Blast – Manu Larcenet #Blast #ManuLarcenet @coconino_press

“Mento. Mento sempre. Dico che non mi ricordo niente, che sono nato ieri. Dico che vi capisco, che al vostro posto forse anch’io avrei riso. Mento per avere un po’ di tregua, di indulgenza, per farmi perdonare la mia diversità. E anche per evitare di massacrarvi a mia volta. Mento sempre, in realta infatti mi ricordo tutto.”

“A mountain never seems to have
The need to speak
A look that shares so many seek
The sweetest feeling
I got from you
The things I said to you were true
RHCP – I could have lied”

Dopo Pastorale americana, mi sono dato a letture più leggere. Ho letto Freak Antoni, ho proseguito nella seconda trilogia di Pullman, sono andato nei mari del sud con Montalban (un po’ distrattamente) per poi ritrovarmi tra le mani un libro che avevo già letto ma di cui, curiosamente, non avevo assolutamente alcun ricordo, ovvero “l’uomo che cadde sulla terra” di Walter Tevis che per me è un grandissimo scrittore, di quelli che sanno rendere con semplicità e misura la complessità delle emozioni umane (capolavoro assoluto “Solo il mimo canta al limitare del bosco”). Ho anche dato un’occhiata a “Fellini anarchico” di Fofi, giusto per fare un saluto al mondo di quei grafomani delle varie galassie libertarie tra le cui fila mi iscrivo. Insomma in qualche modo ho viaggiato.

E sono arrivato da Manu Larcenet, con il suo graphic novel (come va di moda dire adesso) Blast, letto nella versione integrale presa in biblioteca (55 eurini recita il prezzo, comunque meno dei 4 volumi separati per i quali siamo sui 90 euro). Larcenet secondo me è letteratura pura con in più la forza straordinaria di immagini precise: le sue opere sono meravigliose, estremamente realistiche, mai semplici né esagerate. La materia della narrazione viene trattata con onestà, non si ammicca al lettore: leggere Larcenet è sempre impegnativo dal punto di vista emotivo. Il suo “scontro quotidiano” l’anno scorso mi commosse con alcune considerazioni sul rapporto padre/figlia e sul reciproco insegnare/imparare. Questa premessa mi serve per dire che alcuni libri sono punti nodali di incroci tra gli strani passaggi della nostra vita. E ciò che ne leggiamo dipende anche da dove siamo in quel momento. Come si trova il punto di equilibrio tra tutto ciò che hai costruito e l’inesauribile tendenza alla libertà assoluta che in fondo ciascuno sente dentro di sé?

Blast racconta la storia di Polza Mancini, un uomo obeso vittima del suo corpo e di come gli altri lo hanno definito esclusivamente attraverso di esso, che incontriamo all’inizio dell’opera in stato di fermo in una stazione di polizia interrogato da due agenti in merito alle violenze su una donna di nome Carole. Polza non si sottrae al confronto ma racconta la sua verità: “State cercando di ridurre la mia storia a una successione logica di eventi che vi conduca fino a Carole. So che è la moda del momento… Tutti pensano che se c’è un mistero è solo per essere svelato… Pensano che a tutto ci sia una spiegazione e che basti andare su internet per trovarla… La mia storia non è un problema matematico! Si riassume tutta nella collisione tra il caso e le mie… ossessioni… […] mentre voi vi limitate alla legge, io mi conformo solo alla natura… e la giustizia in natura non esiste”. Scopriamo così che Polza, dopo la morte del padre per tumore, ha abbandonato la sua vita da scrittore enogastronomico e la moglie per rifugiarsi nel bosco vivendo come un clochard.

Cosa sta cercando? E’alla ricerca di quello che lui definisce il blast, ovvero la rivelazione, l’epifania, quel momento in cui, nonostante il suo corpo obeso e ripugnante, riesce a volare, a sentirsi in armonia con ciò che lo circonda. In questi momenti, è sempre accompagnato dalla presenza dei moai, le statue dell’isola di Pasqua, l’insediamento abitato più remoto del mondo. Proprio come le sculture nella pietra, Polza vuole riscrivere la sua storia, o almeno essere libero di scriverne il presente ed il futuro. “Se mi è concesso di rinascere in questi misteriosi istanti in cui finalmente divento ciò che sono, tanto vale farne un’opera… la mia opera”.

Le rivelazioni di cui Polza è testimone infatti non lo portano a scoprire misteriosi significati della vita: lo portano a essere se stesso, a essere leggero, a non essere più schiavo del suo corpo, non in quanto tale ma per tutto ciò che negli anni lo ha definito attraverso lo sguardo impietoso degli altri. Ma ci vuole disciplina. “Te la devi meritare la vita ebbra”, una frase bellissima e spietata: la conquista della libertà si dà solo al di fuori della società, correndo ogni rischio in prima persona. O almeno così è per Polza. In questo limbo alla ricerca di sè, sospeso sopra un filo sul quale spesso mi sento di camminare anch’io e sul quale chiunque si senta vivo ha camminato almeno una volta nella propria vita come su “cocci aguzzi di bottiglia” direbbe Montale, Polza sa che deve andare ancora più in profondità, che il suo viaggio non è finito, che deve, come ognuno, cercare il suo equilibrio. “L’esperienza della libertà è difficile e rischiosa. Ti impone di dimenticarti della società umana e di affrancartene. In pochi sopravvivono alla rivoluzione interiore che ha origine da quel sacrificio. Quell’estate diventai un animale, né più né meno. Altrove, per questo, mi avrebbero rinchiuso. Il bosco mi ha protetto”. Ma in lui convivono due animali: il primo farebbe di tutto “in cambio di una carezza”, pur di farsi accettare. L’altro “ha un’unica ossessione: farvi abbassare gli occhi. E poi cavarveli”. Questa non è la storia di una fuga, né è la storia di un uomo che parte alla ricerca di se stesso e nell’idillio della natura si ritrova o scopre qualche grande verità sulla vita. “Quando uno si muove, chi sta immobile gli dice che fugge” dice Polza citando Jacques Brel. La consolazione, il premio è la ricerca stessa. Allora il viaggio di questo clochard obeso, violento, alcolizzato interroga tutti noi: dove siamo? Quale esperienza della nostra libertà stiamo facendo? Cosa stiamo sacrificando per farci accettare? In ultima analisi, questa storia è un interrogativo con cui confrontarci: a che punto siamo del nostro viaggio? Forse abbiamo smesso di cercare e non ce ne siamo neanche accorti. “Lo sa cosa penso? Che sarebbe meglio preoccuparsi di tutti quelli che non sono in grande difficoltà” risponde Polza a uno psichiatra che lo tiene recluso in una struttura nella presunzione di poterlo salvare. Forse invece siamo in un posto completamente diverso da dove avremmo voluto essere. Ci piace questo posto? Ce lo siamo mai chiesti? Ecco forse il punto è questo: almeno non smettere di chiederselo.

PS Io amo le biblioteche, ma allo stesso tempo ho un rapporto morboso coi libri, devono essere miei, anche quando so già che non li leggerò mai. Quindi lo comprerò? Non lo so. So che leggerò tutto ciò che Larcenet abbia mai scritto.https://www.youtube.com/watch?v=4N3N1MlvVc4

Edoardo Alessandro Maria

Traduttore: F. Scala Editore: Coconino Press Collana: Coconino cult Anno edizione: 2012

Lucky – Alice Sebold #AliceSebold #Lucky @EdizioniEO

(Edizioni E/O, 2018, pp. 320, trad. Chiara Valeria Letizia)

Stupro. Non ci si può girare intorno, non si può edulcorare.La Sebold non lo fa, non ha la minima intenzione di farlo, colpisce diretta, senza giri di parole, scrive in maniera chirurgica di se stessa e di tutto quello che ha dovuto subire, lei è la vittima, lei ha patito, lei è morta dentro in quel momento e sempre lei, da sola, ha provato a venirne fuori, e la prima mossa, il primo passo per farlo, è stato quello di dare una definizione alla cosa, l’unica possibile.“Nessuno ti può tirare fuori da nulla. O ti salvi da sola, o non ti salvi.”Autobiografia, inchiesta, indagine psicologica, c’è di tutto. Soprattutto c’è un incommensurabile dolore, che costringe a tirar fuori unghie e denti per sopravvivere, per farsi accettare di nuovo da tutti, compresi i tuoi genitori, perché davvero sei sola, dopo uno stupro subito, lo capisci anche dagli sguardi. La vera lotta della Sebold è far capire di essere vittima, una lotta durata anni, probabilmente tutta la vita. Non bastano le prove evidenti, la gente ti indica, ti scansa, ti compatisce come se avessi comunque commesso un errore tu. Una lotta partita un secondo dopo la violenza, proseguita durante un processo che, nonostante le evidenti prove, costringe la vittima a dimostrare al mondo di essere davvero vittima e non, in qualche modo, colpevole. E lo vediamo ogni giorno, questo ribaltamento della realtà. Il romanzo è il racconto di un incubo nerissimo, una galleria buia che ti artiglia e non vuole restituirti alla luce. Ho letto le pagine in cui descrive la violenza subìta fermandomi più volte, mi sono scoperto anche a coprire le righe con le dita, o a guardare in alto più volte, interrompendo la lettura…non posso avere idea di quello che ha sofferto, ma lei lo ha descritto in modo mirabile. Ma le vere riflessioni le scatena dopo, quando descrive la sua vita seguente, dopo quella morte psicologica nasce un’altra persona, staccata dal mondo, e che nel mondo deve e cerca di rientrare e di esserne accettata, accolta.

“Dopo la pubblicazione di Lucky, quando la mia storia divenne di pubblico dominio, e soprattutto dopo l’uscita diAmabili resti, cominciai a entrare in contatto con uomini e donne, ragazze e ragazzi, che erano stati violentati o molestati, e rimasi travolta dai loro racconti e dall’enorme quantità di lettere che ricevevo, contenenti resoconti dettagliati di stupri e incesti. Senza volerlo, avevo creato uno spazio in cui chi aveva subìto una violenza sessuale poteva raccontare la propria storia. E per molti io ero la prima persona a cui l’avessero mai raccontato. Le rivelazioni affrettate durante le code per gli autografi, le lunghe, fittissime lettere battute a macchina e, forse perfino più toccanti, le calligrafie ancora infantili sui fogli a righe contenevano spesso la frase: «Quello che è successo a me non è nulla in confronto a ciò che è capitato a te». Eppure i racconti di abusi sessuali che seguivano mi parevano spesso molto più tremendi della mia vicenda. Ricevetti un numero scioccante di lettere da parte di ragazze e ragazzi abusati da familiari, convinti che a me fosse accaduto di peggio perché ero stata violentata da uno sconosciuto. Un’ulteriore prova, nel caso ce ne fosse bisogno, di come uno stupratore può violentare non solo il corpo ma anche la mente.

Ora capisco che “quello che è successo a me non è nulla in confronto a ciò che è capitato a te” fa parte di un modello di pensiero che entra in azione negli istanti immediatamente successivi all’aggressione. Se ti spingono a fondo sott’acqua fai qualunque cosa pur di tornare in superficie e inspirare più aria che puoi per sopravvivere. Compreso sminuire o attenuare la gravità dell’esperienza subìta per prendere le distanze dall’orrore e, in alcuni casi, dall’aver rischiato la morte. La polizia disse che ero stata fortunata perché non mi avevano uccisa; mio padre disse che era contento che fosse successo a me e non a mia sorella perché secondo lui io ero più forte. Ed ecco un’altra frase ricorrente: «Sono contento che mi sia capitato perché altrimenti non sarei la persona che sono oggi». Questa è un’affermazione comune tra i sopravvissuti a una guerra, al cancro, tra coloro che sono rimasti orfani dopo una calamità naturale o paralizzati a causa di un incidente d’auto. E, per molto tempo, l’ho ripetuta anch’io. L’amara verità è questa: se potessi avere una gomma magica e cancellare quella notte del 1981, lo farei in un batter d’occhio, e se potessi dire a qualunque ragazza o ragazzo violentato da un parente che rispetto a lui o a lei sono stata davvero fortunata, lo avrei già fatto. Ma tutto ciò che potevo fare era scrivere un libro e raccontare una singola storia.Sfortunatamente non c’è modo di ricominciare daccapo, e dopo essersi salvati la sfida più grande rimane vivere con la consapevolezza della vita che ti hanno sottratto.

”Musica: Why Does My Heart Feel So Bad? – Moby https://www.youtube.com/watch?v=4fSWe6SHma0

Carlo Mars