Warlock – Oakley Hall #recensione

Mi aspettavo un film alla John Wayne, o una versione alla Quentin Tarantino. È molto di più.

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Se il nome Warlock vi dice qualcosa forse avete visto un vecchio notevole film con un formidabile cast: Ultima notte a Warlock con Henry Fonda, Richard Widmark, e Anthony Quinn. Ora la benemerita casa editrice SUR pubblica il romanzo (del 1958) da cui fu tratto il film e cioè Warlock di Oakley Hall.
Tradotto da Tommaso Pincio, è una formidabile epopea western che si eleva nettamente dai limiti di genere con cui spesso etichettiamo certa letteratura (infatti fu candidato alla sua uscita al Pulitzer).
Suddiviso in tre parti per circa 700 pagine complessive racconta le vicende, in parte raccolte da qualche spunto reale, di una immaginaria Warlock, cittadina mineraria (argento) del Sud-Ovest californiano alla fine dell’ 800.
I tre personaggi principali sono: l’infallibile pistolero Clay Blaisedell, ingaggiato dai cittadini benpensanti come marshal, cioè una specie di superpoliziotto che nel vecchio West si affiancava talvolta alla figura dello sceriffo, per contrastare un gruppo di cowboy razziatori di bestiame guidato dal “cattivo” Abe McQuown; il suo amico Tom Morgan, avventuriero e giocatore professionista; il cowboy John Gannon, ex- componente del gruppo dei razziatori in dissenso con il precedente ingaggio dopo una sanguinosa strage di messicani.
Attorno a queste tre figure si dipana la complessa vicenda che, partendo dalla lotta contro la banda e relativa uccisione di alcuni componenti, prosegue con il gruppo residuo dei razziatori che viene ingaggiato per difendere gli interessi dei proprietari della miniera contro i minatori in sciopero e che contemporaneamente deve vendicarsi contro i tre protagonisti, e sfocia nella risoluzione finale. Qui il filone narrativo principale collegato alla possibilità per Warlock di godere di una propria regolare e tranquilla vita sociale, rappresentata dalla possibilità di essere una contea indipendente con un proprio sceriffo rappresentante della legge e garante dell’ordine, si realizza grazie allo scioglimento anche delle intricate vicende personali dei protagonisti dei quali l’autore ci trasmette in modo magistrale la complessa psicologia, anche a dispetto ed in contrasto con gli stereotipi a cui ci hanno abituato (almeno per quanto mi riguarda) gli innumerevoli western americani.

Affiancati da numerosi personaggi (secondari ma fino ad un certo punto) i tre si confrontano e scontrano fra di loro e con le proprie pulsioni e il proprio passato. Tematica principale è la difficile coesistenza della propria etica individuale con il contesto sociale in cui le leggi e l’applicazione della giustizia sono sempre in bilico con la necessità vitale di provvedere per conto proprio lasciando la parola alle Colt.
Come riassume il giudice ubriacone Holloway di Warlock: “ E’ il destino della razza umana. E sopportarlo è più che orribile. Ma ho qui il solvente universale. Perchè il vino ha il colore del sangue e la consistenza delle lacrime e puoi berlo quando ti serve per scaldarti la pancia e pisciarlo quando vuoi liberartene. E dimenticarti così di questo puttanaio, troppo immenso e maledetto perché un uomo possa affrontarlo con le sue sole forze.
E il poco spazio che tutto questo lascia alla vita sentimentale è rappresentato dalle uniche due figure femminili, peraltro ben raffigurate nelle loro antitetiche virtù, con la passionaria Jessie, strenua protettrice dei sottomessi minatori e tesa a fare di Blaisedell un eroe senza macchia e senza paura, e Kate Dollar, ex-prostituta ed ex-amante di Clay e Tom alla ricerca di un ancoraggio sicuro nel vice-sceriffo John Gannon che vede invece nel rispetto del suo incarico fino alle più estreme conseguenze l’unica possibilità di riappacificarsi con sè stesso.

A sottolineare la tragica dinamica delle vicende di Warlock interviene poi, anche a riassumere diversi passaggi che avrebbero aumentato a dismisura la dimensione del romanzo, il diario di un commerciante (Henry Goodpasture) facente parte del Comitato cittadino che ingaggia il pistolero e rappresenta la maggioranza benpensante e che assume la funzione del coro nella tragedia greca che non a caso o a sproposito viene da evocare alla presenza di personaggi che ho trovato di statura shakespeariana e che non dimenticherò facilmente.

Renato Graziano

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