Joyce Carol Oates – My sister my love @JoyceCarolOates

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Vivono una vita davvero miserabile i due bambini di casa Rampike, sono tristi, ignorati, poco amati. Papi è sempre a lavorare (ma ci ama! ci ama tanto! DAVVERO!) e Mammina… bè, Mammina è triste perchè è sempre sola, perchè si sono da poco trasferiti in una nuova casa in un quartiere più ricco ma nessuna delle signore bene del quartiere la considera; perchè non è abbastanza bella, abbastanza colta, abbastanza ricca, abbastanza popolare. Ma Mammina prega tanto, ha tanta tanta fede, che forse un giorno i figli saranno il suo destino. E anche se non ha pregato abbastanza e Skyler il primogenito non riesce ad eccellere in una competizione sportiva e anzi all’età di 6 anni per compiacere Papi tenta un salto molto pericoloso causandosi una zoppìa permanente, ha pregato abbastanza per la figlia, che un giorno, appena quattrenne, vince una competizione di pattinaggio su ghiaccio. La bambina, Edna Louise, è così felice! Mammina finalmente la abbraccia, le parla, la bacia!

Da quell’unico, glorioso momento felice, i due bambini non sono più solo infelici, sono orridamente, spettacolarmente miserabili. Perchè Mammina capisce che la chiave del proprio successo è la bambina, o meglio, le cose che la bambina può fare, e cioè vincere ancora più concorsi, e ottenere contratti, e poi pubblicità e ancora più soldi. La bambina diventa famosa, e quindi Mammina è ricercata ora, è ammirata e popolare. Quale altro traguardo può porsi una mammina ora? è semplice, nell’America come nell’Italia di oggi: essere ancora più popolare. E quindi la bambina deve esercitarsi per varie ore al giorno, e prendere pillole per sviluppare i muscoli, e ascoltare la coreografa e l’allenatrice, e prendere altre pillole per non essere troppo nervosa, e mangiare poco, e sorridere sempre in pubblico, e non succhiarsi il pollice, e prendere altre pillole per controllare il dolore, e non grattarsi in testa nè mangiarsi le unghie nè digrignare i denti di notte, è inspiegabile e sorprendente quanti brutti vizi abbia preso in appena qualche mese questa cattiva bambina.

Questa è una storia bastarda, raccontata da una scrittrice che affonda i denti e non lascia fino a che non esce il sangue. Ed è una storia quasi vera, basata su fatti realmente accaduti: la brevissima, tragica vita della mini reginetta di bellezza JonBenét Ramsey, che cominciò a concorrere (iscritta dalla sua propria mammina, ovviamente) all’età di quattro anni vincendo vari titoli, per morire barbaramente uccisa appena seienne. E’ uno dei misteri più trucidamente attivi sulle TV americane dagli anni novanta, perchè il colpevole non fu mai trovato: le ipotesi degli inquirenti ruotarono sempre attorno ai genitori e/o al fratellino della bambina, ma non si potè mai provare oltre ogni ragionevole dubbio che qualcuno in particolare avesse effettivamente commesso il crimine, e il caso è tuttora aperto.

Il libro si ispira a queste ipotesi, e prende il largo con la vicenda di una bambina abusata psicologicamente (se non fisicamente) da una madre aggressiva e frustrata fino al patologico, dipinta mirabilmente e senza pietà, che veicola tutte le proprie insoddisfazioni nella figlia gettandola nel mondo dei concorsi di bellezza per bambine, sorprendentemente aggressivo per un estraneo, dove le piccole concorrenti vestono di regola con parrucche e trucco vistoso, unghie e denti finti, imbottiture strategiche in zona seno e sedere, vestite da zoccole con accenni di mutandine (ma appena un accenno, del tutto involontario, sia chiaro!) en passant.

La scrittura è eccellente, anche se non mi vergogno a dire che a leggerlo in inglese ho impiegato più tempo del solito perchè ai limiti dell’ostico, su alcune frasi dovevo fermarmi per due o tre riletture, ma ne vale la pena. E’ comunque disponibile anche in italiano (“Sorella, mio unico amore”), arriva infatti su questi lidi con il Bollino blu: Consigliato da Anna LittleMax.

Ha anche qualche difetto ahimè, io come voto assegno un tre e mezzo pieno su cinque, ma sarebbe arrivato alle 4 stelle se fosse stato più corto, e di un bel po’. Penso che la Oates sia oramai una di quelle autrici che non hanno più un editore in senso lato: scrive e pubblica quello che vuole, senza freni di lunghezza, tempi, stile. E su un romanzo di più di 500 pagine, oggettivamente si ha un certo punto l’impressione di navigare senza meta all’orizzonte, persi in un mare di note, appunti, asterischi, ripetizioni, stream of consciousness e onde infinite di pensieri e sentimenti. La vicenda è tutta narrata dal punto di vista del fratello che, diciannovenne, dopo una serie di crolli psichiatrici seguiti all’assassinio della sorella, sta finalmente recuperando, e ha come suggerimento di terapia il mettere per iscritto tutta la triste vicenda, che comprende non solo gli anni precedenti il delitto, ma anche quelli successivi con le indagini, i tabloid impazziti, i sospetti della comunità verso la famiglia, le infinite cause e beghe legali, madre verso padre, padre verso madre, diritti dell’immagine della figlia morta, e così via con questo schifìo di baraccone.

A me è piaciuto molto, anche se ammetto che è strano dir così di un libro che mi ha fatto avere due nottate di incubi angoscianti quando partiva con le descrizioni delle sofferenze della bambina. E’ comunque un libro impegnativo, e io l’ho alternato ai racconti delle genti che facevano i vari trail perchè saranno pazzi seri pure questi ma sani dentro, e c’è un limite all’angoscia che un lettore può sopportare.

Se avete bambini piccoli forse aspetterei qualche anno a leggerlo, comunque.

lorenza inquisition

 

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