Radici – Alex Haley #Radici #AlexHaley #Roots #recensione

Era l’inizio della primavera dell’anno 1750 quando nacque il primo figlio a Omoro e Binta Kinte, nel villaggio di Juffure, a quattro giorni di viaggio dalla costa risalendo il fiume Gambia, nell’Africa Occidentale. Appena uscito scalciante dal giovane corpo robusto di Binta, nero-ebano come la madre e screziato del suo sangue, il neonato si mise a strillare a squarciagola. Sua nonna, Yaisa, e l’altra levatrice, la decrepita Nyo Boto, scoppiarono a ridere di gioia quando videro che era un maschio, perché ciò era di buon auspicio per tutto il parentado.

Radici è un romanzo del 1976 di Alex Haley, che decise di scrivere le storie che la sua famiglia tramandava da varie generazioni circa le proprie origini africane. In particolare, il suo interesse ebbe origine dai racconti della nonna materna, il cui padre era stato emancipato dalla schiavitù nel 1865, il quale si ricordava di una bisnonna, figlia di uno schiavo portato in America da ragazzo su una nave negriera. Radici racconta principalmente la vita di Kunta Kinte, un adolescente africano che intorno al 1770 viene rapito dai negrieri dal suo villaggio natale in Gambia, trasportato tra indicibili violenze in Nord America e qui venduto come schiavo; e a seguire, per i duecento anni successivi, tutta la storia dei suoi discendenti, fino alla famiglia dello scrittore negli anni 70. Radici serie tv è uno dei primi ricordi che ho: mia madre che mi fa una puntura nel sederino perchè avevo una brutta bronchite, e sullo schermo Kunta corre nella piantagione cercando di sfuggire al suo destino. Kunta che poi ritroverò vent’anni dopo sull’Enterprise al fianco di Picard, devo dire spiazzante la visione di Geordi LaForge senza catene ma con phaser. Ma torniamo a noi.

Alex Haley è uno dei tre autori afro-americani più letti di sempre; la sua Autobiografia di Malcom X, della quale è co-autore insieme al leader dei diritti per i neri americani, vendette sei milioni di copie nei primi dieci anni di pubblicazione, e Radici raggiunse la stessa cifra di vendita nel solo primo anno di uscita. Tuttavia, Radici è un libro che non viene mai citato nel canone della letteratura afro americana, la sua reputazione per sempre corrotta da una serie di ambiguità e controversie legali.

Prima di parlare di questa disputa, vorrei innanzitutto dire che è un libro appassionante, coinvolgente, impossibile da lasciare a metà. Il ritmo si mantiene per gran parte delle quasi 500 pagine, i personaggi principali son ben scritti, lo stile è semplice ma efficace, impossibile non identificarsi con i protagonisti e le loro vicissitudini. Si attraversano quasi duecento anni di storia americana e delle vicine isole coloniali come Haiti, dalla guerra di Indipendenza americana alle prime ribellioni degli schiavi, dalla rivoluzione industriale con l’avvento delle macchine tessili alla guerra di secessione, dall’assassinio di Lincoln fino all’abolizionismo, il tutto visto dai quartieri degli schiavi, muti e inespressivi di fronte ai padroni, pronti a raccogliere ed elaborare qualsiasi informazione dal mondo esterno non appena il proprietario si allontanava.

Sette generazioni si ritrovano in queste pagine, racconto dettagliato di una delle più deprecabili azioni compiute dall’uomo, un quadro desolante fatto di dolore, di violenze, di milioni di persone disumanizzate, ridotte al rango di oggetti o, per i padroni più “illuminati”, di bestiame utile alla fattoria, un quadro orrorifico in cui c’è chi ‒ pur divenuto merce ‒ ha avuto la forza di conservare la dignità, di attendere e di sperare in un futuro migliore, almeno per i figli. E’ un romanzo intenso, commovente, toccante nel quale si muovono tragedia, tradizioni, magia, dolore: tutti elementi che non lasciano tregua nella lettura, sempre avvincente e quasi senza cali di tensione.

Allora il problema qual è? Innanzitutto, è un problema di sfiducia. Haley negli ultimi capitoli del romanzo parla di come sia giunto alla decisione di scrivere la storia della propria famiglia, dedicandosi per anni e anni alla ricerca di una traccia tangibile del proprio antenato Kunta Kinte; racconta dei suoi viaggi in Europa e in Africa, delle ore passate negli archivi notarili e nelle biblioteche di tutto il Paese, delle lettere scritte a famosi linguisti specializzati in lingue africane, fino ad arrivare al punto focale della vicenda: in quello che descrive come il villaggio natale del suo antenato egli, un nero americano disceso direttamente da duecento anni di vite nate da vicende assurde e violente, incontra un griot, un cantastorie, personaggio depositario di tutta la storia orale locale, che conferma in modo straordinario, in un momento topico, che sì, Kunta Kinte viveva in quel villaggio duecento anni prima, e rapito dai bianchi, fu pianto e dato per morto dalla famiglia e dall’intero villaggio, villaggio che si stringe in un toccante abbraccio attorno al discendente diretto di quel figlio perduto. E’ impossibile rimanere insensibili leggendo queste righe, è il culmine di 500 pagine senza umana pietà che improvvisamente prendono un significato, un senso importante: Kunta Kinte non è mai andato via davvero, duecento anni non sono stati davvero perduti.

L’impatto che ebbe questo libro, con questo finale, in America, fu incredibilmente potente: un’intera generazione di uomini e donne di colore americani prese a interessarsi alla genealogia e alla storiografia, nella speranza assurda e irrinunciabile che anche loro, tutti loro, potessero un giorno trovare un cenno tangibile delle proprie Radici, appunto.

Il libro ebbe un enorme successo editoriale, anche unito alla popolarità della serie televisiva che ne fu tratta nel 1977, nominata per una quarantina di Emmy Award, vincitrice di nove, e di un Golden Globe; il romanzo dominò per 11 mesi la classifica dei best sellers del New York Times, comprese 22 settimane come numero uno in classifica, e vendette più di un milione e mezzo di copie nei primi cinque mesi di pubblicazione. Haley divenne una figura accademica di spicco, un serio ricercatore, un divulgatore eccellente assurto a guida patriarcale di un’etnia, e come tale meritevole di un premio Pulitzer e di guadagni miliardari. Il successo di Radici risiedeva proprio nella sua -presunta, e provata- storicità: questo è quello che è successo, questa è la storia della mia famiglia, io, Alex Haley, sono riuscito per primo a riunire i rami di una pianta che l’oceano sembrava aver smembrato per sempre.

Ma, naturalmente, se ti poni come storiografo e archivista, e presenti il tuo romanzo come opera storica e non di fiction, altri storici e archivisti vorranno comprovare quel che tu dici. E innumerevoli furono le verifiche accademiche presentate a confutare quella che si rivelò, infine, un’invenzione creativa: gli esiti delle ricerche di Haley negli archivi notarili del Paese, tese a cercare tracce dei nomi dei suoi antenati, erano a dir poco approssimative, gli atti legali da lui prodotti storicamente non corretti, e infine, il famoso griot, si rivelò un semplice assecondatore. Kunta Kinte non è il protagonista reale di una storia vissuta, testimone di un’epopea dell’oppressione comune a tutti gli americani di origine africana; è un personaggio da romanzo, pur se creato con buone intenzioni e forse con un fine onorevole: Radici, si giustificò lo scrittore, doveva divenire la saga simbolica degli americani di discendenza africana che sono tutti, senza eccezione, i semi di un uomo come Kunta che nacque e crebbe in qualche villaggio africano negro, un uomo che fu catturato e incatenato in una di quelle navi di schiavisti.

Se Haley avesse subito presentato Radici per quello che è, un romanzo basato su qualche fatto di verità storica, valido nella sua narrazione essenziale ma sostanzialmente supportato dall’immaginazione, non ci sarebbero stati problemi. Ma l’autore produsse appendici e rilasciò interviste in cui spiegava quanto avesse ricercato in biblioteche di tutto il mondo prove che corroborassero le storie che la sua famiglia tramandava oralmente, poichè voleva che tutti fossero convinti della veridicità della sua opera. Inoltre, la saga del libro Radici subì due processi per plagio, uno dei due perso dall’autore, condannato per aver copiato circa ottanta passaggi dal romanzo di Harold Courlander L’Africano. Haley se la cavò con una multa di 650 mila dollari: cifra enorme che gli permetteva però di salvare la sua reputazione e di continuare a vendere milioni di copie del suo bestseller.

Che continua a piacere alla massa del grande pubblico, e che, ribadisco, è un buon libro. Ma il suo autore fu per sempre escluso dai grandi autori afro americani, visto con sospetto dagli esponenti della letteratura accademica, perchè il suo è un romanzo troppo poco letterario (e possibilmente troppo popolare), ed egli stesso un autore non abbastanza credibile come storico per essere considerato il precursore di tutti quegli studiosi di storia africano-americana che con il suo libro trovarono tuttavia un primo avvio per le loro carriere e ricerche. Ed è per questo che nella Norton Anthology of African-American Literature, manca e sempre mancherà quello che è probabilmente, nel bene e nel male, il più seminale di tutti gli autori neri americani.

Radici è un libro che consiglio se interessano il periodo storico e l’argomento trattato, perchè è coinvolgente e ha contribuito a dare un spinta essenziale alla letteratura sullo schiavismo in America. Va tenuto conto che si basa su una premessa falsata dall’autore, bisogna approcciarlo come un semplice romanzo di fiction, niente di più nè di meno. Segnalo che per incomprensibili motivi in Italia non ho quasi trovato traccia della diatriba su Haley, i suoi processi per plagio e le prove che vari studiosi hanno presentato contro la sua mistificazione romanzesca del proprio lavoro di storico. In America la letteratura sull’argomento è vasta, e non è necessario essere storiografi impegnati per imbattersi in qualche segnalazione, basta iniziare a leggere Wikipedia. La parte italiana di Wikipedia si ferma a metà di quella inglese, tralasciando tutto il processo di plagio e accuse di infondatezza. Non è che sia questo gran problema, in fondo, ma qualsiasi recensione da Anobii ad Amazon esalta questo romanzo come una grande opera di verità, e la cosa è abbastanza sconfortante.

«Uno schiavo non si compra, si crea».

Lorenza Inquisition

Less – Andrew Sean Greer #Less #PremioPulitzer

“Un libro generoso, musicale nella prosa e ampio in struttura e portata, sul diventare grandi e sulla natura essenziale dell’amore” (motivazione della Giuria all’assegnazione del Premio Pulitzer 2017 per la narrativa).

È un piacere avere tra le mani questo libro: ci si affeziona così tanto al protagonista e alle sue vicende che si diventa un po’ sentimentali al momento di finirlo. Andrew Greer prende il più improbabile dei protagonisti, un wasp gay di mezza età, inetto nel lavoro, nell’amore e nella vita, un disastro completo, farcito di candore, impacciato e naif, e ne fa un EROE. E se vi state chiedendo come sia possibile che questo perdente nato incontri le simpatie e riesca nell’incredibile impresa di far immedesimare completamente i lettori, come in una parola abbia riscontrato tanto successo, ve lo dirò.
Pagina dopo pagina diventa chiaro che siamo di fronte a una tragedia: Arthur Less alla vigilia del suo cinquantesimo compleanno viene lasciato dal fidanzato “informale” con cui aveva una relazione da più di nove anni, per un più giovane partito.

“È vero che le cose possono andare avanti finché si muore. E che la gente usa lo stesso vecchio tavolo, anche se cade a pezzi ed è già stato aggiustato mille volte, solo perché era della nonna. È così che le città diventano città fantasma.

E che le case diventano depositi di ciarpame. E io penso che sia anche così che la gente invecchia.”

Per non dover affrontare l’onta di dover presenziare anche al matrimonio accetta una serie di conferenze e servizi giornalistici in giro per il mondo, tra un concorso letterario in Italia, una tempesta di sabbia nel Sahara, un rumoroso villaggio del Kerala e un viaggio gastronomico in Giappone, la tragedia si trasforma gradualmente in una commedia, perché Less ha una sorta di grazia nel guardare in faccia le difficoltà e le umiliazioni che la vita gli schiaffa davanti. Dopotutto come Greer stesso ha dichiarato, quando cominciò a scrivere Less pensava a un romanzo molto più serioso e impegnato, ma dopo un anno circa: “ho capito che non avrei potuto. È stato strano ma quello che stavo scrivendo era così triste per me che ho pensato che l’unico modo per scriverlo era di renderlo una storia divertente. E così ho scoperto che prendendomi gioco di me riuscivo ad avvicinarmi meglio alle mie vere emozioni, o almeno a quelle che avrei voluto fossero presenti nel mio nuovo libro”.
In effetti quello che fa l’autore è amare invece che rifiutare lo sfortunato Less e la serie di catastrofici eventi in cui si ficca, e così facendo convince il lettore a fare lo stesso. Arthur Less, che in qualche modo ricorda molto da vicino Andrew Sean Greer, con la sua ironia insegna al lettore a vivere con filosofia e lo sa bene. È un romanzo su cosa significhi invecchiare, si interroga sulla natura dell’amore e sul futuro dei rapporti a lungo termine nell’epoca del nichilismo sentimentale, e quando lo fa sembra proprio che stia parlando di te a te stesso.

Stefano Lillium

“I poeti ne scrivono, se ne sente raccontare, gli italiani lo chiamano ‘colpo di fulmine’.

Ma sappiamo benissimo che il grande amore della vita non esiste. L’amore non è una cosa estrema come quella.

È portare fuori il cazzo di cane così l’altro può continuare a dormire, è fare la dichiarazione dei redditi, è pulire il bagno senza prendersela. È avere un alleato nella vita. Non è fuoco né fiamme né fulmini.”

DESCRIZIONE

Problema: sei uno scrittore fallito sulla soglia dei cinquant’anni. Il tuo ex fidanzato, cui sei stato legato per nove anni, sta per sposare un altro. Non puoi andare al suo matrimonio, sarebbe troppo strano, e non puoi rifiutare, sembrerebbe una sconfitta. Sulla tua scrivania intanto languono una serie di improbabili inviti da festival ed editori di tutto il mondo. Domanda: come puoi risolvere entrambi i problemi? Soluzione: accetti tutti gli inviti, se sei Arthur Less. Inizia così una specie di folle e fantasioso giro del mondo in 80 giorni che porterà l’autore in Messico, Francia, Germania, Italia, Marocco, India e Giappone, riuscendo a frapporre migliaia di chilometri tra lui e i problemi che si rifiuta di affrontare. Cosa potrebbe andare storto? Tanto per cominciare, Arthur rischierà di innamorarsi a Parigi e di morire a Berlino, sfuggirà per un pelo a una tempesta di sabbia in Marocco e arriverà in Giappone troppo tardi per la fioritura dei ciliegi. In un giorno e in un luogo imprecisati, Less compirà i fatidici cinquant’anni: questa seconda fase della vita gli arriverà addosso come un missile, trascinando con sé il suo primo amore, e anche l’ultimo.