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Just kids – Patti Smith

Traduttore: A. Mari
Editore: Feltrinelli
Collana: Varia

*Un romanzo basato su una persona realmente esistita

“Era ciò che desiderava che scrivessi e ho mantenuto la mia promessa. Siamo stati come Hansel e Gretel, ci siamo avventurati nel bosco tenebroso del mondo. Abbiamo incontrato demoni, tentazioni e streghe di cui non avevamo mai neppure fantasticato, e una magnificenza che avevamo immaginato solamente in parte. Nessuno avrebbe potuto parlare per quei due giovani, né raccontare la verità sui giorni e le  notti che trascorsero insieme. Solo Robert e io avremmo potuto raccontarla. La nostra storia, così la chiamava lui. E andandosene, ha lasciato a me il compito di raccontarla a voi”.

Il libro più acclamato dai lettori rockettari che mi circondano, l’esordio di Patti Smith come narratrice biografica e autobiografica: tanta aspettativa e ora mi ritrovo a chiedermi che cosa posso dire a riguardo. Anche Patti, come noi in questo blog, svolse a suo tempo il compito di recensire dischi, spettacoli, libri che vendeva da Scribner, e a questo proposito scrisse: “non mi interessava criticare, bensì segnalare alla gente artisti che avrebbero potuto passare inosservati”. Nel suo caso difficilmente sarebbe potuta passare inosservata, eppure ho girato intorno a questo muro di Just kids per tanto tempo.
C’è una forte carica emotiva che pervade l’inizio della narrazione: ci si trova catapultati nel mondo di Patti Smith con tutto il potenziale ancora non dischiuso, puro divenire che fluisce veloce fra le pagine. Poi l’incontro con Robert Mapplethorpe e l’inizio di un sodalizio come amanti, come amici e come famiglia ed è qui che l’opera diventa interessante perchè la scrittrice sposta lo sguardo da sè verso l’oggetto del desiderio e misteriosamente più la trama si infittisce riguardo a Robert e più Patti rivela un nuovo lato di sè: più matura, più completa nel cogliere prospetticamente il significato di eventi che l’hanno portata a essere l’artista che poi è diventata. Sembra quasi che nell’arduo confronto dell’affermarsi della personalità di Robert, l’autrice abbia trovato la propria strada per esprimere se stessa e quello che con tanta fatica aveva dentro di sè.

Tutto il romanzo può essere considerato un’affascinante elegia a Robert Mapplethorpe o anche al significato del profondo rapporto che li ha uniti negli anni. E forse il suggello di quei momenti è la foto di copertina di Horses, scattata da Robert: “Ancora oggi, quando la guardo, non vedo me stessa. Vedo noi”.  Non è un vero panegirico, è più come una lunga poesia, che si allarga in molte direzioni dicendo molto meno di quello che vorrebbe significare, lasciando, volutamente o meno, sottintese allusioni che forse non sono riuscito a cogliere: Just kids per me è un commiato carnale, maturo, puro e lirico da Robert Mapplethorpe, da cui l’autrice si distacca con difficoltà, perchè da vera poetessa sa che è solo per un difetto della nostra natura che crediamo negli addii, citando Mallarmé: “I poeti non finiscono mai le poesie, le abbandonano soltanto”.

E mentre io giravo il mondo in tour ebbi tempo di meditare sul fatto che noi due non avevamo mai viaggiato insime. Non avevamo mai visto nulla al di fuori di New York, se non grazie ai libri, e non ci eravamo mai seduti in aeroplano stringendoci la mano a vicenda, per poter salire in un cielo nuovo e ridiscendere su una nuova terra.
Eppure insieme avevamo esplorato le frontiere della nostra arte, e avevamo saputo creare uno spazio per ciascuno di noi. Mentre calcavo i palchi del mondo senza di lui, chiudevo gli occhi e lo immaginavo togliersi la giacca di pelle, ed entrare con me nella sconfinata terra dei mille balli, the land of a thousand dances
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Stefano Lillium

Why Dylan Matters – Richard F. Thomas #BobDylan

Richard F. Thomas, professore di Harvard, classicista, dylanologo e creatore di un corso su Bob Dylan tenuto proprio ad Harvard dal 2003, ci fornisce una profonda analisi del genio poetico del cantautore ed un dettagliato back-to-back con poeti e autori ai livelli di Virgilio, Omero e Ovidio. Una delle sue tesi centrali è che Dylan sia un diretto erede dei poeti epici dell’antichità classica, e ovviamente il “supremo artista del linguaggio inglese del mio tempo”.

Dylan, spiega Thomas, è da sempre affascinato dal tema dell’Antica Roma, introdotto all’argomento fin dall’adolescenza dai polpettoni di Hollywood, per continuare a scuola dove fece parte (se pur brevemente) di un “latin club” dove si approfondivano testi in latino e si facevano gare di scrittura creativa in lingua classica. Ha dedicato canzoni ai re di Roma (“Early Roman Kings”) e tracce dei grandi classici poeti latini e grechi sono presenti in quasi tutti i suoi album, principalmente grazie all”intertestualità. Come spiega il docente, per esempio, nell’album di Dylan Modern Times più di trenta versi tratti dalle Opere dell’esilio di Ovidio sono state “creativamente rubate” e introdotte nei testi come parti essenziali delle canzoni ma, suggerisce Thomas, si può perdonare un simile prestito immaginativo perchè è trasformativo, e Dylan ha in fondo riportato in vita versi morti da molto tempo riportandoli in vita e a tutti gli effetti introducendoli nel “tempo moderno”.

L’utilizzo di questa tecnica di prendere creativamente in prestito versi della poesia classica assieme al suo modo magistrale di giocare con le parole e la nostalgia, rende la domanda: “E’ questa letteratura?”, sulla bocca di tutti alla notizia del conferimento del Nobel per la Letteratura 2016 proprio a lui, retorica.
E’ un maestro in songwriting e questo è un fatto e, come accennato sopra, è un maestro dell’intertestualità, del prendere in prestito, “rubare”, riadattare, ricreare e dare nuova vita a parole e melodie del passato, parole conosciute e parole dimenticate e ora disseppellite.
Non si può parlare di plagio perchè Dylan vuole chiaramente farci sapere da dove arrivano le sue ispirazioni (proprio per il fatto che usa a volte intere frasi dei testi riadattati). Se posso trovare un difetto nella tesi di questi saggi di Thomas, è che a volte le presunte connessioni di Dylan con testi latini e greci sembrano un poco tirate per i capelli, viste a tutti i costi da un classicista che intravede la sua disciplina in ogni canzone. Ognuno può indubbiamente continuare a emozionarsi sulle canzoni di Bob Dylan senza per forza esaminarne la misura di appartenenza alla poesia classica, o trovarne a tutti i costi significati letterari, considerando che egli stesso nel suo discorso di accettazione del Premio Nobel ha francamente ammesso: “Mai una volta ho avuto il tempo di mettermi a pensare Ma le mie canzoni sono letteratura?”

Concludendo, per usare le parole di T.S. Eliot “I poeti immaturi imitano, i poeti maturi rubano.”
Ammetto di essere una grande fan della oeuvre di Dylan, e avevo già le mie ragioni per considerarlo perfettamente degno del Nobel e di trovarsi lì in mezzo a nomi che sono così importanti da far rabbrividire.
Questo libro mi ha comunque insegnato molto e probabilmente l’avrei apprezzato anche da non ammiratrice. E’ un libro erudito con tesi molto interessanti anche per lettori non particolarmente fan del cantautore.

Terry Palamara