John Ford Sentieri Selvaggi – Alberto Morsiani #JohnFord #SentieriSelvaggi

“L’amore che si prova per John Wayne quando solleva Natalie Wood nel finale racchiude tutto il mistero e il fascino del cinema americano”.

J.L. Godard

sentieri-selvaggi-nuovo-cinema-lebowski-4

Sentieri selvaggi (The Searchers, 1956) di John Ford è un capolavoro, e non è che lo dico io tanto per far le carrambate. L‘American Film Institute lo mette al primo posto nei 10 migliori western di tutti i tempi, e al dodicesimo nella classifica dei migliori 100 film di qualsiasi categoria, Godard lo piazza al quarto  tra i migliori film americani dopo il sonoro, e ha un perfetto 100% di score su RottenTomatoes. Anche se non lo avete mai visto (e in questo caso andate a rimediare subito, perchè state facendo piangere Gesù), non potete essere sfuggiti al suo lascito: Lean per Lawrence d’Arabia, Tarantino in Bastardi senza gloria, Lucas in Star Wars, Gilligan in Breaking Bad, Scorsese in Taxi Driver, e poi Peckinpah e Spielberg, tutti hanno girato una o più scene omaggiando o ispirandosi a un taglio di The Searchers. E’ sempre stato uno dei miei favoriti, e anche se passano gli anni e nuovi capolavori si aggiungono per me non cambierà mai, è come la Nutella, Springsteen o L’ombra dello scorpione: ci sono cose perfette che amerai per sempre, quindi per la categoria “Un libro che parla di cinema” non ho avuto dubbi su cosa leggere.

Il libro di Morsiani analizza le varie matrici narrative del film di Ford, che lo definì: “La tragedia di un solitario, uno che non poteva far parte di una famiglia”, e Sentieri Selvaggi è in effetti, essenzialmente, questo. Ma contiene anche i mille significati del mito western e degli archetipi culturali americani: la relazione tra legge e moralità; la necessità della violenza nell’affermare i valori della società; l’eroismo e la libertà del singolo sacrificati alle esigenze della civiltà; la figura dell’adolescente che anela e nel contempo ha paura di diventare adulto; la violenza endemica dello scontro fra coloni e nativi nei territori dell’Ovest americano; i conflitti freudiani; il viaggio e la scoperta dell’Altro; il desiderio di uscire dal conforto della casa per fondersi con la natura; la paura di star fermi e la speranza nel movimento; la certezza della morte: Ford sublima tutto ciò in uno spettacolo straordinario ed epico, con un protagonista, Ethan Edwards (John Wayne) leggendario, che ci affascina e ci disgusta al tempo stesso.

Sentieri Selvaggi è la storia di una ricerca, che comincia con un arrivo. Titoli di testa. Dissolvenza in nero. Dall’interno di una piccola casa sulla frontiera del West si apre la porta che dà sul mito. Sin da questa prima arcinota inquadratura (Ethan sullo sfondo che ritorna dopo la guerra a casa dal fratello; Martha, la cognata, che esce dalla casa andandogli incontro) si delinea il conflitto che costituisce uno degli archetipi della cultura americana e di questo film, quello tra la casa/civiltà/famiglia e deserto/barbarie/vagabondaggio.

La famiglia di Ethan, fratello, cognata e nipoti, vive in terra di frontiera, sono coloni e allevatori. Moriranno orribilmente durante un attacco Comanche, avvenuto durante una memorabile, terribile scena di assedio notturno alla fattoria, ritrovati proprio da Ethan che era lontano nei pascoli. Mancano all’appello le due ragazze, una bambina di 8 anni, Debbie, e Lucy, sua sorella maggiore, una giovinetta di 15 anni. Presumendole vive e rapite dagli Indiani, Ethan e alcuni volontari si mettono in marcia sulle loro tracce, per trovare dopo qualche tempo il cadavere di Lucy. Passate poche altre settimane, gli unici rimasti a cercare Debbie sono Ethan e Marty, un ragazzo mezzosangue indiano adottato da Martha.  Tutti gli altri tornano alle loro fattorie, ma i due uomini mese dopo mese, anno dopo anno, tra territori ostili, paesaggi annichilenti, marce forzate, stagioni crudeli, deserti e tempeste, vanno avanti a cercare l’unica nipote sopravvissuta. Sono ormai diventati The Searchers, i cercatori, trovarla è la loro missione di vita, la loro ossessione, la cosa più importante di tutto.

sentieri

John Wayne interpreta, magistralmente, Ethan, uno dei personaggi più disturbati di tutta la cinematografia americana: è un antieroe, un Achab grandissimo che parte come puro protagonista americano al salvataggio delle nipoti, che si getta al di là dei propri limiti fino all’ossessione, fino a trasformare la sua dedizione in un desiderio funesto di vendetta a tutti i costi che spazza via onore e decenza. Ethan è un razzista, odia ferocemente gli indiani, e tutta la parte centrale del film è imperniata sulla consapevolezza che più passa il tempo, più Debbie cresce, più si avvicina, inevitabile, la certezza della sua “contaminazione” con i maschi della tribù che l’ha rapita, cosa inaccettabile per la mentalità dello zio. Man mano che il film prosegue, lo spettatore capisce con angoscia che Ethan non cerca più Debbie per salvarla, ma per ucciderla, per liberarla da quello che per lui è un destino peggiore della morte: “essere indiana”. E il più grande conseguimento di tutta la sceneggiatura è avere il pubblico che fa il tifo per i cercatori sperando che trovino la bambina, al tempo stesso temendo che quando questo bastardo assassino razzista la troverà, vorrà ucciderla. L’intera trama ruota attorno al possibile realizzarsi di un singolo evento che se accadesse distruggerebbe l’eroe principale, che non è nella storia per salvare epicamente la fanciulla, ma piuttosto per vedere cosa troverà nel proprio animo nero quando arriverà il momento della verità.

sentieri-2

Nonostante la sua forza, perchè è comunque dipinto da Ford anche come un uomo integerrimo, coraggioso, leale, persino idealista, Ethan è un eroe solo, senza casa, senza donna nè famiglia, privo di un posto preciso nella società. La sua odissea percorre tutta la durata del film, dall’inizio fino a quando tornerà a casa per l’ultima volta, in una scena finale epica (così perfetta che è muta, non ha nemmeno bisogno di dialoghi) che ha fatto la storia del cinema, una casa che non potrà mai essere la sua, per tornare a vagare nel deserto del mito che lo ha generato.

Sentieri Selvaggi è un film del 1956, e sessant’anni dopo ha ancora cose da dire, e ne avrà per altri sessanta: è tutto qui, il senso di un classico. Se non l’avete mai visto, correte a procurarvelo, e buona visione: è un film che ha qualcosa per tutti, e infinite chiavi di lettura, anche quella di apparire solamente come un buon film di avventura. Ford non era solo un grande narratore, era un artista: la Monument Valley è la sua tela, The Seachers il suo capolavoro. Se volete una finestra (questa la capite dopo aver visto il film tre o quattro volte) su come l’arte della cinematografia possa mostrarsi travestita da spettacolo da popcorn, date un’occhiata attraverso la porta del ranch degli Edwards. In fondo decine di registi l’hanno fatto per anni.

Lorenza Inquisition

sentieri-selvaggi

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...