Fuoco al cielo – Viola Di Grado #ViolaDiGrado #NaveDiTeseo

Proposto per il Premio Strega 2020 da Maria Rosa Cutrufelli.
Finalista del premio Viareggio-Rèpaci 2019 per la Narrativa.

Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, “Fuoco al cielo” racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all’interno di ogni amore assoluto: perché la “città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.

Viola Di Grado ha, su di me, questa capacità: di farmi precipitare in un buco nero di tristezza. Senza fine. Era successo già con “Settanta acrilico trenta lana”. E ora di nuovo. Ma non è una cosa negativa, non per come intendo io la bellezza di un libro. E questo libro è bellissimo. Non si tratta di una tristezza che ti fa venire voglia di piangere, o che ti suscita pietà, o che riporta alla malinconia, all’amarezza, al dispiacere, no. Per niente. Non è neanche disperazione, perché siamo già oltre quello stadio… È una tristezza solida che devasta, che ti inghiotte, è un sentimento che percepisci vivo, che si muove dentro di te, che morde dall’interno e ti pietrifica fuori. Con la sua scrittura particolare, asciutta, vivida, dal ritmo serrato, la Di Grado ci racconta una storia ispirata ad un fatto di cronaca che ha destabilizzato il mondo, ambientata in un luogo reale che però di reale non ha nulla, perché è un luogo mostruoso che non dovrebbe esistere, e invece è lì con la sua aria infetta e mortale e nessuno ci pensa. Così mostruoso che potrebbe sembrare un racconto distopico, ed invece parla di un tempo passato e ancora presente.

Musljumovo, ai confini con la Siberia, è un villaggio fantasma. C’è ma non c’è. È il luogo più radioattivo del pianeta. Gli abitanti sono tutti malati, i bambini, se riescono a nascere, nascono deformi, e sono tutti lì, fermi, in attesa del nulla, respirando e mangiando morte. Nessuno può entrare nella città segreta, nessuno può uscirci, nessuno ne parla. Tutti pagati per il loro silenzio.

“I luoghi, come le persone, o ti riempiono o ti svuotano. Quel posto toglie tutto, proprio tutto, ti lascia solo pezzi d’anima, avanzi di te stesso.” In questa storia il male è fuori, nell’aria, ma anche dentro. Dentro la terra, dentro l’acqua del fiume, dentro le piante, gli animali… Si impossessa di tutto, degli organi, delle ossa, del sangue, della mente, del futuro che non esiste più. Tutto è avvelenato, compromesso. Anche l’amore. Quell’amore che pretendeva di guarire il male con la sua forza, che sembrava essere l’unica soluzione per mettersi al riparo, per non sprofondare nel buio. Fare l’amore, incastrare i corpi, per ancorarsi alla vita.

“Stare sulla pelle per non stare nell’abisso. Ma lei aveva l’abisso nella testa, dappertutto, un fondale nero. Un libro tossico, al plutonio, nero come le labbra di chi l’ha scritto, ma capace di trovare una flebile speranza anche nello sfacelo più totale. Anche a costo della pazzia. Un libro potente. Potente la storia, potente l’ambientazione, potente la scrittura, potentissimo l’impatto emotivo che produce in chi legge.

Leggetelo.

Antonella Russi

Descrizione

Fuoco al cielo – Viola Di Grado

Editore: La nave di Teseo Collana: Oceani

Anno edizione: 2019

Tamara e Vladimir vivono a Musljumovo, remoto villaggio al confine con la Siberia, tra caseggiati in rovina e fabbriche abbandonate. Vivono in un’area geografica per decenni assente dalle mappe: quella della “città segreta”, luogo sinistro da cui era vietato uscire e comunicare con l’esterno, responsabile negli anni ’50 e ’60 di ben tre catastrofi nucleari.
Vladimir, infermiere di buona famiglia, è arrivato da Mosca, scegliendo di prendersi cura di chi non ha niente, delle persone dimenticate dal mondo. Tamara, insegnante, è invece nata e cresciuta nel villaggio, e abituata a pensare che ogni cosa sia destinata a contaminarsi e guastarsi velocemente. Incontrandosi, i due vengono sorpresi da una passione totalizzante che si appropria di ogni pensiero, e accende un bagliore salvifico persino lì, nel luogo più radioattivo del pianeta, in mezzo ai resti di una natura satura di veleno.
Questo sentimento così tenace, che sembra schermarli dalle insidie del reale, li rafforza e li divora al tempo stesso, finché un evento prodigioso arriverà a sconvolgere le loro vite e le loro certezze.
Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all’interno di ogni amore assoluto: perché la “città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.

Gajto Gazdanov – Ritrovarsi a Parigi #GajtoGazdanov #Fazieditore

Avete letto Ritrovarsi a Parigi di Gajto Gaznadov? No? Cosa aspettate?? Per la serie “Fazi editore spaccia solo roba buona“, ecco quello che ne penso io!

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I libri minuti e sottili spesso ci ingannano. Pensiamo che non potranno mai contenere nulla di particolarmente interessante o di particolarmente profondo, perché manca lo spazio fisico per esternare emozioni e raccontare storie. Eppure alcuni di questi sono scrigni che nascondono autentici tesori: sono frutto di autori dalla scrittura sopraffina, che riescono a compiere intensi viaggi nella vastità dei sentimenti umani condensando tutto in poche, sapienti pagine. “Ritrovarsi a Parigi” non è una storia d’amore, o meglio è una storia d’amore non convenzionale. Più che celebrare l’amore tra un uomo e una donna, in questo romanzo viene celebrato un bene assai più grande, da cui discendono tutti gli altri: l’amore per la vita.
Gazdanov nacque a San Pietroburgo i primi del novecento, ma crebbe tra la Siberia e l’Ucraina. Prese parte alla Guerra civile russa tra le file dell’Armata Bianca e per questo motivo fu costretto, nel 1920, a lasciare la Russia. Decise di stabilirsi a Parigi, dove lavorò presso gli stabilimenti Renault, ed in seguito come tassista. Eppure aveva un grande talento, soprattutto era abile nell’intessere trame da letteratura gialla a cui aggiungeva una grande attenzione per i dettagli psicologici, che lo contraddistinguevano e che gli valsero ottime critiche. I suoi trascorsi politici ed il fatto che visse tutta la vita da immigrato in un paese straniero non gli furono d’aiuto nel costruirsi una notorietà degna del suo talento. Le sue opere non vennero mai pubblicate nell’Unione Sovietica: la sua grandezza di narratore venne riconosciuta soltanto postuma, quando in seguito allo scioglimento dell’ U.R.S.S. vennero stampate oltre cinquanta edizioni delle sue opere in russo. Un autore da riscoprire quindi, che molti paragonano a giganti quali Proust, Camus e Nabokov. La casa editrice Fazi ha recentemente pubblicato questo romanzo inedito, dalla copertina e dal titolo che catturano subito ed evocano suggestioni a cui non ho saputo nè voluto resistere: una storia tra un uomo e una donna, ma particolare; un’ambientazione in una città europea che per molti rappresenta il sogno, me compresa. Ed infine un’epoca a cui sono particolarmente legata, parlando di letteratura, ovvero il periodo post bellico (anni cinquanta o giù di lì). L’ho letto in un paio di pomeriggi, durante il week end, stregata dallo stile minimalista di Gaznadov, che nulla ha a che vedere con la tradizione ottocentesca dei suoi compatrioti. Naturalmente siamo in un periodo letterario completamente diverso, ma di quella letteratura russa che spaventa la maggior parte di noi lettori qui non c’è traccia. E’ un autore contemporaneo, moderno, estremamente acuto e profondo, che sa dosare le parole mettendole con cura una dietro l’altra, nessuna lasciata al caso, nessuna superflua.
Dopo la morte della madre, Pierre Faurè decide di lasciare Parigi per trascorrere le vacanze di agosto in una piccola cittadina della campagna provenzale, a casa del suo amico François. Pierre è un uomo semplice che conduce una vita anonima e molto solitaria, svolge un lavoro piuttosto monotono (è contabile in una piccola ditta) e non ha nessuno slancio vitale. Non ha ambizioni, non ha desideri da coltivare. E’ convinto che gli uomini medi come lui siano destinati a condurre una vita ordinaria e ribellarsi a questa verità sarebbe una fatica inutile. Conduce un’esistenza sospesa, immutata, scivolando sopra gli accadimenti della vita noncurante e indifferente. Non è apatia, è piuttosto un desiderio inconscio di sottrarsi alla vita con tutte le sue complicazioni. Nè l’esperienza della guerra nè la prematura morte del padre riescono a far tuffare Pierre nella realtà, a cui preferisce sottrarsi per continuare la sua rassicurante routine fatta di casa, di lavoro, e della compagnia della madre. Quando la madre muore, lasciandolo solo, qualcosa in lui lentamente comincia a riaffiorare. Accetta l’invito del suo vecchio amico senza sapere bene il perché, ma è proprio da questo piccolo ed inconsapevole gesto che inizierà sua rinascita. Il paese è piccolo e la casa immersa nel nulla di una fitta boscaglia, senza luce elettrica nè gas. Le passeggiate tra i sentieri inondati di una luce pura, così diversa dal sole bianco pargino, e pervasi da un silenzio irreale, regalano a Pierre uno stato d’animo diverso e una nuova percezione di sè stesso. In un mondo in cui il tempo e lo spazio appaiano immobili le sensazioni si dilatano, si amplificano e arrivano a toccare corde sconosciute. E’ in questa particolare condizione psicologica che l’uomo un giorno incontra Marie. La ragazza gli appare come un fantasma, sulla soglia della capanna in cui vive da quando la guerra è finita, in uno stato di totale incoscienza, come un animale selvatico. Il giaciglio sporco, le vesti luride, non parla, non interagisce con nessuno ed ha lo sguardo vacuo di chi osserva senza capire nulla di quello che vede. Nell’istante in cui Pierre la vede capisce che la sua vita forse non è inutilmente spesa, priva di scopo. La chiave di volta è rappresentata da questa ragazza, che decide a tutti i costi di portare con se a Parigi per salvarla, per aiutarla a ritornare a vivere. Sia il suo amico François che lo psichiatra che interpella cercano di farlo desistere, spiegandogli che non c’è speranza che Marie riacquisti la sua coscienza. Pierre però non si arrende. Per mesi si occupa di lei, teneramente ed ostinatamente, la ama già ma nessuno dei due se ne rende conto. Pierre sta uscendo dal suo “status quo”, mentre Marie lentamente ritrova la sua umanità, la memoria ed i ricordi. Ognuno di loro prende dall’altro nutrimento, come piante avvizzite private a lungo della luce e dell’acqua. E’ bellissimo scoprire, pagina dopo pagina, come Gazdanov abbia per noi un piano diverso da quello che sembrebbe ovvio e lineare: prende il suo protagonista e gli fa fare quello che nessuno avrebbe mai fatto, conduce noi lettori lungo una strada tortuosa, densa di significato e di risvolti psicologici. A volte terribili e a volte sublimi, dove il bene si nasconde in gesti impensabili e dove l’amore affiora e divampa con una forza incontenibile: amore per una donna, amore per un uomo, amore per l’esistenza.
Il mondo di Gaznadov è un mondo di una bellezza imperfetta e profonda, che merita di essere scoperto. Compratelo, leggetelo e poi fate come me: andate alla ricerca degli altri suoi romanzi. Ne rimarrete totalmente appagati.

Paola Castelli

DESCRIZIONE

Dopo la morte della madre, Pierre Fauré lascia Parigi per trascorrere il mese d’agosto in Provenza da François, un vecchio amico ritrovato per caso. L’incontro con la foresta, i suoi sentieri, la sua luce, la sua immutabilità e il suo silenzio fa intuire a Pierre – un uomo semplice, contabile di una piccola impresa – l’esistenza di un regno insospettato dove il tempo, lo spazio e le sensazioni sembrano essersi immobilizzati in bilico fra sogno e realtà. Ma c’è un altro incontro ad attenderlo: è Marie, che un giorno appare sulla soglia della stanza che lo ospita, un «povero animale malato» che François ha trovato sul ciglio della strada nell’estate del 1940 e ha salvato dall’internamento in manicomio. È lei a innescare in Pierre un moto di rivolta per l’inutilità della propria vita. Contro il parere di tutti decide di portarla con sé a Parigi, dove per mesi si ostina a cercare di far uscire la giovane donna dal limbo dell’inconsapevolezza e dell’oblio nel quale è sprofondata. Solo un miracolo potrebbe salvarla. E così accade: grazie alla dedizione a alla pazienza di Pierre, Marie riuscirà a ritrovare la sua umanità, la sua memoria, il suo passato. E a uscire dall’oblio saranno in due: Pierre scoprirà il senso della vita e deciderà di ricominciare, salvato dal suo stesso miracolo.