Richard North Patterson, Giudizio finale

10360235_427253590776083_5590201258179119051_n

Nelle ultime due settimane mi sono dedicata a quella che abbiamo definito lettura disintossicante. Dopo gli strascichi degli ultimi libri, molto amati ma con l’impatto di un caterpillar in manovra, cerco svago in racconti d’amore pieni di nulla e qualche giallo. Capita così che mi’ sorella, spacciatrice di fiducia, mi consegni questo libro quale compagnia per il viaggio di ritorno Roma-Torino. E io mi ci abbandono.
Come tanti gialli, questo è un libro che andrebbe letto tutto d’un fiato, ottimo per un fine settimana di freddo e pioggia, magari con due lineette di febbre che ti obbligano a rimanere barricato in casa. Mancando la febbre, la pioggia e il tempo, ho dovuto spezzettare la lettura in tanti piccoli frammenti, cosa che mi ha fatto perdere il ritmo della storia, impendendomi di gustarla appieno.
La trama è coinvolgente e scorre via bene, con l’alternarsi di racconti in tempo reale e flashback nel passato dei protagonisti. I personaggi sono ben caratterizzati, anche se ogni tanto agiscono in modo davvero poco verosimile. Ma qui l’errore è mio, che tendo ad aspettarmi comportamenti razionali anche dai personaggi di un libro.
Ho trovato un po’ irritante la massiccia presenza di frasi lasciate a metà, di riferimenti oscuri e velati a cose che non si possono dire, a fatti del passato mezzo accennati e lasciati in sospeso. Un trucco semplice per mantenere alta la tensione e la curiosità ma che se usato con troppa frequenza rischia avere l’effetto opposto e diventare semplicemente fastidioso.
Senza rivelare nulla, dirò che più o meno verso la metà del racconto si ha un’idea abbastanza chiara di dover andrà a parare la storia, ma il percorso che porta al finale è comunque intrigante,.
Il libro è datato, vecchio di una ventina d’anni. Questo lo rende affascinante e teneramente nostalgico. Perché? Perché manca la tecnologia che oggi diamo per scontata. I protagonisti faticano a fare ricerche al computer, se devono comunicare con qualcuno al massimo gli lasciano un messaggio in segreteria, ci mettono mezza giornata a rintracciarsi a vicenda perché non hanno un cellulare.
Capita così che se il presidente degli Stati Uniti ha assoluta necessità di parlare con te ti debba lasciare un messaggio alla reception dell’albergo. Poi tu, quando torni, lo richiami. Con calma.
Brevemente la trama: Caroline Masters è sulla strada per diventare Giudice Federale. E’ giovane, agguerrita, molto preparata. Non ha rapporti con la sua famiglia da più di vent’anni. Un giorno, appena avuta la notizia della sua nomina a Giudice, viene richiamata a casa perché la nipote, Brett, è accusata di essere l’autrice del brutale omicidio del suo fidanzato…
Stacchetto musicale di paura.
Consigliato.

Karen Joy Fowler, Siamo tutti completamente fuori di noi

10959755_454305728050721_1596036442000676386_n

Ho comprato questo libro per due ragioni. Prima di tutto perché il titolo è accattivante e mi ha incuriosita. La seconda ragione è che la rubrica libri della rivista Internazionale gli assegna 5 palle e finora i PentaPalluti di Internazionale non mi hanno mai delusa. Sapete cosa vi dico? Bingo anche questa volta! Alle 4 di mattina ero lì che mi commuovevo, avevo gli occhi stanchi ma non c’è stato verso: sono stata costretta a proseguire nella lettura fino all’ultima pagina.
“Un romanzo così intelligente e gustoso da leggere che merita tutta l’attenzione che gli si può dedicare”. Così diceva la recensione. E’ vero, una gradita sorpresa, una storia originale raccontata bene, ispirata da fatti reali di un passato nemmeno troppo remoto. Qualche caduta nella seconda parte che magari toglie qualcosina alle 5 Palle, ma nemmeno poi tanto.
Sono in difficoltà perché non vorrei svelare più di tanto la trama. La recensione che avevo letto diceva molto del racconto, ma avrei preferito arrivare piano piano al nocciolo della questione, nel modo intrigante e commovente in cui la protagonista guida il lettore durante il percorso.
Lo stile è piacevole, intelligente e a tratti brillante. L’autrice è riuscita ad introdurre Piaget e altri padri della pedagogia in modo spesso ferocemente ironico, ma siamo di fronte a un libro che affronta temi pesanti come la separazione, il distacco, il rimorso e il senso di colpa. Per dirla in parole povere: si soffre, e nemmeno poco. Soffrono i protagonisti, nel loro modo personalissimo e ai nostri occhi forse stravagante. E soffre il lettore che, pagina dopo pagina, comincia a provare una forte empatia per la giovane Rosemary e per sua sorella Fern.
Rosemary è la voce narrante, una voce che racconta i meccanismi turbolenti della sua travagliata famiglia (perché come sappiamo ogni famiglia infelice è infelice a modo suo) con un tono sarcastico e molto spesso amaro, ma che riesce anche a far sorridere nella descrizione di piccole manie. Soprattutto ci porta ad avere voglia di intervenire, di desiderare di essere catapultati dentro la storia armati di secchiate di tenerezza e conforto.
L’autrice è la stessa del libro “Il club di Jane Austen” uscito qualche anno fa e del quale non riesco a capacitarmi di aver finora ignorato l’esistenza.
Nota personale: dopo La levatrice di New York un altro libro emotivamente intenso. Per fortuna nella pause rileggo Don Camillo.

Rubo dal sito del Libraio il riassunto della trama (che dice e non dice, forse si mantiene fin troppo sulle generali, perché è quel centro al quale accenna ad essere importante):

Rosemary Cooke ha cinque anni quando, d’estate, viene spedita dai nonni. Al ritorno in famiglia scopre che sua sorella è sparita e dell’argomento non bisogna parlare. Cinque anni più tardi, suo fratello scappa di casa, e probabilmente è ricercato dall’FBI. È facile intuire che la vita di Rosemary sia segnata da queste due assenze. Ma quando devi raccontare una storia, le ha insegnato suo padre, comincia dal centro. Salta l’inizio. E al centro di questa storia c’è lei ventiduenne che si ritrova finalmente a fare i conti col proprio passato e coi propri ricordi. Tra l’altro, e lei lo sa benissimo, dei ricordi non ci si può fidare più di tanto… Quello di Karen Joy Fowler è un libro in cui si ride e si piange, grazie agli intrecci di una famiglia decisamente non convenzionale.

Anna LittleMax Massimino