Emmanuela Carbé – L’unico viaggio che ho fatto #recensione @nellogiovane69 #EmmanuelaCarbé

Gardaland è il luogo o il non luogo da dove Emmanuela Carbé riparte per un tour nella sua infanzia.
Barbara Ardù – Robinson – la Repubblica

La protagonista è un (super) io narrante che compila la cronaca puntuale ed emotiva della percezione di una discontinuità. Tutto inizia quando il fratello adolescente le chiede di accompagnarlo a Gardaland. Lei, forte di una consapevolezza adulta, di cultura e spirito critico superiori alla media, si oppone. Giusto un attimo, però. Cede, perché il viaggio a Gardaland sarà un’incursione nella propria geografia interiore, tra ricordi e codici della fantasia, una tomografia dell’imprinting immaginifico che ha segnato la sua percezione del mondo, delle possibilità nel mondo. Il parco di divertimenti nel tempo ha perfezionato le tecniche di dislocazione: quello che si proponeva come alternativa fantastica alla realtà – replicandone però le strutture, un centro, un perimetro, un percorso – oggi è uno schema senza narrazioni. Le attrazioni hanno divorato la geografia, il tempo del parco di divertimenti è contabilità di parossismi adrenalinici. Del luogo non resta che un supporto sostituibile, irrecuperabilmente fuori dall’inquadratura. E, soprattutto, ha la forza di un modello esistenziale, delimita lo spazio delle aspettative, le possibilità dell’immaginarsi.
Il principale merito della Carbé è di riuscire a fare narrativa disimpegnandosi tra reportage, storia, memoir e saggistica con leggerezza umorale, strappando commozione e risate, costringendoci – tra rievocazioni nostalgiche di antiche attrazioni che sottolineano lo scarto con le prassi del divertimento contemporaneo – a cercare le tracce in noi del suo stesso disorientamento, della sua voglia di mettere concetti e categorie nei cassetti giusti. In un certo senso, potremmo considerarlo un romanzo di formazione. Dalle implicazioni profondamente generazionali. Ed è molto, molto bello.

Stefano Solventi

Se è l’unico viaggio, quello a Gardaland, è perché Carbè non lo fa nello spazio, bensì nel tempo: portare il fratello piccolo al parco dei divertimenti, meta una volta tanto ambita (in una cornice famigliare – s’intuisce – a sua volta perduta), equivale a sprofondare in un palinsesto di memorie tanto più archeologico quanto più, poi, rinnegato («Quelli formati a Kant e Siddharta da una certa età in poi disdegnavano l’apparente superficialità di Gardaland […]. Io mi allineai a loro»). A sprofondarvi, o meglio a risalirvi: coll’ostinazione del salmone lungo la corrente.  

Andrea Cortellessa, La Stampa
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