Caio Sallustio Crispo – La congiura di Catilina

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Quando leggo mattoni biblici ho l’abitudine di leggere anche qualcos’altro nei ritagli di tempo, per stemperare un po’.
Adesso sono in pieno Karamazov e ho voluto ritornare su un classico latino su cui ero già passato ai tempi del Liceo ma che, ovviamente, non avevo avuto modo di apprezzare: alla fine si trattava solo di versioni da tradurre in modi leciti o meno per cercare una dignitosa insufficienza anzichè il solito 3.
Ma tra i ricordi scolastici qualcosa mi era rimasto.

Il De Catilinae coniuratione è la prima vera e propria monografia storica mai composta in tutto il mondo latino. L’opera, come si comprende dal titolo, tratta la congiura di Lucio Sergio Catilina e il moto che ne seguì nel 63-62 a.C. Alla trattazione della cospirazione, Sallustio fa precedere un’analisi della condotta cesariana del 66-63, dimostrata (anche se non lo fu realmente) del tutto esente da colpe nel tentativo insurrezionale e vista come unica valida alternativa al corrotto “regime dei partiti” di cui auspica la fine, con conseguente riflesso sulle sue scelte politiche.

Sallustio, nonostante tutto, non descrive Catilina come un personaggio assolutamente negativo, anzi. Tra le righe si intravede la figura di un idealista che da tempo portava avanti un progetto che si può definire “rivoluzionario”; schierato dalla parte della plebe, sulla base di questa missione politica si candidò più volte al Senato, senza successo.
Questo vero e proprio massimalismo gli portò l’ostilità degli aristocratici e dei populares, avversione che lo spinse a cercare la via non più della legittimazione politica ma quella della Rivoluzione, quindi la sua è da leggersi come non la figura bidimensionale del nobile in declino che per conquistare il potere si affida a personaggi senza scrupoli e alla plebaglia.
Ma il testo di Sallustio è interessante e affascinante anche perchè dipinge anche i ritratti di tre suoi contemporanei come Giulio Cesare, Catone Uticense e Cicerone.
Il primo con un ritratto benevolo (fin troppo, i critici hanno contestato: pare che fosse più che coinvolto nella congiura di Catilina) di un uomo politico ambizioso ma saggio, duro ma anche benevolo. L’ultraconservatore Catone è la figura – secondo me – più affascinante: anche lui, come il padre, fedele custode del mos maiorum si oppone alla richiesta di grazia avanzata da Cesare nei confronti dei cospiratori arrestati. Cesare vuole la grazia per esaltare la grandezza della Repubblica, Catone vuole il supplicium more maiorum, la Morte. L’avrà vinta lui e Lentulo e gli altri congiurati verrano strangolati nel carcere Mamertino. Ma c’è una frase di Sallustio che descrive perfettamente il personaggio stoico e intransigente di Catone: “Quando meno cercava la gloria, tanto più essa lo seguiva“.
Di Cicerone , invece, Sallustio fa un ritratto abbastanza frettoloso e, leggendo tra le righe, non troppo benevolo: arrivista, dotato sì di grande eloquenza ma anche di poca visione politica. Cicerone auspica l’alleanza tra oligarchia senatoriale ed equites, le classi popolari non le vede neanche e dipinge Catilina come uno scellerato dedito a mille depravazioni e a brama infinita di potere.

Comunque Cesare e Catone il Giovane, messi a confronto, sono visti ambedue come estremamente positivi, persino “complementari” per la salute della res publica di Roma, in quanto avevano una simile visione del mos maiorum: uno con la sua liberalitas, munificentia e misericordia; l’altro con la sua integritas, severitas, innocentia.
Infine un cenno sullo stile: qui non c’è la concinnitas Ciceroniana, cioè l’ordine e anche l’eleganza espressiva: Sallustio (e questo me lo ricordo bene, purtroppo) è molto più ostico, asimmetrico e, nella sua ricerca di uno stile asciutto e nemico del superfluo, abbondante di ellissi e dei tristemente famosi zeugmi, cioè collegare a un solo verbo più elementi di uno stesso periodo.

Alessandro Dalla Cort

Il Ritorno di un re – William Dalrymple

Per quanto mi riguarda, è il mio libro dell’anno.

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RISVOLTO: Nel 1839 un’armata britannica di quasi ventimila uomini invade l’Afghanistan per insediare sul trono del paese un sovrano fantoccio, Shah Shuja, e contrastare così la temuta espansione russa in Asia Centrale: è l’inizio del Grande Gioco, la sanguinosa partita a scacchi tra potenze coloniali europee per il controllo della regione, immortalata da Kipling in Kim. Ma è anche il primo fallimentare coinvolgimento militare dell’Occidente in Afghanistan. Meno di tre anni dopo, il jihad delle tribù afghane guidate dal re spodestato, Dost Mohammad, costringe gli inglesi a una caotica ritirata invernale attraverso i gelidi passi dell’Hindu Kush. Soltanto una manciata di uomini e donne sopravvivrà al freddo, alla fame, e ai micidiali jezail afghani. L’impero più potente al mondo era stato umiliato. Dalrymple racconta una vicenda insieme drammatica e farsesca, popolata di personaggi affascinanti e crudeli, incompetenti e geniali, eroici e boriosi. E la racconta in maniera trascinante, senza tuttavia farci mai dimenticare quanto quegli eventi – le antiche rivalità tribali sullo sfondo di territori inaccessibili e inospitali, gli errori strategici che portarono al massacro dell’armata britannica – risuonino, ancora oggi, come un monito.

Questo fu il primo tentativo significativo da parte “Occidentale” (escludendo la spedizione di Alessandro Magno) di controllare, manipolare e stabilizzare l’eterogeneo, mutevole e instabile territorio afghano e, come quelli che lo seguiranno si concluse con un bilancio fortemente negativo e più precisamente, in quel caso, in un completo disastro politico e militare che portò al completo annientamento del corpo di spedizione britannico ed incrinò pesantemente l’immagine “vincente” della Compagnia delle Indie. Fu anche il primo vero terreno di confronto del “Grande Gioco” che lungamente contrappose gli interessi dell’impero russo a quello britannico.

L’autore scrive questo libro nel periodo dell’ultima invasione dell’Afghanistan, l’intento è anche dimostrare quanto i fallimenti recenti di Russia e forze occidentali non aggiungono niente di nuovo a quello che la storia ci aveva già tramandato. Il suo obiettivo è, secondo me, perfettamente riuscito e senza sforzo ci verrà naturale fare paragoni con l’epoca contemporanea più o meno recente.
Il libro è scritto in una forma eccellente, quasi da sembrare un romanzo più che un saggio storico, le citazioni si alternano al racconto, integrandolo in modo da far cadere il lettore in un viaggio spazio temporale.

Roberto Sensidoni