Antonio Manzini – Orfani bianchi

 orfaniOltre ad alcuni ottimi, scarsi prodotti televisivi e cinematografici, per fortuna esistono autori che ci abituano all’attesa, ci forniscono l’opportunità di assaporarne ogni anfratto e la possibilità di desiderare l’uscita di un libro come, da bambini, si contavano i giorni dell’Avvento.

È (non il solito) incanto.
È da qualche anno, ormai, che Antonio Manzini ci vizia con le sue storie. Certo, il vicequestore romano Rocco Schiavone è un personaggio decisamente riuscito (tanto da indurre la Rai a realizzare uno sceneggiato televisivo), un vero antieroe, come spesso lo si ama definire, capace di fare breccia nell’animo più idealista e puro.
Con Sull’orlo del precipizio, pubblicato da Sellerio nel 2015, prendendo spunto da un evento di cronaca culturale, Manzini aveva costruito una piccola storia avvincente, al di fuori della “comoda” scia del vicequestore, plausibile anche se non auspicabile, che aveva saputo tenere col fiato sospeso il lettore fino all’ultima pagina.
Pubblicato in ottobre, Orfani bianchi (Chiarelettere, pp. 240, € 16,00) è l’ultimo suo romanzo, da leggere tutto d’un fiato, come un lusso. Sì, concediamoci il lusso di una giornata silenziosa e di nulla da fare se non di dedicarci alla lettura.

Il romanzo
Mirta, giovane moldava, è ormai da anni a Roma, in cerca di un lavoro onesto che le garantisca la possibilità di mantenere il figlio dodicenne che è rimasto al paese d’origine con l’anziana madre.
Niente paura: non è un libro propagandistico, di quelli politically correct che tanto bene fanno al cuore dei più. Orfani bianchi è un romanzo costruito con il ritmo avvincente del giallo, sottilmente intriso di ironia e di grottesco, di quelli che molto ci fa amare il suo autore, duro, durissimo nei contenuti, ma lieve e morbido nello stile, nelle descrizioni e nel flusso degli eventi.
L’immigrazione, che piaccia o no, è fenomeno tipico di questo tempo, campanello d’allarme di un Occidente in rapido divenire, conseguenza di un profondo cambiamento sociologico e culturale.
Mirta fa la badante, si prende cura di anziani lasciati soli dai familiari, si occupa di vite umane prossime alla scadenza. E, per garantire un’idea di futuro alla propria famiglia, è costretta a lasciarla per occupare un posto difficile in ambienti estranei. Questo è il triste paradosso su cui ruota tutta la storia.
Ci sono paesi che creano nuove figure lavorative, fino a qualche decennio fa decisamente impensabili, fatte per chi si prende cura di anziani sconosciuti, e, dall’altra parte, paesi che lasciano partire padri e madri con il solo scopo di garantire un futuro ai propri figli.
Famiglie smembrate da una parte e dall’altra.

«L’essere umano è fatto per vivere in un clan»
«Una volta era così. Si stava tutti insieme. Per noi era normale, ma per i poveri era un bene perché ci si aiutava. Poi arrivano i soldi. E man mano che cresce la ricchezza aumentano i muri dentro casa. È da sciocchi. L’essere umano è fatto per vivere in un clan, non in una famiglia. Questo è l’inizio del male».
Dal suo letto di solitudine, Eleonora, la ricca signora di cui Mirta si prende cura, fruga nel proprio dolore, con le dita rinsecchite dai ricordi, dall’aridità e dal vuoto di vita che sperimenta ogni giorno, nel suo silenzio oscuro, nella sua rabbia sorda; solo a tratti, e per sparuti momenti, viola in presenza di Mirta, quasi fosse un dono, seppur interessato, la solitudine e il dolore che la pervade.

Nella disperazione siamo tutti uguali… Fino a quando?
Così sentenzia Eleonora, nell’ultima notte di dialoghi notturni con Mirta: «La disperazione la puoi giudicare solo se non ti coinvolge. Altrimenti è uguale per tutti». Una società che pare abbia perso la tenerezza: alcuni ossessionati dal denaro, impegnati dal giorno alla notte a produrre reddito, altri, ossessionati dal denaro sì, ma dalla penuria di esso.
Distacco e sospetto da una parte, stanchezza e speranza di giustizia futura dall’altra.
La vita media si è allungata, più o meno ovunque, grazie ai prodigi delle scienze mediche. Ma fino a quando una vita è ritenuta degna di essere vissuta? E da chi?
E chi è costretto a lasciare la propria famiglia ed il proprio paese per fame, fino a quando sarà disponibile a sopportare orgoglio, dignità ed amor proprio calpestati?
Orfani bianchi non è solo una bella storia, un romanzo ben costruito. Mirta ed Eleonora non sono solo due protagoniste, diversamente infelici ma unite da quella inesorabile “livella” che è la disperazione. Orfani bianchi diventa strumento per farsi domande sociologiche, etiche ed etologiche.
Così, in attesa di poter godere fino all’ultimo episodio la trasposizione televisiva delle fatiche investigative di Rocco Schiavone, impersonato dall’attore Marco Giallini, Antonio Manzini ci concede la grazia di una nuova, attesa, preziosa sorpresa.

Mariarosaria Murmura

(direfarescrivere, anno XII, n. 131, dicembre 2016)

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