storie fatte di eccessi, di arte e di passione allo stato puro. Bello, bello e ancora bello!
#cinquantalibri #Alabamasong #GillesLeroy

Questo è un libro dedicato alla scrittura. Ed a tutti coloro che ne sono pazzi. E’ il libro degli scrittori. E di un rapporto tanto malato quanto irrinunciabile. Forse Scott Fitzgerald non sarebbe esistito senza la moglie. Forse Belli e dannati non sarebbe stato scritto se non sotto l’impulso di una vita sconcertata in continuazione. Forse non ci sarebbe stata una scrittura sempiterna senza un dolore terreno e fisico così personale, così patito da carne umana. Zelda è non solo una figura archetipica. E’ l’emblema della scrittura quando i freni non si tengono più. E’ il sacrificio di una famiglia sull’altare del talento. E’ la vita dello scrittore più maledetto del mondo. E’ la scrittura di una vita.  Alberto Pezzini

Paola Castelli

Camille Claudel. La sua vita – Odile Ayral-Clause #CamilleClaudel #recensione

 

Camille Claudel. La sua vita – Odile Ayral-Clause
Traduttore:S. Giordano
Editore:Castelvecchi
Collana:Storie
Mi trovate al lavoro; perdonate la polvere sulla camicetta. Scolpisco il marmo da sola.

In maniera del tutto casuale ho scoperto non solo questo libro ma anche l’esistenza stessa di Camille Claudel . Non mi affliggo nemmeno di essere tanto ignorante: in fondo l’ignoranza permette di entusiasmarsi per le proprie scoperte (disse l’ignorante in cerca di giustificazioni). O no? Boh!

Ma passiamo oltre.

Camille Claudel nacque nel 1864 e fu allieva, musa e amante di Auguste Rodin. Ma non faremo certo l’errore di liquidarla in questo modo, vero? Perché Camille Claudel fu soprattutto una scultrice di grande talento, una donna anticonformista e caparbia, un’artista che si battè perché le donne venissero ammesse ai corsi di scultura e di nudo. Stiamo parlando della fine dell’800, un periodo in cui la critica giudicava i lavori della Claudel scrivendo cose del tipo “La signorina Camille Claudel ci consegna opere che superano, per la capacità inventiva e la potenza dell’esecuzione, tutto quello che ci si può aspettare da una donna”. Ci si aspettava decisamente altro da una donna, per esempio che servisse il tè e facesse figli. Non certo che realizzasse opere come Sakuntala o Il valzer, cariche di appassionata sensualità. Non certo che lottasse per la sua indipendenza, per le sue idee, per il fatto di credere fortemente nelle sue indubbie capacità e nel suo talento e insistesse per dar loro il risalto che meritavano.

Un grandissimo talento quello della Claudel, un talento che dovette combattere contro una storia clandestina complicata, contro convenzioni sociali implacabili e contro un intrigo di rabbia e ossessioni che la portò alla paranoia. All’età di 48 anni fu internata in manicomio e lì rimase per i successivi 30 anni.

Da qui inizia la parte più dolorosa della biografia.

“Ci sono due modi per eliminare una persona dalla società. Uno è l’omicidio. L’altro è l’internamento in ospedale psichiatrico, successivamente modificato, alla bisogna, all’isolamento.”

All’epoca una qualsiasi persona armata di un certificato medico poteva richiedere l’internamento di un famigliare considerato malato di mente, e consigliarne l’isolamento, che consisteva non solo nel vietare ogni visita ma anche nel censurare la posta. Camille passò anni a scrivere lettere e aspettare risposte che non arrivarono mai. Molte di quelle lettere erano rivolte alla madre alla quale chiedeva una visita e la possibilità di tornare a casa. La madre, che nell’internamento vedeva soprattutto una soluzione allo scandalo che sua figlia stava provocando, non andò mai a trovarla. Era malata, Camille, ma era soprattutto una vergogna per la madre e i fratelli con il suo sfacciato anticonformismo. Morto il padre, l’unico ad averla sempre incoraggiata e supportata, la famiglia decise non farla uscire più, nonostante l’avessero fatta rinchiudere all’apice della propria carriera, mentre esibiva sculture nelle più prestigiose gallerie di Parigi.

E se giudicare tutto questo a un secolo di distanza ha come ovvio un valore pari allo zero, lo stesso non ho potuto fare a meno di avere in mente per tutta la durata della lettura la parola “spreco”: spreco di talento e spreco di vita. Un peccato enorme.

Questo libro è una biografia molto ricca, completa, con moltissimi stralci delle lettere scritte e ricevute da Camille e dai personaggi che le gravitarono attorno. Le lettere di Camille testimoniano le sue ossessioni ma sono anche, molto più spesso, disperatamente lucide.
L’autrice non è caduta nella trappola del pietismo facile o delle sdolcinature, non si inventa in maniera romanzata parti in cui si immagina le reazioni o i pensieri di Camille ma ci mette nelle condizioni di immaginarne la sofferenza attraverso le sue stesse parole.

“Qui è tutto un piangere, un cantare, urlare a squarciagola dal mattino alla sera e dalla sera alla mattina. Ci sono creature talmente fastidiose e nocive che non le sopportano nemmeno i genitori. E per quale motivo sono costretta a sopportarle io?… Quanto è seccante stare in mezzo a tutto questo, devi tirarmi fuori di qui, sono quattordici anni che vivo sequestrata! Reclamo a gran voce la mia libertà.”

E soprattutto, anche se la relazione con Rodin ha una parte fondamentale, la figura che emerge maggiormente non è quella di Camille-amante del grande scultore, bensì quella che in realtà era: Camille Claudel, donna e artista di enorme talento.

“Desiderava, sopra ogni cosa, allontanarsi dall’ombra di Rodin, essere riconosciuta come un’artista con il proprio stile distinto e originale. Nel 1893, quando aveva appena iniziato a lavorare da sola, mostrò alcuni schizzi e idee al fratello. “Vedi – spiegava- non assomigliano più in niente a Rodin.”

Anna Massimino