Nastri – Stefano Solventi @nellogiovane69 #Nastri #recensione

“… consiglio questo libro a chi ama il rock e il punk, a chi non ama la fantascienza e a chi invece non può farne a meno, a chi ama i vecchi film noir di Jean Gabin e a chi è cresciuto con Strange Days, a chi ha una vecchia maglia di Iggy Pop e a chi ne ha appena comprata una nuova dei Ramones.”

Nastri. Una favola post-rock Stefano Solventi
Editore: Eretica
Anno edizione:2017
Pagine: 176 p., Brossura

Di Nastri, o della fine del Classic Rock.

Stefano Solventi prima di essere giornalista musicale, la musica la ama e la considera linfa di vita. Per questo la sua terrificante visione di società distopica del futuro è un mondo senza rock. Anzi, ancora peggio, un mondo tornato al 1955, quando il rock era un qualcosa di rivoluzionario e carbonaro, e i “cattivi” ascoltavano musica classica. Eppure Nastri, nella sua doppia veste di libro di fantascienza e di atto d’amore per ciò che il rock fu e mai più sarà, è un libro a suo modo anche positivo, perché nella distruzione del mondo che conosciamo nel 2017 ci cade anche internet, la follia del tutto commentato dei social, l’eterna presenza online, e i protagonisti non paiono dispiacersene troppo. E inoltre scopre tra le righe che se anche il rock morisse, la voglia di vivere e esprimersi anche estremamente non morirebbe, ma troverebbe nuove vie espressive, e forse sotto sotto ci dice a noi over 40 che sarebbe ora di smetterla di piangere per il lento ma inesorabile declino del classic rock. Il mondo del 2050 inoltre è un mondo quasi perfetto, pacificato e ben controllato, senza più le brutture di oggi, tanto che il 2001 e le Torri Gemelle paiono un ricordo ormai lontanissimo. Ma per arrivare a ciò si è dovuto, con la scusa di una epidemia (chissà se le polemiche antivaccini erano già all’ordine del giorno quando ha scritto il libro), eliminare ogni fonte di espressione umana troppo estrema, e il rock ricade in questa categoria. Ma ovviamente qualche rocker nostalgico non ci sta e si trasforma in terrorista. Sebbenesi debba forse godere anche del citazionismo da cultore di classic-rock per appassionarsi veramente, Nastri riesce a tenere bene l’equilibrio tra novella sci-fi e analisi sul perché per noi il rock resta così importante, mentre per le nuove generazioni è solo qualcosa che si può casualmente trovare su Spotify, e per cui certo non vale più la pena morire.

Nostalgico dunque, ma onesto nel riconoscere che forse i nostri figli stanno già vivendo in un mondo senza rock, e non sembrano starci così male. Consigliato.

Nicola Gervasini

Paolo Pinna Parpaglia – Verità processuale

verita-processuale

Il mio problemi coi legal thriller è che dopo averli letti furiosamente, perdendoci il sonno, sfogliata l’ultima pagina insomma mi sembra di essere al punto di partenza, pronto ad un altro giro. Mi sento vittima di uno scherzo a cui non ho voluto sottrarmi, anzi.
Anche stavolta è andata così: rimandare il sonno capitolo dopo capitolo, per averne un po’ di più, per scoprire quale rotella dell’ingranaggio siamo noi, lettori di una vicenda che intriga, inganna, ti fa disperare e parteggiare per un protagonista sfigato, coglione, però tenace, retto, in fondo intelligentissimo. Immedesimazione ok, fin da subito.
Una truffa ‘sti legal thriller, ma a costruirli bene – e Pinna Parpaglia lo fa, da buon avvocato ne sa qualcosa in fondo – consentono di metterci dentro tante cose. Qui ce ne sono, di cose: soorattutto personaggi intensi, caricaturali, inquietanti, ossessionati, ognuno con la propria dose di stranezza, a rappresentare un quotidiano noir e infido anche sotto la pelle più affabile.
Il meccanismo funziona, alla grande. La padronanza dei ritmi, dei dialoghi, la sintesi con cui pennella ambienti e personalità: tutto benissimo. Un editing piu attento avrebbe potuto asciugare qualche passaggio, ma quello che emerge è il buon romanzo d’esordio di uno scrittore che non ha molto da invidiare ad un Marco Vichi o ad un Marco Malvaldi, per dire.

stefano solventi

DESCRIZIONE

Quando l’avvocato Quirico d’Escard aveva letto il telegramma che gli era arrivato dal carcere di Buoncammino si era sentito mancare la terra sotto i piedi. In poche righe Enrico la Torre, proprio lui, l’amico amico di una vita, gli stava comunicando di averlo nominato suo difensore. Eppure Enrico lo sapeva bene che Quirico non aveva mai celebrato un processo penale nella sua brevissima carriera di avvocato civilista. Perché allora gli chiedeva di difenderlo dall’accusa di essere l’assassino di Alessia Deiana, la bellissima studentessa liceale trovata morta in una camera d’albergo durante la gita di fine corso?
Perché sei mio amico, gli avrebbe risposto Enrico. E nei momenti più duri un uomo ha bisogno di avere un amico vicino a sé, non un avvocato dal nome altisonante e dalla parcella con molti zeri. Quirico non potrà che accettare la difesa di Enrico che si era dichiarato innocente benché tutto apparisse contro di lui. Anche perché dietro le apparenze si nascondeva un’altra verità, una verità che Enrico avrebbe potuto confessare solo a un amico, una verità che avrebbe potuto segnare il confine tra assoluzione e condanna, tra libertà e galera, tra vita civile e morte sociale.
Ma quante verità esistono? Infinite, dipende solo dal punto di vista.
Quirico vestirà per la prima volta i gravosi panni dell’avvocato penalista per cercare di fare emergere l’unica verità che potrà salvare Enrico dal suo destino. Combatterà nell’arena del dibattimento penale con la sola forza della convinzione e dell’amicizia e colmando la lacune dell’esperienza con la totale dedizione a una causa in cui crede ciecamente.
La sentenza di assoluzione o condanna segnerà la fine del processo, ma la storia avrà un ulteriore epilogo, un redde rationem che segnerà il definitivo trionfo o la decisiva disfatta di Quirico.