Voci del verbo andare – Jenny Erpenbeck #recensione #JennyErpenbeck

Berlino, un uomo si mette in ascolto di chi è arrivato in Europa, in cerca di una nuova vita. Un romanzo su chi accoglie e chi si rifugia, sul futuro e l’attesa. «Un’utopia poetica ed emozionante, una sorta di antidoto alla “sottomissione” di Houellebecq» (Die Welt).

jenny

È prematuro dire di aver trovato il libro del cuore dell’anno? Forse si, siamo solo a febbraio. Eppure le prossime letture dovranno giocarsela con questo libro e la gara sarà dura.

Mi ha incuriosita il titolo, mi ha affascinata aprire una pagina a caso e trovare citato un luogo che visiterò a breve. Tutto qui. A volte i libri che ti rimarranno nel cuore ti vengono incontro per caso.

La storia è molto semplice. Richard è un anziano professore universitario da poco in pensione. Ha davanti a sé la scandita monotonia di chi all’improvviso ha le giornate vuote. Un giorno scopre, in una piazza che ha attraversato per anni, un gruppo di persone accampato dentro a tende improvvisate (è un fatto vero: il campo profughi di Kreuzberg a Berlino dove vivevano ragazzi africani provenienti da Lampedusa è stato fatto sgomberare nel 2013). “Come mai non li ho visti prima?” si domanda Richard.
Comincia così.
Richard prende coscienza di una realtà, la studia, ne studia la storia e le origini e si prepara a conoscerla meglio.

“Quando ti cade addosso un intero mondo che non conosci, da dove cominci per classificare?

Richard non è un eroe, tutt’altro. Non è del tutto privo di pregiudizi e non nasconde che quello che lo porta ad avvicinare i profughi è, all’inizio, un interesse puramente accademico. Quello che cerca di capire è il sottile passaggio, quel confine che separa la vita di una persona dalla vita completamente diversa della stessa persona. C’era un’infanzia. C’era una vita quotidiana. C’era una giovinezza. E poi…..non c’è stata più. Poi c’è stata la violenza, la paura, il diventare vulnerabili. E poi ancora diventare invisibili, diventare “nessuno” in un Paese che non ti vuole. In tanti Paesi che non ti vogliono. C’è il desiderio di voler lavorare e costruirsi una vita, di essere messo nelle condizioni di farlo. C’è il guardarsi intorno e non vedere niente.

Ci sono leggi che Richard non comprende e delle quali, da studioso, riesce a percepire l’ironia delle parole usate che non sono altro che uno scarico di responsabilità. C’è un quadro esaustivo sul concetto di “aiutarli a casa loro”. I profughi sono quasi tutti nigeriani e ghanesi, molti di loro sono fuggiti dalla guerra in Libia. Il libro spiega molto bene com’è, “casa loro”.

Anche Richard supera un confine, ad un certo punto. Lo passa quando alle sue domande (Quanti eravate in famiglia? Cosa si è portato via quando è partito? Come immaginava l’Europa? Com’era la sua casa? Come si sono conosciuti i suoi genitori? Avevate un animale domestico?) non riceve risposte precise ma racconti che gli fanno capire che lo strano tic al braccio del ragazzo con il quale sta parlando deriva da un colpo di machete e quel problema all’occhio di un altro è la conseguenza dei colpi di bastone sulla testa.
Questo è il momento in cui Richard scopre che oltre ad essere un vecchietto un po’ stravagante può magari dare una mano ad insegnare il tedesco, o a compilare qualche modulo in quella giungla di leggi e di burocrazia che soffoca e rallenta ogni cosa, figuriamoci persone che non sanno leggere e scrivere (“Come mi sentirei io se qualcuno mi spiegasse queste cose in arabo?).

Non è un libro sul falso pietismo né sul buonismo di facciata. In fondo nemmeno sull’essere compassionevoli o indulgenti. È un libro sul rendersi conto, sul conoscere e cercare di capire. Sull’ascoltare le storie e , se si può, fare qualcosa. E’ un libro sulla realtà Richard è molto oggettivo nel raccontare quello che vede e vive, è molto poco emotivo.
L’emozione arriva dalla scrittura. È un libro scritto MAGNIFICAMENTE , in grado di scuoterti mostrandoti la solitudine dell’anziano professore sbirciando la sua lista della spesa e intervallando banali momenti del suo quotidiano a brevi momenti di vita dei profughi. Ad ogni pagina, i profughi cominciano ad acquisire una fisionomia chiara, ognuno con il suo nome, con una caratteristica che lo distingue dagli altri, con una storia propria e propria visione del futuro (“Futuro?”).

Ho evidenziato alcune frasi che mi sembravano più significative e che rendessero il senso della storia e alla fine il libro è diventato giallo di post it.

“Poi hanno sparato in aria e ci hanno detto: Chi cerca di tornare indietro a nuoto verrà preso a fucilate. Non sapevamo dove fosse diretta la barca. Forse a Malta? Forse in Tunisia? Solo dopo lo abbiamo capito: in Italia. Eravamo seduti stretti gli uni accanto agli altri, potevi alzarti in piedi solo per qualche minuto, lì dove c’era il tuo spazio, poi dovevi sederti sempre allo stesso posto. La donna dietro di me ha semplicemente fatto pipì lì dove stava, da seduta. Era tutto bagnato intorno a me quando volli appoggiarmi con le mani. Siamo stati in barca quattro giorni. C’erano poche bottiglie d’acqua, le abbiamo tenute per i bambini. Noi adulti, quando la situazione si è fatta grave, abbiamo bevuto l’acqua del mare. It’s not easy, Richard, it’s not easy.”

Anna Massimino

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...