Il figlio – Philipp Meyer #PhilippMeyer

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«Ecco la storia degli Stati Uniti scritta nel sangue sulle pianure del Texas, un ciclo di duecento anni di ruberie e assassini che fa a brandelli qualunque mito aureo di sviluppo civile». «The Washington Post»

Leggere “Il figlio” di Philipp Meyer è un piacere che non dovreste perdervi : la storia dei McCullogh lungo 150 anni nel Texas che si trasforma da terra indiana colonizzata dai primi allevatori di bestiame nella culla americana dei petrolieri, fino alla crisi degli anni 70 quando sono gli arabi a sfruttare i loro megagiacimenti, permette di comprendere di quale straordinario impasto di passioni – lecite ed illecite – sia fatta la storia americana.
Nel libro c’è tutto: la natura, i paesaggi e gli animali, la prevaricazione dei bianchi sugli indiani prima e sui messicani poi, gli usi e costumi dei comanches e la loro sparizione (bellissimo questo segmento del libro ) raccontato in prima persona dal capostipite Eli, rapito dai comanche dai quali rimarrà affascinato e in qualche modo legato per sempre. E poi amori, rancori, avidità, vendette…attraverso personaggi non facilmente dimenticabili, tanto il loro spessore psicologico viene intagliato dall’autore attraverso la narrazione coinvolgente e avventurosa che però non dimentica l’approfondimento dei caratteri non solo dei protagonisti, ma di una intera nazione. Straconsigliato.

Renato G.

DESCRIZIONE
Dalle grandi praterie annerite da immense mandrie di bisonti, agli smisurati ranch di proprietà di un pugno di allevatori che regnavano come monarchi assoluti su schiere di vaqueros, al paesaggio arido e desolato punteggiato dalle torri dei campi petroliferi, la storia del Texas occidentale è la storia di un susseguirsi di massacri, la storia di una terra strappata di mano piú e piú volte nel corso delle generazioni. E inevitabilmente anche la storia dei McCullough, pionieri, allevatori e poi petrolieri, è una storia di massacri e rapine, a partire dal patriarca Eli, rapito dai Comanche in tenera età e tornato a vivere fra i bianchi alle soglie dell’età adulta, per diventare infine, sulla pelle dei messicani e grazie ai traffici illeciti fioriti nel caos della Guerra Civile, un ricchissimo patrón. Ma se Eli McCullough, pur sognando la wilderness perduta, non esita ad adattarsi ai tempi nuovi calpestando tutto ciò che ostacola la sua ascesa, suo figlio Peter sogna invece un futuro diverso, che non sia quello del petrolio che insozza la terra e spazza via i vecchi stili di vita, e non può che schierarsi con trepida passione dalla parte delle vittime. La storia, però, la fanno i vincitori, ed ecco allora Jeanne, la pronipote di Eli, magnate dell’industria petrolifera in un mondo ormai irriconoscibile, in cui di bisonti e indiani non c’è piú neanche l’ombra, e i messicani sono stati respinti al di là del Rio Grande. Toccherà a lei affrontare, nel modo piú letterale possibile, un tragico e inesorabile ritorno del rimosso. Dopo aver esplorato, in Ruggine americana, le rovine dell’impero industriale statunitense, in questo romanzo western anomalo e modernissimo, fortemente politico e per nulla ideologico, Philipp Meyer indaga senza reticenze le origini di quello stesso impero, per raccontarci quanto è sempre stato sottile il confine che separa l’eroismo dalla ferocia.

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