L’eco di uno sparo – Massimo Zamboni #MassimoZamboni

«Questa è la storia di mio nonno Ulisse e dei suoi sparatori che si spararono tra loro. Il racconto di ciò che ha innescato quei colpi in canna, e di ciò che è stato dopo. L’eco di uno sparo non si quieta mai».

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Centellinato, assaporato. Un vero e proprio libro di Storia, e insieme un libro di storie: il periodo più controverso della storia italiana, vissuto e narrato attraverso le vicende della famiglia materna dell’autore. Un racconto insieme collettivo e intimo, la ricerca delle radici, così apparentemente lontane da sè eppure così vicine, tanto da esserci nome. Fin dalle prime pagine, anzi dalla presentazione con l’autore a cui ho partecipato e dove ho acquistato il libro, una domanda mi ha accompagnato, restando forse non risolta: le colpe dei padri, come le loro glorie, ricadono davvero sui figli, sui posteri? Qual è l’effetto della scoperta di un’ombra grande sul proprio sangue? Viene così meno l’amore? E se si trattasse invece di gran vanto, si avrebbe allora diritto di considerarlo anche un po’ proprio? C’è differenza? Dovrebbe esserci? Insomma, mi è proprio piaciuto, lo rileggerò…e sentire il dolore del padre dei sette fratelli Cervi, come se fosse oggi, come se fosse qui.

Sara Blasina

“I miei più cari, li vorrei sepolti nel giardino. A piangerli, quando occorre, e a vivere con me”. (m. zamboni)

DESCRIZIONE

Il 29 febbraio 1944 Ulisse, squadrista, membro di un direttorio del fascio, viene ucciso dai Gruppi di Azione Patriottica. Pochi mesi prima erano morti i sette fratelli Cervi, fucilati dai fascisti. Il 16 marzo 1961, diciassette anni dopo, il gappista Soragni, nome di battaglia Muso, sarà vittima dell’odio covato nel tempo da un compagno militante e amico, assieme a lui responsabile dell’uccisione di Ulisse. La storia è lineare solo quando scegliamo di raccontarla cosí, ma gli eventi si affastellano in un ordine che, quando ti riguarda da vicino, non è necessariamente quello cronologico. Cosí è per chi cerca di capire le ragioni del sangue, quando il sangue degli oppressori si mescola a quello degli oppressi. E l’eco di quegli spari accompagna Massimo Zamboni nella sua indagine attraverso due secoli per ricostruire una storia che lo riguarda molto da vicino, anche se gli è stata sempre taciuta. «Di mio nonno, due sole cose possedevo: il nome, Ulisse, che io porto come secondo, e che sempre ho dovuto considerare come un intruso, una parte sconosciuta di me; e una giacca, un tessuto ruvido di lana, il nero orbace della sua divisa autarchica. Niente di piú, prima di questo libro». Questa indagine lo porta a respirare polvere negli archivi cercando di decifrare le calligrafie ostili dei registri parrocchiali; lo porta sulle colline reggiane a intervistare i superstiti; lo porta sulla tomba dei fratelli Cervi – sette, come sette erano i fratelli B*, l’agiata famiglia a cui apparteneva il bisnonno Massimo. Una storia che chiedeva di essere raccontata, rimasta sepolta insieme alle tante storie rimosse di questo Paese. Un libro sofferto, inconsueto, che è insieme una presa d’atto, un amaro bilancio e una terrestre ballata incantatrice. La memoria va trasmessa, ci dice Massimo Zamboni, e «tocca ai nipoti tramandare, sottraendo ai genitori un compito che non avrebbero potuto svolgere con giustezza».

 

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