Blonde – Joyce Carol Oates #Blonde #JoyceCarolOates

Libro n•3 _ un libro che parla di cinema

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L’inizio e la fine si assomigliano: la Oates decide di trascinare il lettore in una narrazione che si spiralizza attorno ad un asse maniacale, che è la ricerca dell’identità della più celebre icona del cinema americano.
Non vuole essere una biografia e di questo sono contento, perché deve essere una bella responsabilità per un autore quello di riportare la verità sulla vita di una persona e invece la Oates, magari con molta crudezza, questo è vero, si mette nei panni di Norma Jean Baker, alias Marilyn Monroe, alias Una, nessuna e centomila e fa danzare la sua anatomia come un burattinaio senza la pretesa di esaurire il significato della sua vita.
Non è facile da leggere, perché credo che sia molto semplice immedesimarsi nella ricerca di un’identità propria della Baker, che invece viene sempre frustrata, amputata e derisa da chi dovrebbe riconoscere la sua soggettività e che invece la oggettiva a bambola, fica, oggetto sessuale, bionda svampita, ma allo stesso tempo è frustrante per il lettore stesso prendere le parti di Norma Jean, perché insomma ci si aspetta che reagisca che ne esca che trovi una soluzione per evadere e invece la Oates tira i fili del discorso proprio come una spirale che da un centro buio e doloroso si allarga sempre in negativo, ancora di più.
Loretta Briscione aveva ragione perché Blonde merita davvero, anche se parecchio lungo: descrive davvero bene le strutture repressive e schiavizzanti dell’industria cinematografica americana a cavallo del dopo guerra e l’autrice ha fatto sicuramente molte ricerche sul contesto storico che ha generato quel mostro industriale e politico: il maccartismo e la fobia dell’invasione comunista, la dittatura democratica di Kennedy e il dilagare delle lobby pseudo patriottiche americane.
La Oates chiude come inizia, con la Morte in arrivo, con Norma Jean bambina che rievoca il confuso episodio di una madre che svela finalmente l’identità del padre, qualcosa per caratterizzare l’inconscio della protagonista e dare ragione della sua crisi identitaria: ci si sente dispersi nel libro della Oates, ma forse è proprio questa la sua intenzione, farci sentire come si sentiva Norma Jean davanti allo specchio. Nuda e anche ipnotizzata e anche brutta e anche bella, dotata di talento e anche ridicola e senza speranza, piena di vita e di aspettative e poi contemporaneamente desolata e miserabile.

Stefano Lilliu

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