Storia di Roque Rey – Ricardo Romero #RoqueRey #RicardoRomero #recensione #Fazi

“Bisogna fare il giro del mondo per vedere se stessi di spalle mentre si cammina.”

Storia di Roque Rey – Ricardo Romero

Editore: Fazi

Roque Rey ha dodici anni quando suo zio Pedro muore. La zia gli chiede di infilarsi le scarpe di Pedro: lei le ha comprate apposta per farle indossare al cadavere dentro la bara. Essendo nuove sono ancora rigide, poco confortevoli. Roque Rey dovrà camminarci per un po’ , ammorbidirle. Non si può seppellire un cadavere con delle scarpe strette: renderebbero faticoso il suo cammino verso l’altro mondo.
Roque Rey indossa le scarpe, inizia a camminare e non si ferma più.

È una storia insolita ed originale quella di Roque Rey, una vita che è mille vite in una sola. Roque Rey camminerà moltissimo, per piacere, per necessità, molto spesso perché in fuga, come si fugge per cercare qualcosa che non si sa bene cosa sia. Per la maggior parte del tempo saranno le scarpe dello zio Pedro a condurre i suoi passi, una sorta di magico feticcio che lo accompagnerà per tutto il corso della sua vita. Ma camminerà anche indossando le scarpe dei morti, delle centinaia di cadaveri che incontrerà nel suo lavoro all’Obitorio Giudiziario. Nelle lunghe notti buie di Buenos Aires, Roque Rey percorre chilometri su chilometri, con scarpe che non sono le sue, percorrendo strade che non conosce, sempre con uno scopo che scoprirà solo arrivato a destinazione. Perché è come se quelle scarpe conservassero ancora un loro istinto, un preciso desiderio, un impulso a tornare su passi già percorsi quando ad indossarle erano altri piedi.
È una storia in bilico costante tra il reale e il magico, una storia che a tratti sembra fuori dal tempo malgrado l’autore l’abbia costellata di mille riferimenti temporali, storici e musicali: nel pieno di atmosfere calde e sensuali dei tangheri argentini ecco apparire i Pink Floyd, nella caotica confusione che accoglie l’arrivo del protagonista a Buenos Aires ecco sfilare il corteo funebre di Allende.

Roque Rey cambierà vita molte volte, in maniera sempre molto drastica. Quando pensi che la storia sia arrivata ad una certa stabilità ecco che la direzione cambia in modo brusco e Roque diventa… qualcos’altro.
Allo stesso modo Roque Rey incontrerà tante persone. C’è un corollario di personaggi in questa storia che potrebbero costituire da soli un libro a sé. Appaiono e molto spesso, semplicemente, se ne vanno. Vanno via, partono alla ricerca di qualcosa, abbandonano la loro vita e ne cercano un’altra. La sera c’erano e il mattino dopo non ci sono più. Spariscono. La fuga, l’allontanarsi e sparire: uno dei temi centrali di questo libro a partire dalla sue prime pagine dove, prima il padre e poi la madre di Roque Rey, se ne vanno. Semplicemente.

I personaggi sono bizzarri, malinconici, a volte commoventi altre volte sconcertanti. Come Natalia, la figura più ambigua e inquietante del libro. Una bambina di undici anni geniale e subdola, manipolatrice e lasciva. Con lei Roque vivrà anni estenuanti e confusi, raccontati in particolari a volte scabrosi.

La morte è sempre presente nel libro, in svariate forme. Le atmosfere sono spesso lugubri e cupe, barocche e surreali.

Ho finito questo libro due giorni fa e devo dire che mi ha mandata un po’ in crisi. Non sono ancora sicura se quello che ho letto sia un libro memorabile o meno. È un libro potenzialmente noioso, una storia introspettiva dove per lunghe pagine spesso mancano i dialoghi. Eppure una volta iniziato a leggere mi sono ritrovata in un’Argentina polverosa e un po’ stregata, alle prese con un personaggio singolare: forse troppo buono o forse molto matto, difficile da definire. Senza alcun dubbio singolare, malgrado mi abbiano lasciata perplessa i ragionamenti di Roque bambino e ragazzino: la sua mente sembra essere sempre quella di un adulto, dall’inizio alla fine. A volte ho trovato quella scrittura un po’ ruffiana che ti fa esclamare “Perbacco! Come scrive bene”… per poi obbligarti a rileggere la frase due volte per capire cosa l’autore intendesse dire. Quelle circonvoluzioni di termini messi insieme un po’ a caso in frasi di grande effetto.

Ogni tanto ho trovato espressioni che mi hanno sconcertata: tra il lusco e il brusco… calma e gesso… Mi sono immaginata il traduttore italiano strizzare l’occhio e dire “Ehi, lettore! Ci sei? Sei sveglio? Sei attento??” e questo mi ha fatta sorridere.

Malgrado le perplessità non sono riuscita a staccarmi dal libro, l’ho divorato. Ma detto questo non sono ancora in grado di sapere se consigliarlo o no. Se qualcuno lo ha letto mi piacerebbe molto sapere cosa ne pensa.

«Gradirei che mi dicesse qualcosa, signor Rey. Capirà che le cose non sono così chiare e io devo prendere delle decisioni».
«Non ho niente da dire»

Anna Massimino

Cent’anni di solitudine – Gabriel Garcia Marquez #riflessione #Macondo #gabo

Mia mamma ama Márquez e i sudamericani, io invece ho preso anni fa il treno diretto a Nord e non sono più scesa; potrei riassumere così la mia strada letteraria. Conscia di essermi persa qualcosa, ho deciso di salire sul treno del Sudamerica, prima fermata: Macondo (così, con nonchalance, senza sapere che mi sta per arrivare in faccia la letteratura sudamericana in dieci minuti di pallottole al rallentatore come in una scena di Jon Woo).
“SANTO IDDIO COSA HO LETTO” è il pensiero che mi è balenato più spesso durante la lettura (ovviamente questa è la versione censurata).
Non ho mai letto niente del genere, e i miei studi hanno solo potuto darmi una manina per sorreggermi, in imbarazzo, dicendomi “secondo noi se continui non te ne penti”. Sono completamente sperduta, disorientata, basita e ….conquistata.
Sono sicura che si è già detto di tutto di “Cent’anni di solitudine”, ma devo dire la mia e parlarne con qualcuno anche solo per riprendermi.
Questo libro puzza. Suda e trasuda polvere, odori, insetti, colori. Non ho mai letto niente di così materialmente reale e allo stesso tempo favolistico e assurdo. 300 pagine di avvenimenti impossibili alla logica descritti con una destrezza e un realismo sfrontati, frasi meravigliose che ti fanno vibrare seguite poco dopo da cose come “le sue scoregge facevano appassire i fiori”. E cristo se ti ci perdi in questa storia che si ripete, e si ripete, e poi succede qualcosa di assurdo (la mia preferita personale: Remedios la bella che sale in cielo con le lenzuola di Fernanda… è talmente bello, geniale, sacrilego che mi viene da ridere) e poi tutto stagna e ti senti veramente opprimere dal vento, dalla pioggia, dall’evento asfittico di turno che fa stagnare il villaggio… Ho perso il filo degli Aureliani, lo ammetto, ma li ho amati tutti uno per uno al loro turno. Ho visto e sentito ogni cosa, dalla più bella alla più schifosa, mi sono persa in alcune delle descrizoni più belle che abbia mai letto e il finale mi ha semplicemente sbigottita. Non ho avuto reazioni “visibili”, non ho pianto, non ho lanciato il libro… Ma non ne sono uscita indenne. “Cent’anni di solitudine” mai titolo fu più azzeccato, questa sorta di maledizione che tiene avvinti i personaggi in modi incredibili, oltre la decenza direi ma chissenefrega, se fosse finita diversamente per gli ultimi due ci sarei rimasta male… (non voglio fare spoiler).
Insomma, ora mi darò a qualche lettura veramente leggera per riprendermi e “azzerarmi” un po’ la testa. Maaaaammma mia che librooooo!

Ci metto anche io la canzone, che per una volta ne ho trovata una!

Selena Magni

Macondo Express (Modena City Ramblers)

https://www.youtube.com/watch?v=2xEMos_qjMI