“Spegne la macchina, si guarda attorno, guarda il sole riempire il cielo, è tanto azzurro che gli sembra quasi di essere felice, sereno, gli sembra, mentre scende, mentre si siede sul cofano, che tutto sia a posto, che tutto sia inutile, che tutto ciò che sente ribollirgli dentro sia soltanto un peso, qualcosa che lo tiene aggrappato lì, che aveva solo bisogno di rendersene conto.”
- A misura d’uomo – Roberto Camurri
- Copertina flessibile: 168 pagine
- Editore: NN Editore (25 gennaio 2018)
- Collana: La stagione
La tentazione di affermare che il protagonista vero di A misura d’uomo sia Fabbrico, una delle tante cittadine cul-de-sac della provincia italiana, è forte. È automatica. In realtà, la Fabbrico reale di Camurri – reale come può esserlo il luogo in cui si è nati – ha qualcosa della Holt immaginaria (stavo per scrivere “virtuale”, povero me) del compagno di casa editrice Kent Haruf. È un luogo scontornato dalla memoria, uno stralcio di realtà piegato alle esigenze poetiche e scenografiche, simbolo di uno scenario più vasto, diffuso, immanente. Di uno stato d’animo.
Sì, credo che questa Fabbrico sia qualcosa di più e di meno, di altro. Credo che alluda al vero protagonista del libro: vale a dire il Grande Nulla, più o meno lo stesso che cantava il buon Elliott Smith, antieroe di tutti i naufragati della generazione X (quasi Y). Il Nulla bacino di raccolta di tutte le prospettive fatte detriti, franate inesorabilmente, placidamente, come legge di natura.
Nei racconti che si fanno capitoli – sezioni di fili narrativi che si disperdono in avanti e indietro, abitati da personaggi (Valerio, Mario, Anela – che nome straordinario, Anela… ) che diventano testimoni dell’azione del tempo – assistiamo al Nulla in azione, squarcio invisibile e silenzioso che divora giorno dopo giorno tutto ciò per cui vale la pena (vivere, amare, combattere, credere…). In questo senso – e col condimento di dipendenze, ossessioni, follia, traumi, delusioni, malattia – la lettura di questo libro ti lascia in dono una visione spietata, persino cinica, dello stare al mondo. Ma la bravura di Camurri sta proprio nel rendere umano tutto questo, e prezioso, degno della fatica di vivere. In ogni capitolo-racconto c’è un testimone che viene portato avanti malgrado tutto (malgrado il dolore, l’insensatezza, l’apatia, la crudeltà). C’è, non saprei in quale altro modo dirlo, amore.
Difetti? Un po’ troppo unificati i personaggi, forse. E a tratti, solo a tratti, si avverte il sapore di uno stile acerbo, che deve ancora trovare il suo massimo di economia e potenza. Tutto questo però sostenuto da una scrittura chiara ed efficace, che ti fa intuire in Camurri la forza e la statura per portarla a un grado di maturità superiore.
Stefano Solventi
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