Cormac McCarthy, La strada

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Ne La Strada Cormac McCarthy crea l’apocalittica visione di un mondo devastato da un disastro non specificato, probabilmente una serie di esplosioni nucleari. Nulla è più vivo sulla Terra: non l’erba e gli alberi, non gli animali, non la civiltà umana. In questo paesaggio distrutto vagano senza meta bande di sopravvissuti in cerca di cibo e fuoco, un riparo, una qualche speranza di sopravvivenza. I due personaggi principali sono un Padre e suo figlio, i cui nomi non vengono mai rivelati. Il piano dell’uomo è di viaggiare a sud dirigendosi verso l’oceano, per cercare il caldo e forse la salvezza.

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Il sole non splende per l’intera durata del libro, il mondo è avvolto in un grigiore corrosivo che copre qualsiasi cosa. La coppia di protagonisti a volte ha difficoltà a vedere persino a breve distanza, tra le ceneri e la fuliggine. Piove quasi sempre, una pioggia fredda, acida, implacabile: la Natura stessa si accanisce contro i pochi sopravvissuti che lottano per la sopravvivenza.

I nostri protagonisti si spingono avanti, e a volte la vera sfida è il mantenere una vaga rassomiglianza con quella che una volta era sempplice, basilare umanità.

Durante il viaggio devono confrontarsi con bande di criminali che nella disperata lotta per sopravvivere hanno invece sdoganato ogni tipo di violenza, compreso il cannibalismo. L’immagine delle vittime dei cannibali, che vengono mangiate poco alla volta e tenute in vita perchè la carne rimanga fresca, è particolarmente disturbante, una visione che arriva dritta da uno dei dipinti di Hieronymus Bosch.

Il Padre e suo figlio trovano un vago conforto nel far parte di “quelli buoni”. Hanno una pistola con due soli proiettili, da usare su sè stessi se necessario pur di non soffrire un destino ancora più crudele. Ma vanno avanti, sempre avanti. Il Padre ha una quotidiana lotta interiore anche con il dilemma etico di dover crescere suo figlio togliendogli mano a mano le spontanee voci di compassione ed empatia che questi nella sua innocenza non sa soffocare. Vorrebbe aiutare gli altri, dando loro quel poco che hanno, senza capire che il poco che hanno è solo sufficiente per far sopravvivere loro stessi qualche altro giorno.

Questa necessità di dover rieducare il proprio figlio pesa sull’uomo, perchè egli stesso, nell’altra vita, non era così: egoista, crudele, profittatore se necessario. Non vorrebbe esserlo, e non è così che vorrebbe crescere il figlio. Questo sforzo implacabile per cercare di non perdere gli aspetti più nobili dell’essere umani mentre si è circondati dal peggio che la vita possa offrire è per me uno degli aspetti più profondi di questo romanzo, è una delle cose che lo rendono unico e indimenticabile.

La prosa è realistica e grave, lo stile estremamente spartano. Le parole e le descrizioni sono rese al minimo, eppure trasmettono ugualmente emozioni, consistenza, il senso di quello che accade.

Ho letto critiche al fatto che McCarthy non usa la punteggiatura, ma questo è il suo stile: bisogna solo adattarsi, e la storia vi assorbirà. E’ vero che è un tratto particolare che può non piacere, ma per me il libro è di un’infinita bellezza.

La storia ripropone le stesse lotte quotidiane, gli stessi scenari si succedono, la cenere perenne è immutata e costante, e questo spinge il lettore direttamente nella disperazione che i personaggi vivono. Se misuriamo un libro da quanto rimane con te dopo averlo finito, da come continui a ripensarci nei momenti più improbabili o da come ripensando a qualche frase immediatamente riprovi quell’angoscia e quel senso di solitudine, La Strada supera moltissimi altri libri.

L’autore sicuramente non è un ottimista, o qualcuno che preferisce ignorare le varie forze distruttive al lavoro nel mondo. Ma trasmette il messaggio che l’unica cosa da fare sia andare avanti, che farlo richiede coraggio, che è necessario portare la fiamma, nonostante la totale disperazione ci circondi.

Comac McCarthy ha scritto un libro su un uomo e un bambino in un mondo che nessuno di noi può effettivamente immaginare o spiegare. E’ la storia di un profondo amore, e di una instancabile voglia che i “buoni” vincano, nonostante tutto.

E’ uno dei libri più belli e angoscianti che abbia letto, non lo dimenticherò e probabilmente non lo rileggerò mai più.

Ma una volta, dovreste leggerlo anche voi. Non è un libro facile, ma i capolavori non lo sono mai.

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Lorenza Inquisition

 

Michael Zadoorian, In viaggio contromano

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Ho finito anche io il libro immortalato nelle nostri menti ricettive da Carlo Mars: The Leisure Seeker di Michael Zadoorian, tradotto come In viaggio contromano (che non è neanche malissimo).

(recensione di Carlo qui: https://cinquantalibri.wordpress.com/2014/11/26/in-viaggio-contromano-michael-zadoorian/ )
Mi è piaciuto, e mi sono emozionata pure io. Mi sono piaciuti tanto l’inizio e la fine, anche se in qualche momento nel mezzo mi ha un po’ persa. Forse è perchè è la storia di due vecchietti che non hanno più molte speranze, forse perchè è l’ultimo viaggio di due sposi ottantenni con tutti i loro acciacchi infiniti, e il viaggio a volte annega nei loro problemi fisici. Percorrono la Route 66, e rivedere il viaggio che anche io ho fatto dagli occhi di due americani decrepiti è straniante: tutto quello che per me era esaltante per loro è un po’ finto, tutto quello che io volevo vedere con ansia per loro è già visto e usuale. Ma anche questo è viaggiare, in fondo: vedere con gli occhi altrui. Discorso a parte meritano i paesaggi di quel grande Paese, ovviamente: nessuno, giovane o vecchierello, può percorrerli senza emozionarsi.

Naturalmente, alla fine questo non è il racconto di un viaggio sulla Mother Road: è la storia del viaggio di una vita, percorsa insieme. Cinquant’anni di quotidianità, viaggi, vacanze, lavoro, pasti, figli, decisioni su mutui, scuole, college, debiti, carriere. E alla fine la decisione di come finirla, o poterla finire, insieme. Quindi partono da Chicago a Los Angeles con il loro ultimo camper in ordine cronologico, e alla sera fermi nel camping se la salute glielo permette guardano le vecchie diapositive dei loro viaggi coi bambini. Ripercorrono la loro strada, e ci si emoziona con loro. Sono fortunati, questi due, anche con la calvizie, il cancro, la senilità, gli acciacchi. Sono molto fortunati, perchè non sono soli.

Non dico altro perchè rivelerei troppo. Il libro è bello, e lo consiglio. E questa idea di finire il proprio viaggio terreno con un viaggio, a me ha conquistato. Ricordo che alla fine della Route, noi siamo andati a Redondo Beach (perchè vabbè), a Disneyland (perchè chiaro!) e poi su su via per la Monument Valley. Nei grandi parchi dell’ovest americano non c’è molta ricezione, ma prima di entrare ho trovato una tacchetta sul cellulare, e ho scritto a un mio amico rockenrollo a casa, perchè credo fermamente nel dividere momenti di viaggio con le persone care. E la Monument Valley non la capiscono tutti: devi essere cresciuto a John Wayne, John Ford, e Tex Willer. Quindi gli ho detto Sono qui, stiamo entrando. E lui mi ha risposto Buon viaggio: quando arriverai alla North Window, ricordati che quando sarò in punto di morte mi dovrai portare lì, perchè è l’ultima cosa che voglio vedere su questa terra.

E quindi, In viaggio contromano riassume molto bene questo concetto, per me. E anche tante altre note, che scoprirete man mano. E buon viaggio a voi.

Lorenza Inquisition

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