Revival, Stephen King

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Da Goodreads: Mother fuck…I’m gonna have nightmares from this shit.

Sono una Fedele Lettrice di King, e sono anche più o meno convinta che niente potrà mai essere come i suoi primi capolavori, quelli da 5 netto per intenderci, quelli da It e The Stand. Ne sono più o meno convinta ma non ci giurerei proprio seriamente, anche perchè questa mia teoria è stata smentita dal Re stesso non tantissimo tempo fa con 22/11/1963, quindi zitta me ne sto. Rimane uno dei pochi scrittori di cui ho letto e continuerò a leggere tutto, perchè anche nel buco nero dei suoi libri peggiori (che poi non è che sian così tanti) c’è sempre qualcosa del Re. Però rimane anche che a volte ha scritto solenni schifezze, non tantissime ochei, e tanta roba in mezzo. Roba buona, roba tosta, roba bella. Ma non capolavori, e ogni volta che esce un suo nuovo libro, due all’anno puntuali come littorine da un ventennio circa oramai, lo compro, lo apro, e son quasi rassegnata. Sarà buono? sarà molto buono? sarà brutto? ma non mi chiedo più Sarà un capolavoro? perchè quelli vabbè, mica arrivano così. Infatti neanche Revival è un capolavoro (ve l’ho detto che non arrivano così, anche voi, dai) ma è buono, molto buono.

Dico qua subito che non farò spoiler, nulla di più di quel che si trova in quarta di copertina. Che promette nell’edizione americana cose tipo Il finale più terrificante che King abbia mai scritto, che vabbè dai, Signori Pubblicitari, dall’uomo che ha scritto il finale di Pet Sematary e Salem’s Lot e de La metà oscura e insomma dai. E invece guarda… il più terrificante magari no, però tra i primi tre sì. E porcaccia sti pubblicitari, hanno pure ragione. E mi citano Nathaniel Hawthorne ed Edgar Allan Poe e ne mancherebbe uno di autore a questa tripletta, ma non lo dico perchè se no altro che anticipazioni e rivelazioni. Quando l’avrete letto, ne riparleremo.

Per intanto.

Sempre seguendo la quarta di copertina, o la terza, insomma quella piega lì, Revival è una storia che si dipana nell’arco di cinquant’anni lungo la vita di due personaggi, il Narratore, Jamie, e la sua Ombra, il Reverendo. Quando Jamie incontra per la prima volta l’ombra, è un bambino di 6 anni che gioca nel cortile di casa sua, e nella sua parrocchia arriva il nuovo pastore, un giovanotto di nemmeno trent’anni, il Reverendo Jacobs. I due si piacciono, si sono simpatici, e dividono un comune interesse per un certo settore della scienza. Poi la tragedia arriva, il pastore perde la fede, viene allontanato dalla città.

Trent’anni dopo Jamie è un musicista con una tossicodipendenza terminale, e incontra per caso (caso, caso, si fa PRESTO, a dire caso) il Reverendo che fa spettacoli nei Luna Park, spettacoli che mettono in scena l’uso di una particolare branca della scienza. Sono passati tanti tanti anni, ma sono ancora amici, o almeno questo pensa Jamie. Da questo momento, le loro vite si intersecano nuovamente, e non si lasceranno più. E quando dico più, intendo proprio PIU’.

Mi sono piaciute tante cose di questo romanzo: non è eccessivamente lungo, eppure ci sono tante storie che si intrecciano, particolari e dettagli e altre narrazioni e giri di personaggi, ma tutto è essenziale all’economia del libro. Poi è ben calibrato, parte col botto, si svolge per bene, la fine non è affrettata nè prolungata per sei mesi nè ridotta a tre paginette assurde come a volte succede a King. I due protagonisti sono cesellati, rifiniti, ripuliti alla perfezione. Tutto quello che dicono e pensano, alla fine della storia, ha un senso e una logica, considerando che è una storia soprannaturale, per dire.

Il DEVO di questa storia (DEVO sapere come andrà a finire, DEVO sapere cosa succede) è perfetto: da che inizi a leggere vuoi solo andare avanti, metà speranzoso, metà ansiogeno. Soprattutto non hai idea di cosa accadrà, perchè anche se dalla metà del libro in poi più o meno sai dove sta andando a parare, in realtà non è proprio lì che ti sta portando il Maestro, e quando te ne accorgi è troppo tardi, e caro mio, hai voluto giocare col mostro? e mo’ son cazzi.

Una cosa che non funziona tanto sono i dialoghi, questo è un aspetto del King post-incidente che secondo me è cambiato. Ricordo ancora brani interi sottolineati dei suoi primi libri, ma qui e in molta altra produzione recente trovo che siano proprio in difetto. E’ un peccato.

Ma insomma, ci sono infinite cose belle: storie di primi amori con ragazze e con chitarre, storie di rock’n’roll e di amicizia, storie di famiglia e di redenzione. E poi la corrente scura delle narrazioni di King, la droga, le passioni insane, gli amori inveleniti, la vita, le ingiustizie della vita, la preghiera e la perdita della Fede. Ci sono alcune aperte citazioni a certa letteratura horror del passato, ma sempre di passaggio e sempre con un certo ammiccamento, il Re sa che tu sai e ridacchia.

Quindi, per me questo è un buon libro. Quel finale non me lo scorderò mai. MAI. E neanche la storia, e Jamie e il Reverendo.

E per riassumere con le parole di un ragazzo del forum americano, Una gran storia che ti risucchia, tasta dolcemente tutti i tuoi punti emozionali, poi si volta di colpo, ti azzanna e ti butta in un angolo buio.

Lunga Vita Al Re.

Inquisition

The Guernsey Literary and Potato Peel Pie Society, Mary Ann Shaffer

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Questo è un romanzo molto bellino, talmente carrino che mi sento quasi in colpa a sottolineare quelle due tre cose che sono un po’ sottotono. E’ scritto molto bene, è empatico, i personaggi sono perfetti e la storia è gradevolissima, e in realtà mi è piaciuto tutto fino alle ultime 50 pagine, dove per me da molto bellino si è inabissato all’appena sufficiente. Cambia lo stile, cambia la narrazione, e cambia anche la storia: fino a quel punto questo era un libro che mi sarei sentita di consigliare a tutti, amici parenti e compagni di lettura maschi compresi. Con quelle ultime 50 pagine, sento che se Pier o Giovanni o FML o insomma ci siam capiti lo leggessero dietro mio consiglio poi verrebbero a cercarmi per chiedermi cosa mi sono bevuta. Niente, Moscato. Roba da donne.

E’ un bel libro, si merita un tre su cinque, e la storia rimarrà con me. Ma è di base, un romanzo per donne, che lo adoreranno.

La Società Letteraria di Guernsey consiste in una serie di lettere scritte e ricevute da Juliet, una scrittrice londinese che nell’immediato dopoguerra cerca una nuova vena. Per tutta la durata del conflitto ha lavorato per il Times curando una colonna dove si prendeva gioco di tutto e di tutti, cavalcando l’opinione (molto British) della testata secondo la quale per sopravvivere in certi frangenti è necessario ridere, di tutto. Alla fine della guerra, Juliet scopre di non aver più niente di cui ridere, non dopo tutto quello che ha passato, e cerca un’ispirazione. Capita a fagiuolo la corrispondenza con i residenti di Guernsey (una delle isole inglesi dello Stretto della Manica), una serie di personaggi uno più accattivante dell’altro, che raccontano nelle loro lettere i duri anni dell’occupazione nazista, la vita sull’isola, e la nascita di questa famosa società letteraria, che è di base un circolo di amici che comincia a riunirsi per discutere di libri.

Il resto è alla fine un po’ prevedibile: Juliet andrà in visita sull’Isola, troverà amici, la vena poetica, l’amore.

E’ un libro leggero, non stupido nè banale, anche profondo in qualche punto, si sfiora di passaggio l’Olocausto, si vedono i Tedeschi occupanti come una serie di poveri uomini, niente di più e niente di meno, si parla dei figli e degli amici in guerra, di tutta la gente che questa insensatezza si porta via per sempre. Però alla fine, come dicevo, è tutto qua: tutti i personaggi sono così carrini che ci vorrei corrispondere io per sempre, l’Isola è fantastica, tutto si risolve, e la guerra sì, è presente, ma attraversa il libro piano piano, con leggerezza.

Quindi in sostanza, se siete donne, compratelo, anche se non siete romanticone: è caldo, è coccoloso, fa ridere, è rosa e cioccolatoso. Vi piacerà.

Se siete uomini ardimentosi, provate. Però poi non venite a cercarmi.

Comunque costa 5 neuri su Amazon, tanto per dire.

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