Niccolò Ammaniti – Anna #niccolòammaniti

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Così ho questo voletto da Brindisi a Treviso, un’ora e mezza incluse le dimostrazioni delle hostess. E siccome c’ho paura del peso al check in, il libro me lo compro sempre in zona duty free. Oh, stavolta sembrava uno scherzo di cattivo gusto, non ne beccavo uno che mi pigliasse e il tempo stringeva… Stavo per ripiegare su Vanity Fair con grande disappunto, quando ho visto in un angolo una pila di Ammaniti, con un titolo a me ancora sconosciuto: ANNA.

Mi son detta via, prendiamoci l’Ammaniti, al volo e di corsa. Almeno possiamo continuare a dire che ne abbiamo letta l’opera omnia. Di solito ci piace, ci piacerà pure stavolta.

Anna parla di un mondo, lontano da noi giusto una manciata di anni, in cui un’epidemia fetente ha sterminato l’intera popolazione adulta e i bimbi, in cui resta dormiente fino alla pubertà per poi farli fuori esattamente come i genitori prima di loro, si sono riorganizzati per la manciata di anni che hanno ancora da vivere.

In una Sicilia (siamo tra Trapani e Messina, passando per Palermo, tutto il libro si srotola lungo le autostrade a nord dell’isola) mangiata dalla natura che piano piano si riprende città e cemento, dove le case sono disseminate di cadaveri e le strade una fila interminabile di auto piene di gente sorpresa dalla morte mentre tentava una fuga impossibile, Anna e suo fratello Astor provano a guadagnare il continente perché, tra tutte le leggende e i miti fioriti intorno alla Rossa, il morbo micidiale, quella che sulla terraferma possano aver trovato un antidoto, essere sopravvissuti, aver ricominciato, pare ad Anna l’idea meno improbabile.

Armati del quaderno delle cose importanti, un vademecum buono per la tosse, la mancanza di elettricità, l’alimentazione corretta e tutto quello che può servire a due bimbi soli, lasciato loro dalla madre prima di spegnersi nella propria camera da letto, i bimbi abbandonano casa ed infanzia per partire alla volta dello stretto. Senza manco sapere quanto stretto (o largo) sia, ‘sto stretto, né tantomeno come attraversarlo.

La trama è semplice. Perché deve lasciare spazio alle immagini. Quelle esterne, della città e della natura che se la mangia, della malattia, dei cadaveri, della disperazione e della sopravvivenza con i suoi metodi, la sua barbarie, la sua forza. E quelle interne, che raccontano con non meno ferocia, con una nitidezza che ti affetta i visceri, la crescita e il percorso interiore di una ragazzina che da bimba diventa donna, da sorella madre.

Lungo la strada, fisica e personale, ne succedono un paio di grosse proprio. Ammaniti te le racconta come fosse una polaroid un po’ sovraesposta, bruciata. Vedi tutto, ti mostra tutto, ma è come se non indulgesse in opinioni e fronzoli narrativi. Ti dice è così, punto e fine.
La ferocia umana ha un senso dolciastro, la disperazione diventa quasi sempre forza. E il finale, di cui non anticipo chiaramente nulla, per una volta mi ha lasciata soddisfatta…

In fondo il libro si muove da premesse che sembrerebbero trite e ritrite (mi vengono in mente, tra i mille, cecità e l’ombra dello scorpione), il futuro postapocalittico con i sopravvissuti del caso. Però boh. Ammaniti me l’ha raccontato in un modo così brutale e convincente che, se vi piace il genere, mi porta a consigliarlo di tutto cuore.

Sara De Paoli

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