Il posto – Annie Ernaux #annieernaux @lormaeditore

ernaux

traduzione di Lorenzo Flabbi – L’Orma editore

A partire dalla copertina, questo è un libro per me folgorante.
E’ un piccolo grande libro, condensa emozioni, commozione, dolore, disagio, senso di inadeguatezza, sofferenza, incomprensione ed amore, in sole 107 pagine.

La copertina, due ombre. Un uomo con una carriola, che proietta a sua volta un’altra ombra, ma non la sua, bensì quella di una bambina che legge un libro, zainetto in spalla.

La storia è una biografia/autobiografia. Il rapporto tra la scrittrice e suo padre, la loro storia di genitore e figlia. La Ernaux non sceglie di raccontarcela in forma classica, bensì in tono essenziale, raccontando solo i fatti nudi: “Da poco so che il romanzo è impossibile. Per riferire di una vita sottomessa alla necessità non ho il diritto di prendere il partito dell’arte, né di provare a far qualcosa di ‘appassionante’ o ‘commovente’. Metterò assieme le parole, i gesti, i gusti di mio padre, i fatti di rilievo della sua vita, tutti i segni possibili di un’esistenza che ho condiviso anch’io. Nessuna poesia del ricordo, nessuna gongolante derisione. La scrittura piatta mi viene naturale, la stessa che utilizzavo un tempo scrivendo ai miei per dare le notizie essenziali”.

Le due ombre, dicevo. Il passaggio tra padre e figlia, il lavoro, la fatica, i sacrifici fatti affinchè la generazione successiva non patisse le stesse sofferenze. Ma, nello stesso tempo, quelle diverse ombre sono il solco dell’incomprensione, il “posto” dove risiede la differenza abissale, a tratti, tra le due generazioni,e anche il posto inteso come collocazione sociale diversa a cui i due arriveranno. Le immagini, appunto. Sono essenziali, per l’autrice. Questo libro non è un romanzo, ne cancella la poesia eventuale, è scritto togliendo, scalpellando, ma l’aver tolto non significa aver diminuito il valore, anzi…questa scelta ha significato un linguaggio che arriva al cuore. Questo libro è un album fotografico:
“Nella giacca di tutti i giorni, appesa in cantina, ho trovato il portafoglio. Un po’ di soldi, la patente e, nella taschina interna, un ritaglio di giornale con dentro una vecchia foto dai bordi dentellati. Nell’immagine, alcuni operai disposti su tre file guardavano verso l’obbiettivo, ognuno con il suo berretto. Una tipica foto d’epoca che nei libri di storia viene usata per illustrare uno sciopero o il fronte popolare. Ho riconosciuto mio padre nell’ultima fila, ha l’aria seria, quasi preoccupata. Molti ridono. Il ritaglio di giornale portava i risultati, in ordine di merito, del concorso delle neodiplomate per accedere alla facoltà di Magistero. Il secondo nome era il mio”.

Un padre che non ride in nessuna delle tante foto mostrate. La serietà indomita e concentrata ad un solo scopo, lavorare affinchè tu, mia figlia, non soffra quanto ho sofferto io. E il tuo successo ripaga il mio lavoro. E’ un passo commovente, potente. Lo sforzo continuo per fare un passo avanti e soprattutto per non tornare indietro nella scala sociale. Una vita intera consacrata a questo scopo, perdendo di vista ogni altro, un immenso solco tra due generazioni, quello che interessa a me non può interessare te, ci dividiamo anche nel modo di parlare, tornare a trovare i genitori significa ripiombare in un’altra epoca, linguistica, culturale, sociale, immobile nel tempo. Un continuo ricordo del passato, vivido come appunto un’istantanea fotografica, una rassegna, una mostra di immagini vive e spesso dolorose: “Mia nonna aveva persino una certa raffinatezza, alla feste portava una crinolina in cartone e non faceva pipì in piedi sotto la gonna come erano solite fare per comodità molte donne di campagna” – “Un giorno mio padre è scivolato dalla cima dell’albero della cuccagna senza avere afferrato il cesto delle vettovaglie. La rabbia di mio nonno durò delle ore” – “Mia madre la domenica, assieme alle sue sorelle, comprava un cartoccio di briciole di torta dal pasticciere” .
Le costanti abitudini, una scelta di vita ferrea. Non farsi notare mai. Non esibire. Lavorare sempre. Conquistarsi il rispetto. “Imparare a essere felici della propria sorte”.
Vogliosi di liberarsi dal giogo della povertà, vista come una colpa, ma nello stesso tempo orgoglio indomabile, proprio perchè si è iniziato il proprio cammino da un punto così basso.
Un silenzio, una distanza tra padre e figlia, che fanno male: “Pensavo che per me non potesse più fare nulla. Le sue parole e le sue idee non erano quelle che circolavano nelle lezioni di letteratura o di filosofia, nei soggiorni con i divani di velluto rosso dei miei compagni di classe. In estate, dalla finestra aperta di camera mia, sentivo i colpi regolari della sua vanga che appiattiva la terra dissodata. Forse scrivo perché non avevamo più niente da dirci”.

Un rancore, bene espresso. La figlia che ha imparato il modo di esprimersi dei genitori, ma che, frequentando le scuole, ne assimila un altro, quello “corretto”, e non può fare a meno di correggere a sua volta suo padre. E si sente tutta la fatica e la sofferenza di dover stare in questa pericolante zona di mezzo. Come se la figura autorevole del genitore venisse improvvisamente sostituita da un’altra, la scuola, l’istruzione, un’entità indefinita, nemmeno una singola persona.
Credo che sia una piccola storia solo in apparenza, in realtà molti di noi troveranno corrispondenze, ricordi, confluenze, esperienze comuni.

Musica: Nightswimming, R.E.M.

https://youtu.be/O-YHU6BwPR0

Carlo Mars

DESCRIZIONE

La storia di un uomo – prima contadino, poi operaio, infine gestore di un bar-drogheria in una città della provincia normanna – raccontata con precisione chirurgica, senza compatimenti né miserabilismi, dalla figlia scrittrice.
La storia di una donna che si affranca con dolorosa tenerezza dalle proprie origini e scrive dei suoi genitori alla ricerca di un ormai impossibile linguaggio comune.
Una scrittura tesissima, priva di cedimenti, di una raffinata semplicità capace di rendere ogni singola parola affilata come un coltello.
Il posto è un romanzo autobiografico che riesce, quasi miracolosamente, nell’intento più ambi­zioso e nobile della letteratura: quello di far assurgere l’esperienza individuale a una dimensione universale, che parla a tutti noi di tutti noi.

Mo Yan – Le rane #moyan #lerane

moyan

Ed eccoci di nuovo nella Macondo della Cina, nella “zona a nordest di Gaomi” che nella narrazione di Mo Yan diventa un luogo magico ed epico, popolato da personaggi che concentrano in sé un intero popolo, e le cui vicende sono un distillato della Storia di tutta la nazione.
Il romanzo, che si apre agli inizi degli anni ’50 e si chiude nei primi anni 2000, ci porta a vivere, attraverso le vicende di Wan Xin, Xiaobao e degli altri protagonisti del romanzo, gran parte delle trasformazioni e contraddizioni che ha attraversato la Cina in questi anni.
All’inizio del racconto Wan Xin è una levatrice, anzi, La Levatrice della zona a nordest di Gaomi; la prima che affronta le complicazioni dei parti con freddezza e approccio medico, anziché con le pratiche tradizionali delle mammane, spesso pericolose e dagli esiti drammatici. E’ lei che, nella zona, viene vista come l’incarnazione della dea della fertilità, ed è lei che fa nascere quasi tutti i protagonisti che impareremo a conoscere nelle 350 pagine di questo romanzo.
Con l’avvento della politica del figlio unico, all’inizio degli anni ’70, colei che era nella zona era quasi venerata per la sua capacità di risolvere i parti più complicati, diventa l’avanguardia del regime e l’artefice inflessibile della sua politica.
La sua tenacia e ferocia nel mettere in pratica la politica di controllo delle nascite rasenta il fanatismo, e in una zona rurale, dove l’applicazione delle tecniche di contraccezione “consigliate” dal Partito si scontra con usanze e abitudini radicate in profondità (“se una donna non fa figli che cosa ci sta a fare?”) porta a situazioni dagli esiti a volte drammatici.
Gli anni però scorrono inesorabili e i nostri protagonisti assistono piano piano alle trasformazioni delle proprie vite e dell’intera nazione.
La politica del figlio unico ha perso la sua forza e diventa quasi più solo una questione economica; chi vuole un figlio in più e può permetterselo paga la multa, e se non può permetterselo trova altri modi per aggirare la legge.
I protagonisti stessi sono quasi storditi dalla profondità dei cambiamenti, così come dalla loro rapidità, e si trovano a dover fare i conti ciascuno con i propri ideali, con il proprio passato e con i propri fantasmi, alla ricerca di una redenzione che forse può essere concessa dalla Storia, ma difficilmente potrà arrivare dalle anime delle migliaia di bambini non nati, che, come la rane degli stagni, fanno sentire la sera la propria voce e tormentano la vecchiaia di Wan Xin, che tenta di ridare loro un posto nel mondo modellando assieme al marito le loro immagini nella creta.

Così come nell’azzeccatissima copertina, Mo Yan mette a fuoco una figura tra tante, la stacca dal gruppo e riesce nell’acrobazia di renderla unica tra milioni, ma nello stesso tempo rappresentativa di tutti, finanche di un intero popolo che, pur abbagliato dal presente radioso, si trova a fare i conti con il proprio pesante passato.

Luca Bacchetti