Cuore di mamma – Rosa Matteucci #recensione

cuoreIn una notte insonne sul traghetto Tirrenia ho letto il breve romanzo di Rosa Matteucci “Cuore di mamma”.
All’inizio era un po’ respingente, perché i personaggi che mette in scena sono molto molto sgradevoli, però poi mi sono fatta conquistare, più che dalla trama, dalla fantastica scrittura di questa autrice che non conoscevo.
Racconta un micro episodio del rapporto tra una madre vecchia, testarda, antipatica, sospettosa, capricciosa, brutta e sporca, e la figlia adulta che cerca di prendersene cura per senso del dovere. È una storia così comune, che potrebbe pure riguardarci (e infatti, nonostante mia madre sia giovane e molto diversa, mi sono sentita coinvolta come se parlasse di me), una storia di quelle che di solito non vengono neppure sfiorate dalla letteratura. Eppure, alla fine ho sentito che valeva la pena di raccontarla e di leggerla, anzi, che era proprio giusto e necessario, perché nel suo crudo realismo ci sbatte in faccia la vita, banale e straordinaria di ognuno di noi.

Daniela Quartu

Risvolto

Da una parte una madre asserragliata nella solitudine, chiusa fra quattro mura che emanano freddo e infelicità, in una casa di campagna dove nulla pare funzioni, torva, proterva, sospettosa. Dall’altra una figlia dalla vita scombinata, che sente ogni settimana il dovere, angoscioso e astioso, di visitare la vecchia madre. E che ora vuole risolvere i suoi crucci, trovandole una badante. Ma la madre resiste.
Il conflitto, al tempo stesso lacerante e orribilmente comico, culmina in una festa per anziani, sgangherata e grottesca, finché tutto si raggela in un’istantanea di vero dramma. Occorreva una mano sicura, un occhio che non arretra dinanzi a nulla per raccontare con precisione una storia del genere. Una di quelle storie così comuni che non si trovano nei libri.

Paola Cereda – Le tre notti dell’abbondanza #PaolaCereda

“Rocco.”

“Che c’è.” “Io cresco e la tua immagine, invece, resta com’era.” “Tu hai la fortuna dei vivi.” “La fortuna di invecchiare?” “Quella di complicarsi.” “Se tu fossi qui come saresti?” “Sarei una persona come un’altra.” “Cioè?” “Potrei stupirti o deluderti.” “Anche io posso stupirti o deluderti.”

“Per forza, ha la fortuna dei vivi.”

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Molto spesso, letto un libro, ci fermiamo a dirci: “mi è piaciuto” oppure “no , non mi è piaciuto”.

Letto, e poi riletto, a distanza di qualche tempo, il libro di Paola Cereda mi ha fatto concludere che Sì, mi è piaciuto davvero, e ho anzi sentito la necessità di capire il perchè.

Intanto è il libro di una Scrittrice vera, assolutamente non banale e che entra nella materia con preparazione e passione: il suo linguaggio pieno di colorature e metafore dense e decisive nel cogliere sentimenti e atteggiamenti dei caratteri presentati, individua, a mio modesto parere, un talento che si sta facendo evidente ad ogni tappa del suo percorso di scrittura.
Dopo la fantasia e la magia di Agata e della sua salsa in un racconto ( Se chiedi al vento di restare) che stava soprattutto nella dimensione fantastica e poetica combinando il mondo chiuso della Sardegna con la ventata allegra ed esotica di un circo che trascina con sè anche l’amore per la protagonista, in questo romanzo si scende in terraferma, nella dura e greve Calabria della ‘ ndrangheta. Qui, dove anche un mare a portata di mano rimane un sogno proibito, perché una scala interrotta per l’accesso alla spiaggia su ordine del boss malavitoso, diventa più claustrofobica di una gabbia per le persone che vivono nel paese.
I protagonisti sono due ragazzi, Rocco e Irene; si innamorano ma hanno la disavventura di ascoltare per sbaglio una conversazione pericolosa e da lì nasce la vicenda che sposta gli equilibri del potere consolidato del boss locale e durante le “tre notti dell’abbondanza” celebrazione rituale del posto con macellazione del maiale il cui sangue non sarà purtroppo l’unico ad essere versato cambia tutto nella vita del paese di Fosco e nulla sarà come prima.

Ho conosciuto – e amato – la Calabria per motivi famigliari e professionali e mi sono ritrovato nella descrizione di quel clima depresso e rassegnato che veste le giornate degli abitanti di Fosco, il paese, inventato ma non tanto, dove si svolge la vicenda. Cereda, anche autrice e regista di un encomiabile gruppo teatrale torinese (AssaiAsai) , ne fa il centro di vite che partendo dallo stesso pozzo di solitudine, prendono tante traiettorie diverse, alcune seguendo l’inerzia inevitabile di consuetudini ancestrali e immutabili ma altre, soprattutto dei due grandi giovani protagonisti, i cugini Irene e Angiolino oltre allo sfortunato Rocco, rompendo lo schema prefissato, i pregiudizi , le abitudini, le convenienze. Insomma abbattendo muri che non sono fatti solo per fermare i migranti ma sono quelli che ci creiamo mentalmente fingendo di non vedere differenze e diffidenze sociali.

Ecco perché questo racconto è davvero molto bello e andrebbe letto da tutti quelli che hanno una gabbia da cui evadere: si può scegliere la propria vita, se si vuole, non soltanto scappando da un posto o dalle persone che ti tengono incarcerato, ma rimanendo se stessi senza timore di mostrare il proprio coraggio (Irene) e la propria dignità di “diverso” (Angelino) .

E allora, forse, anche un paese abbandonato dopo una mattanza e dopo l’infamia delle faide tribali, può ricominciare a vivere.

I due romanzi di Paola Cereda possono essere anche una buon regalo per ragazzi che hanno voglia di pensare e di capire perchè è importante amare le differenze.

Renato Graziano