Dolan’s Cadillac, The Ten O’Clock People, Stephen King

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Dovendo leggere altri due racconti di King per completare quelli che ho saltato in Full Dark No Stars, mi sono buttata su due riletture del Re. Una, La Cadillac di Nolan, dovrebbe comparire in tutte le antologie di letteratura americana alla voce Ma il genio cos’è. Entrambe le storie si trovano nell’antologia di racconti Incubi & deliri, e se ancora non l’avete letto uscite di corsa buttandovi un giacchetto sopra il pigiama e comprate comprate comprate sto libro.

La Cadillac di Dolan è uno di quei racconti da 5 netto, ma non stiamo proprio neanche a discuterne. A cadenza annuale me lo rileggo e ogni volta son lì col magone e la pressione che si alza e i trigliceridi a mille, e so già benissimo cosa sta per accadere, e purtuttavia mi dico Nooooo ma che davero???

E’ uno di quegli sfortunati casi kinghiani per cui non si sa bene perchè han deciso di trarne un orrido film, la cui unica ragion d’essere è Christian Slater nel ruolo del cattivo, ma se vi volete bene risparmiatevi questo obbrobrio e piuttosto leggetevi un’altra volta il racconto. Dopo comunque non dite che non vi avevo avvisato.

Ma torniamo alla ciccia.

La Cadillac di Dolan è il racconto di una vendetta, modernamente ispirata al Barile di Amontillado Di Poe.

Mr. Robison, mite insegnante di mezza età, vede sua moglie saltare in aria perchè ha accettato di fare la cosa giusta, di testimoniare contro Dolan, un potente criminale mafioso che divide la sua esistenza tra una villa di lusso a Los Angeles e una mega residenza a Las Vegas. Il nostro amico ne esce distrutto. Nella vita ha avuto una sola bella cosa grandiosa, l’amore per questa donna. E quando gliela portano via, non gli rimane molto altro. Continua a insegnare, legge, mangia; ma non ha più amici, interessi, divertimenti. E’ più o meno morto anch’egli, e considererebbe il suicidio se non fosse per quell’unica singola cosa che lo fa andare avanti giorno dopo giorno: osserva Dolan. Per sette anni, lo segue quando può, lo scruta da lontano, studia la sua esistenza. Qualche rara volta si avvicina ma, come osserva King, maestri di scuola e ricchi delinquenti non hanno la stessa libertà di movimento, è un dato economico accertato dell’esistenza umana.

Per lo più, il nostro amico si accontenta di guardare la Cadillac di Dolan, lunga, nera, con vetri antiproiettile e rinforzi sui lati, una macchina scelta da piccoli dittatori e generali del Sud America perchè elegante ma indistruttibile, entrare e uscire dalla mega villa di Los Angeles. Ma non tanto spesso: anche se da lontano, egli sa che Dolan è un predatore con sensi affinati, e non vuole essere notato, per nessun motivo. E per sette anni non accade nulla. Quando il nostro amico ha un periodo di riposo o di ferie si sposta nell’area geografica di Dolan, e lo guarda da lontano. A volte fantastica improbabili piani per distruggerlo, comprare un bazooka, una granata, tentare un agguato. Ma il criminale non è mai comunque solo, viaggia sempre nella Cadillac, accompagnato da due gorilla. E il nostro amico sa di essere tante cose, determinato per prima scelta, ma uomo d’azione non è.

Poi un giorno, quasi per caso, la rivelazione. Mentre segue la Cadillac lungo un’interstatale fuori città (mai troppo vicino, perchè non deve farsi notare) perso nei suoi pensieri e ricordi passa piano piano lungo un tratto chiuso per lavori, con una serie di fastidiose deviazioni, quasi sbagliando strada perchè il cartello che indica l’ultimo cambiamento di percorso è seminascosto. Da lì il germe dell’idea: se avesse sbagliato strada, se fosse finito fuori strada… ma non basta far sbagliare strada a Dolan. La Cadillac non si ammaccherebbe neanche, e comunque rimarrebbero i due gorilla, più Dolan stesso, pericoloso più degli altri due insieme. Non bisogna provare a deviare la strada, bisogna deviarla E distruggere la macchina e gli occupanti.

Ma come? Ah. Mr. Robinson sviluppa un piano, e con il sacro fuoco di un uomo che brucia per una santa missione si dedica a metterlo in pratica. Deve prepararsi, ore e ore di allenamento per riuscire ad essere assunto per un’estate al dipartimento dei lavori stradali del Nevada. Un lavoro infame, spalare catrame e spaccare cemento sotto il sole del deserto, una fatica devastante che porta uomini più muscolosi di lui a piangere dal dolore. Ma, noi lo sappiamo, Mr. Robinson non ha più lacrime: le ha piante tutte sette anni prima sulla bara di una donna che amava.

Questa è la storia di una vendetta, dicevo. E’ la storia di una brutale, crudele vendetta. Mr Robinson è un nostro amico, e non smettiamo di volergli bene e di simpatizzare per la sua tragica storia neanche mentre compie la sua discesa negli Inferi. E tuttavia, grazie a come scrive King, c’è quel momento in cui proviamo pena genuina per Dolan, pur sapendo quanto sia malvagio, quanto meriti quello che gli sta capitando.

The Ten O’Clock People (La gente delle dieci) è un racconto compatto e pauroso il giusto, che narra la strana storia di Pearson, per tutta la vita un accanito fumatore da tre pacchetti al giorno. In occasione della nascita di sua figlia riesce con grande sacrificio a smettere, per poi riprendere gradualmente, autoimponendosi però di non superare mai più le cinque sigarette al giorno. Aiutato in questo regime dalle severe norme restrittive applicate in tutti gli edifici americani, riflette che è ormai parte di quel gruppo di persone, gli irriducibili del fumo, che si trovano a metà mattina lavorativa (la Gente delle dieci appunto) e poi a metà pomeriggio nelle piazzole riservate ai fumatori, sotto le tettoie, su qualche panchina, che piova, nevichi o ci sia il sole. Sono quelli che non sono riusciti a smettere del tutto, ma che hanno la scimmia sotto controllo.

Una mattina, mentre si sta per accendere la rituale sigaretta della dieci, Pearson scopre con orrore che il Direttore della Banca in cui lavora è in realtà un mostro terrificante, un essere inumano che si aggira indisturbato tra la gente. Nel momento che passa tra lui che registra l’accaduto e la sua mente che decide di accettarlo, un giovane gli si avvicina, lo calma e gli spiega di far finta di niente. Passa poi a rivelargli che quel mostro è reale, non frutto della sua immaginazione, e che soprattutto non è solo. Moltissime posizioni di autorità e potere, e quasi tutti i ruoli di polizia, sono ricoperti da questi mostri, che il resto dell’umanità non può vedere: per qualche strana mutazione chimica avvenuta nel cervello di chi ha spipazzato tabacco per decenni per poi arrivare a qualche sigaretta per giorno, sono visibili solo a quelli come Pearson, alla Gente delle Dieci.

Mi è sempre piaciuto molto questo racconto, anche se non posso dire che sia di sublime grandezza come altri di King. Non è neanche molto originale, più o meno è la trama di Essi vivono, di Carpenter. Ma c’è qualcosa nel gruppo di Pearson e nella loro lotta con i mostri che mi piace.

 

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Kafka on the shore, Haruki Murakami

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Kafka sulla spiaggia è il primo romanzo di Murakami che ho letto, comprato nel 2008 quando un blog che seguivo espresse felicità alla notizia del ritorno di questo scrittore in Italia (il romanzo è del 2002) dopo anni di assenza. E’ anche il libro con cui l’ho fatto conoscere all’allora mini gruppo di Giocatori dei 50 libri, assicurando a tutti che mi era piaciuto tanto: non avevo capito quasi niente, ma mi era piaciuto. Dopo Kafka, ho letto molti altri suoi libri, tutti mi sono piaciuti tranne quello che è forse il suo più famoso, Norwegian wood. Quello, proprio non l’ho digerito.

Come a volte succede, anche libri che ti sono piaciuti tanto vengono dimenticati, dopo qualche tempo. Così ho deciso di rileggerlo, e questa volta l’ho trovato di una rara pesantezza, tanto che ci ho messo quasi un mese a finirlo. E non so mica perchè, tuttora non so spiegare come mai ne fossi fulminata sette anni fa e ora per macinare dieci pagine a sera mi sia dovuta scudisciare da sola. Veramente ho trovato pesantissime solo le parti centrali, l’inizio e la fine mi sono piaciuti, e anche la scrittura, chè quella è impossibile non notarla, e anche qualche singolo capitolo, e poi Mr. Nakata e i gatti e Hoshino. Però per la maggior parte una noia scostumata.

La storia si articola in differenti vicende, che si svolgono alternandosi un capitolo per una. La prima, e principale, è quella di Tamura Kafka, un ragazzo appena quindicenne, abbandonato dalla madre all’età di quattro anni, che decide di scappare di casa il giorno del suo compleanno. E’ un ragazzino molto particolare, il classico vecchio dentro intrappolato in un corpo da giovanetto. Dopo una serie di peregrinazioni arriva in una piccola biblioteca privata, dove trova rifugio.

La seconda storia è quella di Mr. Nakata, un simpatico vecchietto non troppo brillante ma per certi versi estremamente acuto, che non sa leggere ma ha la invidiabile abilità di saper parlare coi gatti.

Il messaggio del libro penso si possa riassumere in due linee di pensiero fondamentali: nella vita, puoi scappare ma solo fino a un certo punto. E ogni persona ha un suo destino da onorare, e da portare a compimento.

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Descrivere il resto della trama è un po’ difficile, rimane fermo quello che ho detto anni fa: non ci si capisce quasi niente, ma è bello. E lo penso davvero, solo a volte di una lentezza disarmante. Mr. Murakami è famoso per mischiare elementi mistici, metafisici, filosofici e storici, con altri più mondani come musica e letteratura pop, per poi virare verso la religione giapponese e la musica classica. Lo fa con mano lieve, e i due protagonisti, i comprimari e i loro viaggi, sia fisici e metafisici, sono descritti magistralmente. In effetti ancora adesso se penso a uno qualunque di loro ce l’ho stampato in mente con estrema chiarezza, impresso come un chiaroscuro. Forse è il ritmo che mi è venuto a mancare, perchè in effetti non posso trovare un difetto particolare per spiegare la mia lentezza nel proseguire. E’ vero anche che a volte con alcuni libri va così: ti accompagnano piano piano, mentre altri li porti avanti di corsa.  Sento di poterlo consigliare ancora, comunque, sempre rimanendo fedeli al mio vecchio consiglio: andate avanti senza cercare di capire, non è poi così grave, al massimo ammirate il paesaggio.

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