La ragazza del treno – Paula Hawkins #recensione #paulahawkins


“La vita non è un paragrafo, e la morte non è una parentesi”.

L’ho letto in mezza giornata e questo dimostra che la vicenda prende e diventa difficile staccarsi dal libro.
Si tratta di un thriller psicologico classico, infatti il lettore un pochino esperto intuisce come andrà a finire abbastanza velocemente. Tuttavia la scelta di raccontare da tre punti di vista e su diversi spazi temporali, permette di non annoiarsi, anche se la trama riprende un tema ormai abusato e prevedibile perchè comune a tanti romanzi dello stesso genere: spesso il male cova e si cela dove meno ci se lo aspetta, nella quotidianità di un ambiente familiare apparentemente felice e sereno.
Tuttavia, a fronte di una trama che non eccelle per originalità, la lettura rimane comunque piacevole grazie ad una prosa molto fluida e scorrevole.

Narratori diversi e flash temporali non sono certo particolarmente originali, è originale invece, o perlomeno io ancora non avevo letto niente di simile, che questi si intreccino più volte tra loro. Di solito, se ci sono diversi narratori, il tempo del racconto è lo stesso: il personaggio A racconta il primo giorno, poi lo racconta il personaggio B. Poi si torna al racconto di A, passato al secondo giorno e ancora da B, che lo racconta dal suo punto di vista.
Oppure, il personaggio racconta la sua vita ora e prima, ricordando….
O un personaggio racconta l’oggi e uno lo ieri e i due piani temporali si incontrano, in genere verso la fine del libro, quando il personaggio che racconta il passato arriva al punto di partenza del personaggio che racconta l’oggi…

In questo libro, invece, inizialmente abbiamo un personaggio che racconta il presente e uno il passato, ma il passato “corre più veloce” e raggiunge il presente. In questo raggiungimento vengono ri-raccontate giornate che noi abbiamo già sentito narrate dal primo personaggio, ma capitoli prima! E nel frattempo sappiamo come è andata avanti la storia…
Se dovessimo rappresentarle graficamente, le tre linee narrative e le tre linee temporali non corrono parallele, non finisce l’una dove inizia l’altra, ma continuano a intrecciarsi.
Il racconto ne esce così davvero coinvolgente e dinamico.

Un’ultima considerazione: qualche tempo fa avevo letto una recensione, in realtà non ricordo bene se del libro o del film, che diceva che questa storia è la storia di come le apparenze ingannano, di come l’apparenza della felicità e della perfezione possa nascondere invece il suo opposto.
A me pare che più che di apparenza si debba parlare di illusione.
Infatti, l’anello centrale della storia, la ragazza del treno appunto, si illude di vedere la perfezione, ma è un’illusione che nasce da lei, non è un’apparenza che lei recepisce…

Cecilia Didone

DESCRIZIONE

La vita di Rachel non è di quelle che vorresti spiare. Vive sola, non ha amici, e ogni mattina prende lo stesso treno, che la porta dalla periferia di Londra al suo grigio lavoro in città. Quel viaggio sempre uguale è il momento preferito della sua giornata. Seduta accanto al finestrino, può osservare le case e le strade che scorrono e, quando il treno si ferma puntualmente a uno stop, può spiare una coppia, un uomo e una donna senza nome che ogni mattina fanno colazione in veranda. Un appuntamento cui Rachel, nella sua solitudine, si è affezionata. Li osserva, immagina le loro vite. Ma una mattina Rachel, su quella veranda, vede qualcosa che non dovrebbe vedere. E da quel momento per lei cambia tutto e la sua stessa vita diventerà legata a quella della coppia. Ma che cos’ha visto davvero Rachel?

Morte di un uomo felice – Giorgio Fontana #recensione #giorgiofontana

mortediunuomofelice

Siamo nell’estate afosa del 1981 a Milano, nell’epoca del terrorismo rosso e nero che colpisce a ripetizione; cadono uomini senza colpe dirette, ma eletti a simbolo dello Stato oppressore da chi pensa che la morte sia l’unica risposta allo stragismo che rimane senza colpevoli, da Piazza Fontana a Piazza della Loggia all’Italicus e via via sommando sempre nuove vittime. Giacomo Colnaghi, il protagonista di questa storia dall’esito ineluttabile già dal titolo, è un sostituto procuratore che crede nella legge e nella giustizia degli uomini onesti ma non cessa di interrogarsi sulle motivazioni profonde e sulle scelte assurde di giovani che, come lui nati e cresciuti nella cultura cattolica e in un credo politico egualitario di sinistra, hanno trovato strade opposte alla sua nelle bande armate. E’ un uomo apparentemente sereno e felice, Giacomo, dalla vita monotona e perfino banale: vive da solo a Milano tornando in famiglia solo per il week-end e sembra privilegiare il lavoro alla famiglia, e forse così felice non è se lui e la moglie non fanno all’amore da sette mesi. E’ poi tormentato dalla consapevolezza che la sua giustizia non sembra dare risposte adeguate ai parenti delle vittime.
Il racconto privilegia le atmosfere cittadine di quegli anni, pesanti di una cupezza presaga del peggio, e all’azione del magistrato antepone gli incontri casuali o con vecchi amici o con i terroristi catturati. Il libraio Mario, il parroco don Luciano, il collega magistrato Doni, sono persone con le quali il protagonista si confronta e scontra sul senso del suo impegno, sulla sua convinzione fervidamente cattolica e soprattutto sul sacrificio a cui obbliga la propria famiglia. In questo andamento pacato e dolente sta il pregio e forse anche un limite del libro che ricorre a qualche stereotipo o a immagini a volte leziose che rubano spazio a un approfondimento più incisivo del tema trattato, forse impossibile all’autore nonostante l’ampia documentazione a cui si è alimentato, non essendo testimone diretto di quell’epoca. Ma Fontana sembra volere mettere una sua radice anche qui, in questa epoca, investigandola, come fa fare al suo protagonista, rimasto orfano appena nato perché il padre Ernesto, la cui storia viene raccontata in parallelo allo svolgimento della vicenda principale, è morto giustiziato dai tedeschi durante la lotta partigiana ma è diventato così la stella polare di un impegno inderogabile. Un magistrato cattolico al lavoro durante gli anni di piombo, un operaio comunista in fabbrica durante la seconda guerra mondiale, un padre e un figlio diversi ma uniti dallo stesso destino, due vite spese con impegno alla ricerca della giustizia, libertà e verità.
Non mancano i passaggi incisivi e interessanti (vedasi l’incontro a una conferenza in cui è praticamente l’unico partecipante con la relatrice con la quale si trova a dibattere il tema del diverso significato della giustizia divina e della giustizia degli uomini e nel quale la sintesi suggerita è un bellissimo verso di Dylan Thomas: “And all your deeds and words, /each truth, each lie, / Die in injudging love” (E tutte le tue azioni e le tue parole, ogni verità, ogni bugia, muoiono nell’amore che non giudica).
Questo libro ha vinto, a sorpresa, il Campiello 2014: non è un libro perfetto, ma molto interessante e pregevole perché la memoria degli anni bui del terrorismo politico dovrebbe bricordarci che abbiamo passato momenti molto complessi e sarebbe molto importante capire perché ci si è arrivati e perché sarebbe tanto meglio non ricapitarci dentro.

Renato Graziano