Platone – Apologia di Socrate

Vada come sta a cuore al dio. Alla legge si obbedisce. Difendersi si deve.

Libro n•22 _ un libro scritto in una lingua morta

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Non l’avevo mai letto. L’ho studiato al liceo e poi all’università fra le varie opere di Platone ma in lingua con traduzione non l’avevo mai letto. Avevo bisogno di leggere qualcosa sull’autodifesa, sicchè ho preso due piccioni con una fava. Non sono così arrugginito in greco come pensavo e poi è abbastanza breve per cui è fattibile.

Stefano Lilliu

L’Apologia di Socrate è un testo scritto in giovane età da Platone. Elaborato tra il 399 e il 388 a.C., è la più credibile fonte di informazioni sul processo a Socrate, oltre a quella in cui la figura del vecchio filosofo è probabilmente meno rimaneggiata dall’autore. Socrate infatti non scrisse mai nulla: tutto quel che sappiamo sul suo conto lo dobbiamo a Senofonte, Platone, al commediografo Aristofane e in parte ad Aristotele, che non lo conobbe direttamente.

« O miei concittadini di Atene, io vi sono obbligato e vi amo; ma obbedirò piuttosto al dio che a voi, e finché abbia respiro, e finché ne sia capace, non cesserò mai di filosofare e di ammonirvi […] Tu che sei ateniese, cittadino della più grande città, non ti vergogni a darti pensiero delle ricchezze per ammassarne quante più possibile, e della tua anima, affinché essa diventi quanto più possibile ottima, non ti dai cura? »

Quali furono le ragioni per le quali la democratica Atene processò Socrate? È necessario, per rispondere a questa domanda, operare una distinzione tra quelle che furono le vere motivazioni ed i pretesti giuridici che furono utilizzati allo scopo.
Sembra che Socrate sostenesse la supremazia sistema politico aristocratico, concependo il governo dello stato come un compito difficile e delicato, da far svolgere da persone preparate e qualificate, in contrasto quindi con la costituzione democratica in vigore all’epoca del processo.

Non solo, egli aveva strette amicizie con alcuni fautori estremi dell’aristocrazia che qualche anno prima avevano organizzato un colpo di stato. Ecco quindi perché, mentre il governo aristocratico aveva sempre concesso a Socrate piena o quasi libertà di parola e pensiero, il nuovo regime democratico lo reprime.
Dal punto di vista giuridico formale le accuse per le quali Socrate è tradotto di fronte all’Areopago, il tribunale supremo, sono tre: empietà, corruzione dei giovani, introduzione di nuove divinità e non riconoscimento di quelle tradizionali.

La prima accusa, empietà, si riferiva a degli studi naturalistici fuori dalla norma, che comunemente si ritenevano compiuti da Socrate, tant’ è vero che anche Aristofane, nella sua commedia Le nuvole, ce lo presenta in una cesta che galleggia a mezz’aria, assorto in ragionamenti bislacchi.

La difesa è impegnata nel dimostrare che il fatto non sussiste; in effetti, mancano accusatori formali e, di conseguenza, manca un’accusa scritta da questi e consegnata al tribunale. Socrate chiama a testimoni i suoi giudici: nessuno di loro può affermare di averlo mai visto impegnato negli studi che gli sono contestati.
La seconda tra le accuse contro Socrate, mossagli da Meleto, è di avere corrotto i giovani.

L’assurdo del ragionamento di Meleto – Socrate lo mette bene in evidenza – è questo: secondo lui i giudici, il pubblico, gli ecclesiasti , in altre parole tutti gli ateniesi, sono buoni educatori, mentre Socrate sarebbe appunto l’unico guastatore. A questo punto viene esplicitata un’analogia: così come sono pochi coloro che sanno allevare ed allenare cavalli da corsa, mentre la maggior parte delle persone li rovina, non è forse vero che tale regola vale per tutti gli animali, uomini compresi? Meleto non sa cosa rispondere.

Socrate incalza: egli, anche se avesse corrotto i giovani, non lo avrebbe mai fatto involontariamente, poiché il vivere tra uomini malvagi procura sempre dei danni, e nessuno cerca mai consapevolmente la propria rovina. Per comprendere appieno questa parte della difesa, è necessario ricordare che, mentre la legge ateniese puniva chi volontariamente corrompesse i giovani, il farlo non intenzionalmente non costituiva reato.

La terza accusa è di aver introdotto in Atene nuove divinità e di non riconoscere quelle tradizionali; il riferimento è al daimon socratico, che alcuni ritengono un dio. Socrate è chiarissimo su questo punto: il daimon è un essere che lo avverte tutte le volte che dice qualcosa di sbagliato, in altre parole la voce della sua morale; non è un dio, ma è figlio di dei. Non essendo un dio, egli non può aver introdotto nuove divinità, ma in quanto figlio di dei, è implicita l’accettazione di Socrate per le divinità tradizionali, perciò egli è innocente.

L’Areopago quindi vota, a stretta maggioranza, la colpevolezza di Socrate; dopo ciò, secondo la legge ateniese, l’imputato e gli accusatori dovevano formulare due proposte di pena, vagliate successivamente dal tribunale. Gli accusatori propongono la condanna a morte; Socrate, sarcasticamente, chiede un vitalizio d’onore dallo stato. La seconda votazione vede Socrate condannato a morte, con maggioranza più ampia rispetto a prima.

La condanna a morte di Socrate ha suscitato e suscita tuttora dibattiti che egli stesso avrebbe difficilmente giustificato. Infatti egli si piega docilmente al volere del tribunale, nonostante i discepoli più volte lo incitino alla fuga; ciò poiché ritiene che la legge sia giusta, e che ad essa deve tutto quello che è, quindi, anche se gli uomini la hanno applicata male, è sbagliato infrangerla.

fonte: http://www.alimenaonline.eu/approfondimenti/socrate/html/processo.htm

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