Philippe Petit – Toccare le nuvole #PhilippePetit

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Sarà capitato anche a voi, a 17 anni, o comunque in quell’età dove “tutto è ancora intero“, come cantava Guccini, di vedere per caso una qualche immagine e di dire “ecco quello che voglio fare”.
Credo capiti più o meno a tutti.
Poi è passato l’autobus che aspettavate, o vi hanno chiamato per l’interrogazione, o vi è cascato l’occhio nella scollatura di una ragazza, e la mente se ne è ritornata a terra, per rimanere più o meno lì, fino al volo successivo o meglio al salto, “volando come vola il tacchino” (oggi mi gira lui in testa, chissà perché).
Ecco, a tutti più o meno è successo così, immagino, ma ad alcuni invece la mente è rimasta impigliata a quell’immagine, che è diventata la guida di un’intera esistenza, e la sua realizzazione il punto più alto.
Questo film è il racconto di un’idea così.
E’ il 1966 e il 17 enne Philippe Petit è nella sala d’aspetto di un dentista; sfogliando una rivista vede il disegno di due nuovi grattacieli che hanno deciso di costruire a New York.
Due grattacieli uguali e vicini, che, una volta costruiti, saranno i più alti del mondo.
Strappa la pagina del giornale e se ne va, folgorato da quell’immagine.
Philippe è già allora un giocoliere e un funambolo, e in quel preciso istante sente che DOVRA’ camminare su un filo tra le due torri.
Il film, del 2008, inizia il 7 Agosto del 1974, con la “banda” organizzata da Phlippe che entra clandestinamente nel cantiere del World Trade Center, e racconta con salti avanti e indietro nel tempo, l’evoluzione di quel sogno nato 8 anni prima e ora sulla via della sua realizzazione. Si tratta di una sorta di documentario realizzato con interviste, filmati d’epoca e ricostruzioni, dove i protagonisti sono gli stessi che hanno compiuto l’impresa allora, che raccontano i loro ricordi e i ricordi delle loro emozioni. Detta così può sembrare noioso, ma vi assicuro che vedere nelle immagini di repertorio quell’omino vestito di nero che passeggia su un cavo invisibile a centinaia di metri dal suolo, è un’emozione anche per chi lo guarda adesso, quando sono passati 40 anni da quel giorno, e pure le torri gemelle sono un ricordo che inizia a diventare lontano.

Luca Bacchetti

Colum McCann – Questo bacio vada al mondo intero #ColumMcCann #recensione

questobacio

Nel 2014, spinto dal quarantennale dell’impresa, ho cercato il film Man on Wire, di cui vi ho già raccontato qualche settimana fa. Acquistandolo mi è stato proposto anche questo libro, che narra di vicende che avvengono proprio all’ombra di quell’uomo sospeso in una danza magica su un cavo teso a 110 piani dal suolo. Il titolo non mi ispirava per niente, ma le recensioni dei lettori mi hanno spinto a mettere anche quello in lista.
Così sono partito di nuovo per NY, nell’Agosto del 1974, e dintorni.
Il libro prende l’avvio proprio da quella mattina. Una figura nera sul cornicione, lassù in cima al mondo, qualche passante che inizia a guardare e che inizia a diventare folla, e domande e cosa succede e che ci fa lassù e forse si butta e buttati! e…
E poi il libro racconta di altre vite e altre storie, tutte a loro modo unite da fili sospesi nel vuoto, fili invisibili ma tesi e capaci di portarti dove non ti saresti mai aspettato, o di farti precipitare. Si racconta di perdite e di incontri, della vita che svolta in un battuto di ciglia, della grande Storia, che in quegli anni si chiamava Vietnam e Watergate, e della storia dei miserabili, dei tossici e delle battone nel bronx, o dei ricchi di Park Avenue, che ritrovano proprio tra quelle case fatiscenti una ragione per farsi forza a guardare oltre la propria disperazione.
Fili sospesi da percorrere verso un posto una persona che si possa, finalmente, chiamare Casa, lasciando il resto del mondo a girare.

PS: il libro mi sembra tradotto bene, ma non mi capacito della scelta del titolo, orribile. L’originale è Let the great world spin.

Luca Bacchetti