Resto qui – Marco Balzano #MarcoBalzano #Curon

«Se per te questo posto ha un significato, se le strade e le montagne ti appartengono, non devi aver paura di restare»

Il libro l’ho scelto per la copertina. Perchè quel campanile me l’ero guadagnato con fatica in uno dei miei giri in bici e mi era parso meraviglioso, io non sapevo che cosa ci fosse sotto quel lago, io non conoscevo la storia. Poi brandelli di informazioni sulla diga degli anni ’50… ma niente più, anche se frequento il Sudtirolo da circa trent’anni e lo amo molto.
Poi il libro. Una lunga lettera-diario ad una figlia sparita da parte della protagonista Trina, bellissimo personaggio femminile, donna innamorata,vitale,coraggiosa e caparbia, lotterà contro i fascisti che occuperanno le valli altoatesine cercando di togliere identità al suo popolo,non si piegherà ai nazisti seguendo il marito disertore sulle montagne, si opporrà con tutte le sue risorse ( lei conosce bene l’italiano, la lingua degli occupanti) alla costruzione della diga che sommergerà il paese. Storia collettiva e storia privata e intima si fondono in un naturale flusso narrativo nel romanzo di Balzamo.E così, mentre il lettore segue la storia di Trina e di questa famiglia , si ritrova precipitato a osservare, un giorno dopo l’altro, la costruzione della diga che sommergerà le case e le strade, i dolori e le illusioni, la ribellione e la solitudine.
Un libro molto bello su un periodo storico che non conoscevo, profondo e commovente, che parla di gente semplice, di amore per le tradizioni e la propria cultura, e dell’importanza della famiglia.

La domenica siamo andati a sederci sulle panche della chiesa per l’ultima messa . Sono venuti a tenerla decine di preti da tutto il Trentino […..] È stata una messa che non ho ascoltato. Troppo presa a conciliare l’inconciliabile: Dio con l’incuria, Dio con l’indifferenza, Dio con la miseria della gente di Curon […..] Nemmeno la croce di Cristo si conciliava coi miei pensieri, perché io continuo a credere che non valga la pena morire sulla croce, ma è meglio nascondersi, farsi tartarughe e ritirare la testa nel guscio per non guardare l’orrore che c’è fuori.

Pia Drovandi

DESCRIZIONE

Quando arriva la guerra o l’inondazione, la gente scappa. La gente, non Trina. Caparbia come il paese di confine in cui è cresciuta, sa opporsi ai fascisti che le impediscono di fare la maestra. Non ha paura di fuggire sulle montagne col marito disertore. E quando le acque della diga stanno per sommergere i campi e le case, si difende con ciò che nessuno le potrà mai togliere: le parole. L’acqua ha sommerso ogni cosa: solo la punta del campanile emerge dal lago. Sul fondale giace il mistero di Curon. Siamo in Sudtirolo, terra di confini e di lacerazioni: un posto in cui nemmeno la lingua che hai imparato da bambino è qualcosa che ti appartiene fino in fondo. Quando Mussolini mette al bando il tedesco e perfino i nomi sulle lapidi vengono cambiati, allora non resta che scegliere le parole una a una per provare a raccontare. Trina è una giovane madre che alla ferita della collettività somma la propria: invoca di continuo il nome della figlia, scomparsa senza lasciare traccia durante gli anni del fascismo. Da allora non ha mai smesso di aspettarla, di scriverle nella speranza che le parole gliela possano restituire. Finché la guerra viene a bussare alla porta di casa, e Trina segue il marito disertore sulle montagne, dove entrambi imparano a convivere con la morte. Poi il lungo dopoguerra, che non porta nessuna pace. E così, mentre il lettore segue la storia di questa famiglia e vorrebbe tendere la mano a Trina, all’improvviso si ritrova precipitato a osservare, un giorno dopo l’altro, la costruzione della diga che sommergerà le case e le strade, i dolori e le illusioni, la ribellione e la solitudine.

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