Quartetto – Jean Rhys #JeanRhys @adelphiedizioni

quartetto

Ho letto Quartetto, un romanzo di Jean Rhys, e ora mi piacerebbe parlarne con qualcuno, si sa , sono piaceri squisiti, per questo, in mancanza di persone in carne ed ossa accanto a me, ne scrivo qui. Il romanzo in questione già nel risvolto di copertina si annuncia come un dramma: e io ho deciso di leggerlo, anche se in questo periodo il dramma mi è un po’ pesantuccio, anche per l’incipit della prima pagina: “Erano quasi le cinque di un pomeriggio di ottobre quando Marya…” che mi ha subito catturata.
Lo stile mi ha coinvolta, con le descrizioni accurate di natura e ambienti, che sollecitano l’immaginazione. La storia è terribile, Marya non ha la forza di lottare e sottrarsi alla miseria economica, sociale e morale in cui la fa sprofondare l’arresto del marito. Chi dice di volerla aiutare in realtà vuole solo usarla nel modo più ovvio. In una Parigi fumosa, piena di Bar e gente che vive di espedienti, si mescolano anche ricchi borghesi, bisognosi di emozioni. L’Autrice racconta un’esperienza da lei vissuta: per questo il brusco finale può essere interpretato come il desiderio di liberarsi da un passato “indigesto”. Bene, mi è piaciuto.

DESCRIZIONE

Marya, giovane inglese sposata con il polacco Stephan, si sente, per la prima volta nella sua vita, «molto vicina a essere felice». Ed ecco che, da un giorno all’al­tro, il marito finisce in galera lasciandola senza un soldo né un amico al mondo. L’agognata felicità assume allora per un istante le sembianze di Heidler, facoltoso mercante d’arte, che però la trascina – sotto gli occhi compiacenti e maligni del­la moglie – in una lunga, torpida osses­sione. Sullo sfondo di una Parigi mai così crudele, in una Rive Gauche ingan­nevol­mente romantica e mondana, Marya finisce per trovarsi avviluppata in un tor­mentoso ménage à trois; e quando, con un palpito di disperata onestà, prova a lacerare il velo delle apparenze, com­prende che in quell’irrespirabile bohème i codici sociali pesano quanto e più che altrove. Schiacciata fra l’anelito a una vita rispettabile e la realtà obbligata del demi-monde, si scopre così condannata senza appello all’«esistenza grigia, spaventosa, dei derelitti»: un mondo irreale e al tem­po stesso terribilmente concreto, fatto di sordidi caffè e grame camere d’albergo, dove è impossibile trovare scampo alla tragica ineluttabilità della vita.

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