Storia di un corpo – Daniel Pennac #DanielPennac #recensione

La nostra voce è la musica che fa il vento quando ci attraversa il corpo. (Be’, quando non esce da sotto.)

Spesso è difficile per un autore distaccarsi dai personaggi di una saga che ha avuto tanto successo e che è stata tanto amata ma qui Pennac ci è riuscito con risultati estremamente positivi.
Con uno stile più sobrio rispetto a quello utilizzato nella saga di Malaussene, ma sempre caratterizzato da un misto di delicata poesia e feroce ironia, l’autore riporta parte dei diari scritti lungo l’arco di una vita da un notabile della vita parigina, dalla pre-adolescenza, negli anni ’30, fino alla vecchiaia, negli anni ’10 del terzo millennio.


La cosa curiosa è che non si tratta di normali diari, l’autore di questi non era interessato a raccontare gli eventi e le emozioni provate durante le sue giornate. All’autore interessava analizzare le risposte del proprio corpo (ma occasionalmente anche degli altrui corpi) rispetto ai quotidiani stimoli che esso riceveva. Descrivere le reazioni del proprio corpo per poi descrivere la propria vita. Un diario che può essere il diario di chiunque con le goie, le paure, i dolori e la tristezza che suscita la malattia e la vecchiaia. Ovviamente, da questi racconti si viene a conoscere anche la storia di questo ragazzo, poi diventato adulto, sposato, i figli, i nipoti, gli amici, etc…

Pennac ci lascia in balìa di un racconto, di una storia, di un corpo che un giorno potrebbe essere il nostro, un poco di tristezza ma ci fornisce un efficace antidoto, che troviamo nelle ultime parole della più cara amica del protagonista, Fanché:
‘Non fare quella faccia, petardo, lo sai che prima o poi si finisce tutti nella maggioranza.” E anche: che senso dare ad una realtà che ha per tutti una data di scadenza?
La risposta è forse racchiusa nelle parole di tenerezza che il protagonista rivolge alla figlia, a cui il diario è affidato: “Oh! Mia Lison! La felicità senza alcun altro motivo che la felicità di esistere”.
Bello, consigliato a chi già apprezza Pennac ma anche a chi ancora non ha letto nulla di suo.

Massimo Arena

Chiaro di donna – Romain Gary #recensione #RomainGary

Per amanti delusi (ma ancora fiduciosi).

Singhiozzava. Sapevo che non era una questione di me o di lei. Era una questione di mancanza. Solo un momento di reciproco aiuto. Avevamo bisogno d’oblio, tutti e due, di una sosta prima di rimetterci in marcia con il nostro bagaglio di miseria. Poi ci fu da attraversare il deserto, dove ogni indumento che cade spezza, allontana e brutalizza, dove gli sguardi si fuggono per evitare una nudità non soltanto dei corpi, dove il silenzio accumula le sue pietre. Due esseri allo sbando che si sostengono contro la solitudine, e la vita sta a guardare.
Una disperata tenerezza che è solo un bisogno di tenerezza.

Non avendo mai letto nulla di Romain Gary e ritrovandomi per le mani questo agile volumetto, ho iniziato a leggere “Chiaro di donna” con curiosità e ricordando vagamente un vecchio film con il carismatico Yves Montand e l’incantevole Romy Schneider. Fino a metà della breve lettura il mio umore è oscillato fra il perplesso e l’incavolato: un lui Michel e una lei Lydia si scontrano casualmente complice la portiera di un taxi aperta distrattamente. Qualche imbarazzo, lui deve partire per Caracas fuggendo da una sua compagna che lo ha lasciato inaspettatamente nonostante il legame fortissimo, e anche Lydia è in fuga dal ricordo di un marito e di una figlia persi in un incidente. Entrambi mentono o almeno non dicono tutta la verità, ma non sul fatto di essere in un abisso di solitudine. Si ritroveranno, e l’attrazione fatale di due solitudini diventerà uno sfogo sessuale; poi si lasciano ancora e intanto piovono sul lettore frasi memorabili, battute spiritose e calembour da gente colta ed istruita. Sembra tutto molto fasullo e molto letterario nel senso più deleterio, anche perché poi lui torna ancora e compare pure Sonia, la suocera impossibile di lei immersa in una sfarzosa festa che si potrebbe definire radical chic nella Parigi di esuli russi ed ebrei cui lei appartiene. Lì comincia a disvelarsi meglio la genesi di due solitudini, che non svelo per correttezza verso potenziali nuovi lettori, (se non sarete dissuasi da queste mie confuse note!) e il tentativo di Michel, poco assecondato da Lydia ovviamente, di celebrare la precedente compagna attraverso la nuova venuta per salvarne il testamento d’amore trasmesso e celebrare l’amore come l’unica religione che possa salvare la vita.

Non fare del mio ricordo un gruzzolo da conservare gelosamente. Spendimi. Dammi a un’altra. Allora sarò salva. Rimarrò donna. 

E questo credo, quasi religioso, forse è quello che va salvato del libro che ho, prima faticosamente, e poi con qualche convinzione crescente verso il finale, portato a termine, anche perché non riesco mai a non finire quello che comincio a leggere.

E’ un libriccino breve, triste, intriso di poesia e speranza, comunque mai troppo pessimista, con una certa malinconica dolcezza che alla fine non mi è dispiaciuta.
Vorrei però essere aiutato a capire da chi meglio lo conosce se questo autore viaggia sempre borderline fra melodramma patinato e tormenti esistenziali, fra personaggi letterari e sceneggiature cinematografi. Ma forse, come mi pare di ricordare, anche la sua vita è stata un bel film!

Renato Graziano