Buick 8 – Stephen King #StephenKing

Fa la sua comparsa nel lontano 1979 e continua la sua presenza sorniona in un capannone dietro la stazione di polizia della squadra D. E’ una macchina, una Buick blu notte, dentro sembra un giocattolo, ma un fatto è certo: dai copertoni sui quali non si posa mai un grammo di polvere, alla carrozzeria che si guarisce da sola, è viva come un animale… uno strano essere animato che a lunghi periodi di letargo alterna brevi, violenti attimi di attività.

Buick 8 (From a Buick 8) è un libro che, letto quando era uscito nel 2002, mi aveva semplicemente lasciato un po’ interdetta, per finire nel gruppone dei libri del Re senza infamia e senza lode. Non proprio brutto, ma neanche rimarchevole. Passato quasi un ventennio, nel gorgo delle riletture del Re che ciclicamente mi riprende, ho deciso di ripercorrere quelle strade, e l’ho gradito maggiormente.

E’ un romanzo onesto, sempre un po’ lento, poco prolisso, ma in ogni caso non è molto lungo. Piuttosto maturo, mi ha colpito perchè credo abbia una certa risonanza emotiva con chi invecchia e si pone domande, e soprattutto con la consapevolezza che molte di queste domande non troveranno mai risposta, e bisogna semplicemente accettarlo.

E’ un libro di King che in genere o non piace, o piace poco; la storia è per certi versi semplice (e semplicistica); la narrazione è corale, e coinvolge una serie di personaggi, un gruppo di poliziotti di un paesino della Pennsylvania rurale. Nel 1979 o giù di lì, un’automobile che pare un modello Buick 8 si ferma in un distributore di benzina della loro contea; il misterioso autista (che pare umano) scambiate due parole con il benzinaio svanisce nel nulla senza lasciare traccia. La polizia, dopo aver preso in custodia la macchina, scopre strane, curiose e inquietanti caratteristiche nella Buick, che in particolare si rivela letale, se ci si avvicina troppo in certe occasioni.

Lo sceriffo e la sua squadra, i nostri narratori, si trovano quindi di fronte a un dilemma: che fare? avvisare i servizi segreti, scomodare qualche pezzo grosso, ma come farlo? e poi? trovarsi nel marasma di beghe legali e burocratiche che questo comporterebbe, per non parlare delle potenziali vittime prima di trovare qualcuno che li prenda sul serio? o tacere, prendersi la responsabilità di vigilare sul pericolo, e resistere come gruppo?

Un paragone inevitabile, che ho visto fare più volte nelle recensioni e riesce ovviamente spontaneo dato che si parla di veicoli non proprio normali, è quello con Christine; eppure, messo da parte l’oggetto primario della narrazione, una macchina davvero davvero cattiva, le storie sono assai diverse, e la vera somiglianza con un altro libro di King è più con Il miglio verde, che con la macchina infernale. Anche perchè la Buick non è precisamente un demone, è più un’idea lovecraftiana di un passaggio che riesce a congiungere la dimensione umana con quella dell’altrove, dell’inconoscibile, dell’orrore folle.
Christine oggetto malefico vive di vita propria, Buick 8 è semplicemente una storia in cui la macchina, e il male, sono piuttosto in secondo piano rispetto al coro di persone normalissime (come le guardie carcerarie del Miglio) che cercano di tenere nascosto un segreto molto più grande di loro. Una comunità umana, imperfetta, fallace ma bene intenzionata, che si trova a fare i conti con qualcosa molto al di fuori della propria portata. Tutti insieme decidono di provare ugualmente a fare la cosa che ritengono giusta, non senza dubbi, ossessioni, paure e ansie che nel ventennio in cui si svolge la narrazione prendono piede in diversi membri del gruppo, alcuni dei quali nel tempo trascorso muoiono, vanno in pensione, oppure invecchiano continuando a resistere in attesa che arrivi una nuova generazione di guardiani.

Il pretesto della storia è poi questo: una narrazione un po’ malinconica sul tempo umano che passa, e sulle stagioni che si susseguono chiudendosi su semplici vite, a volte spese bene, a volte indegnamente, a volte così così. A volte, come sappiamo noi Fedeli Lettori, si fa quel che si può, in attesa di tempi migliori. Certo, un libro minore di King, ma l’aspettativa con cui si arriva a leggerlo è molto: non lo si deve approcciare per la trama o attendendo colpi di scena e zampate orrorifiche (anche se qualcuna c’è). Il Re usa la Storia per riflettere, e il passo che impiega è quello del parlato, non dell’azione adrenalinica. Per me un tre stelle e mezzo, qualche ora piacevole regalatami, un po’ di riflessioni sul passato, e una certa saudade dei libri di King che si mescola alla nostalgia nei ricordi della nostra vita che passa.

IL figlio di Curt Wilcox veniva spesso alla stazione l’anno che suo padre morì – e intendo proprio spesso – ma nessuno gli diceva mai di togliersi dai piedi o gli chiedeva che cosa diavolo volesse. Capivamo il motivo delle sue visite: cercava di aggrapparsi al ricordo di suo padre. I poliziotti la sanno lunga sulla psicologia del dolore; molti di noi ne sanno più di quanto vorrebbero.

Lorenza Inquisition

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Il sale della terra – Jeanine Cummins #JeanineCummins #Feltrinelli

Il sale della Terra è un romanzo al centro di un caso letterario oltreoceano, una diatriba infuocata che coinvolge decine di scrittori messicani e statunitensi, e nel frattempo, tomo tomo cacchio cacchio, scala le classifiche mondiali, perchè, semplicemente, si legge veramente bene. Premetto che l’ho preso perchè me lo suggeriva Amazon, mi intrigava la trama, aveva una classifica di giudizi dei lettori accettabile, e l’ho cominciato. Non avevo idea di chi fosse la scrittrice, nè della famosa polemica in corso, e forse è stato meglio così: l’ho letto in un giorno e mezzo, e mi è piaciuto parecchio. Una volta finitolo ho aperto l’internet per leggere un po’ di recensioni, e ho appreso delle varie critiche e del vespaio di proteste suscitati dalla sua uscita, che sostanzialmente riguarda il fatto che l’autrice, bianca e americana, scrive un romanzo appropriandosi di una cultura non sua (quella messicana), ricevendo suon di dollaroni dalla casa editrice statunitense (vendendo addirittura i diritti cinematografici prima ancora della pubblicazione) perchè il romanzo è scritto a tavolino per piacere a un pubblico occidentale. Tralascio brevemente queste premesse per parlare del libro, prima che del caso letterario.

La storia è molto avvincente, e parte in modo tragico e spettacolare: una giovane libraia messicana e il suo bambino si salvano miracolosamente dal massacro della loro intera famiglia, riunita per la quincenera di una delle cuginette, da parte di un commando di narcos. Subito, con i corpi dei parenti ancora caldi, comincia la fuga: se si sono salvati, è un caso, e la fortuna, in questi momenti, si esaurisce rapidamente. Sanno di avere alle spalle un cartello il cui capo ha decretato la loro sentenza di morte, e l’unica via di fuga è verso il Nord, l’America.

Prende il via da qui un viaggio frenetico, che porta il lettore nel tragico mondo dell’immigrazione clandestina messicana, lungo la rotta dei disperati che dal Messico e dal Centro America si spingono a nord, sempre più su. Pagina dopo pagina, seguiamo i due protagonisti in una fuga dove continuamente si rischia la vita, lungo i binari dei treni merci che ogni anno portano migliaia di migranti fino al confine con gli Stati Uniti. Entriamo con loro nei rifugi tenuti in piedi dalla carità eroica dei volontari, ci facciamo strada tra poliziotti corrotti, sorveglianti conniventi, narcos psicotici, compagni di strada a volte violenti, allucinati, a volte traditori, spesso comunque molto umani e solidali.

Il sale della terra è un romanzo di finzione, costruito come un thriller, scritto sorprendentemente bene. È la storia di un inseguimento, ha un ritmo serrato che ti prende fin dal primo momento, ha due protagonisti verso i quali siamo molto empatici, una madre e un bambino.

Allora, perchè la diatriba? perchè Jeanine Cummins secondo diversi intellettuali di origine messicana ha prodotto un libro inaccurato e stereotipizzante nel descrivere il Messico e i messicani; la accusano di aver scritto una storia melodrammatica, pensando ai gusti americani, a cominciare dalla protagonista e suo figlio, che sono messicani sulla carta ma in effetti sembrano a tutti gli effetti due occidentali, oserei dire addirittura meglio: due statunitensi. Tutti e due parlano inglese, sono sani e ben nutriti, lei è una giovane signora laureata che gestiva una libreria ad Acapulco: hanno soldi perchè prima di fuggire riescono a prelevare tutti i soldi dal conto bancario, quindi rispetto alle migliaia di altri migranti che incrociano non sono mai veramente disperati.

Si critica poi il diritto (oltre alla capacità) di una scrittrice statunitense e bianca, quale è Cummins, di raccontare una storia di migranti messicani, ma soprattutto si accusa l’industria editoriale americana che ha promosso un libro come questo molto di più rispetto a romanzi sullo stesso tema scritti da autori messicani o centroamericani, o statunitensi ma messicani o centroamericani di origine.

Il vero problema non è tanto Il sale della terra, ma il fatto che questo romanzo abbia ottenuto molta più attenzione e riconoscimenti (l’anticipo da più di un milione di dollari, la vendita dei diritti cinematografici e l’attenzione di Oprah Winfrey) di molti altri libri sullo stesso tema che secondo i critici sarebbero scritti meglio e con maggiore preparazione. A essere criticato quindi è soprattutto il sistema editoriale statunitense, che favorirebbe gli autori bianchi, compresi tutti quegli scrittori che hanno detto cose entusiastiche del romanzo senza conoscere bene la letteratura messicana. Succede perché la maggior parte delle persone che lavorano nell’editoria sono bianche.

https://www.ilpost.it/2020/01/29/polemica-romanzo-jeanine-cummins-oprah-winfrey/

Io non ho onestamente le basi per prendere una posizione decisa, anche se oggettivamente non è un capolavoro tale di libro da far dimenticare tutto il resto. Mi sento di dire che mi è piaciuto molto, perchè sì, è un romanzo se vogliamo melodrammatico e certo ben costruito per piacere, che si legge come un libro di avventura, decisamente un po’ furbo in certe scelte autoriali. Però secondo me è anche un bel romanzo, con ingredienti di riflessione interessanti, e soprattutto ha uno stile mai sciatto nè banale. E’ un best seller, sì, ed è ovvio che Don Winslow che parla di cartelli messicani non è lo stesso fottuto campo da gioco, non è lo stesso campionato, e non è nemmeno lo stesso sport. E’ ovvio e lapalissiano. Però secondo me la Cummins riesce a trasmettere con onestà la costante sensazione di pericolo che vivono i migranti, l’esposizione ripetuta a maltrattamenti e abusi (soprattutto verso delle donne giovani che viaggiano indifese alla mercè di bastardi zozzoni), l’opacità riguardo al percorso burocratico nel futuro che li aspetta, nonché la mancanza di qualsiasi supporto da parte delle autorità (messicane e statunitensi).

Detto questo, sto cercando in rete un po’ di titoli meno controversi sull’argomento, per fare ammenda. E’ anche vero che non sempre si legge per spolverarsi la coscienza o salvare il mondo o capire dove stiamo andando, a volte si vuole solamente che un libro stia con noi per qualche ora, magari facendoci riflettere un poco e niente di più, o indicandoci la strada, poi da lì magari approfondiamo, magari no.

Quindi, date tutte queste premesse e riflessioni, io lo consiglio.

“Questo cammino è solamente per quanti di voi non hanno scelta né altre possibilità ma solo violenza e miseria alle spalle. … Alcuni di voi cadranno dai treni. Molti rimarranno mutilati o feriti. Molti moriranno. Molti di voi verranno rapiti, torturati, venduti, sequestrati. Alcuni avranno la fortuna di sopravvivere a tutto questo e arriveranno al confine degli Estados Unidos, solo per avere il privilegio di morire da soli nel deserto”.

“Solo uno su tre di voi arriverà vivo a destinazione”.

Lorenza Inquisition