Voci dalla luna – Andre Dubus #andredubus #mattioli1885 #recensione

Voci dalla luna – Andre Dubus

Traduttore: N. Manuppelli
Editore: Mattioli 1885

Voci dalla luna è un lungo racconto. Dubus si è sempre tenuto a debita distanza dall’idea di romanzo, quasi con ostinazione. E lo ha fatto perché nel racconto ha identificato la dimensione adatta per quanto aveva da scolpire nella memoria del tempo. La sua scrittura è un imperativo, etico e morale. C’è qualcosa di catartico nello sguardo che conduce attraverso le storie di ogni singolo essere umano fermato dalla sua penna. Sono storie dai margini, dalla più assordante normalità, ma non sono mai storie in cui il dolore è fine a se stesso. Il dolore annienta, stordisce, urla o tace con la medesima violenza.,ma è la gioia del vivere, seppure a stento, che domina (alla fine). Amore e fede. Colpe e redenzione. Grovigli e scie delicatissime di salvezza. Immagini limpide e proprio per questo atroci, atroci della lealtà delle ossa, delle pieghe e delle piaghe. Sai cosa stai guardando e ne senti l’odore; senti caldo, freddo, affanno e pace esattamente come accade ogni giorno, a certe ore, quando l’onda del respiro vince la corrente dell’abitudine: ti guardi le mani e ridi o piangi o aggrotti le sopracciglia ed in quel preciso momenti sei quel che sei, con tutta la tua armatura di fronzoli che la smette di tapparti gli occhi, di turarti il naso.
Appunto una frase e il resto lo lascio a voi, come si fa con le lettere d’amore: ognuno ci leggerà quel che ha creduto importante leggerci.

“Bene. Sai perché mi piacciono così tanto le mie amiche cameriere? E sai che cosa ho imparato da loro? Non hanno delusioni. Così, quando sono sola la notte – e mi piace esserlo, Larry – guardo fuori dalla finestra e capisco. Il nostro compito non è vivere grandi vite, il nostro compito è capire e portare avanti le vite che abbiamo. Vedo che sorridi ancora.”

Rob Pulce Molteni

DESCRIZIONE

“Questa storia ha a che fare con tutto quello che non ho mai avuto e tutto quello che mai avrò”, dice il protagonista di Voci dalla luna, riflettendo sul destino che si è ritagliato addosso. La vicenda narrata da Dubus è infatti quella di una famiglia in cui un uomo di mezza età, padre di due fratelli, si innamora della ex moglie del figlio più grande e decide di sposarla. “Al mio paese un uomo può essere ammazzato per una cosa del genere”: una situazione drammatica e paradossale che porta i lettori nelle più inconfessabili zone d’ombra della vita americana. Dubus decide di farci guardare la storia dagli occhi del figlio minore, Richie, un ragazzo dodicenne, che a sua volta è alle prese con la fatica di vivere la sua età, e all’improvviso si trova sommerso dalla crudeltà dei sentimenti degli altri. Come imparare a essere se stessi? Come accettare il “gelo sotto il cuore” della vita di tutti i giorni? La risposta di Voci dalla luna è la stessa delle piccole storie di Cechov: “Il nostro compito non è vivere grandi vite, il nostro compito è capire e portare avanti le vite che abbiamo”.
Luigi Marfè

Aspetta primavera, Bandini – John Fante #JohnFante #Bandini

«Di una cosa sono sicuro: tutta la gente della mia vita di scrittore, tutti i miei personaggi si ritrovano in questa mia prima opera. Di me non c’è piú niente, solo il ricordo di vecchie camere da letto, e il ciabattare di mia madre verso la cucina».

Stavolta ho scritto anche il nome dell’autore in maiuscolo, perché merita davvero. Mi sono innamorata di Fante. E’ stato grazie al suo stile che mi sono innamorata di questo libro, e che sono pronta a leggere e gustare i successivi. Proprio oggi pomeriggio, dopo un primo fallimento alla libreria commerciale su una delle principali arterie del centro di Novara, mi sono spostata alla Lazzarelli, dove una commessa ha fatto volare dalla ringhiera del primo piano, dritto di copertina obliqua nel palmo nelle mani esperte dell’uomo disincantato, con i capelli ricci e con un lampo tormentato nello sguardo, proprio lui: La strada per Los Angeles, che già ad averlo tra le mani, con il dorso più spesso e le pagine dure, come se fosse stato preso a calci e a botte, e a leggere dopo qualche pagina la dichiarazione di Fante: se la letteratura ha bisogno di sangue e dolore, il suo appetito verrà saziato da The road to Los Angeles (Fante a McWilliams, luglio 1936), mi fa scorrere violentemente il sangue nelle vene, tanto da affaticare il cuore e rallentarlo, nello scivoloso e congelato sentiero verso la stazione.
Aspetta primavera, Bandini si avvolge intorno alle vicende di una famiglia poverissima di immigrati italiani di origine abruzzese, che vive emarginata in una casa ai limiti di Rocklin, paesino di diecimila anime in un Colorado ai piedi delle montagne. Non parlerò della trama, che è scarna e che ognuno può gustare da sé leggendosi direttamente il libro, piuttosto mi interessa dirvi la mia sullo stile.
Fante ti entra nell’anima, si mette a pulsare direttamente nel sangue, e ti trascina in un torrente narrativo maschio, rabbioso, pieno di emozione e di passione, con una parola che riesce allo stesso tempo a essere essenziale e possente, muscolosa e ricca, travolgente e risucchiante. Perdere i confini del tempo e dello spazio è obbligato, involontario, necessario, inevitabile. E se per caso ci si sentiva spenti, polverosi e piatti come la sottoscritta – costretta come sono a far scivolare l’agonia delle mie giornate dentro biblioteche piene di gente matta -, Fante ti scoppia nello stomaco come una fila di fucilate, ti attorciglia le budella come uno straccio e le getta nel mare incandescente, facendosi seguire dentro questo rigido inverno, di cui rende tutte le sfumature. E’ la natura, forse, la vera protagonista del romanzo, sia intesa come inverno contro il quale lottano questi poveri miserabili, sia come sentimenti che palpitano dentro il cuore dei due maschi più grandi, Svevo Bandini padre e Arturo Bandini figlio. Mi ha colpita la capacità di Fante di rendere memorabile ogni minima sfumatura della miseria di questa famiglia, scovando la bellezza in ogni singolo angolo di polvere, in un letto sempre sfatto sul quale aleggia l’intenso e acre odore paterno, in un pollo arrosto cucinato per cena, nel cimitero di pietre vicino al salice piangente, nel bucato rigido messo a stendere sul vialetto, in una stufa infernale che scoppietta iraconda di fuoco rosso e giallo, in una piccola stella ghiacciata di neve che si scioglie sul dorso della mano di un adolescente, nelle bande del cielo macchiate di sangue, in una donna troppo piena di Dio dentro di sé, in un ragazzo arrabbiato che fa a pugni con il mondo per gridare di non essere diverso, di non essere italiano, di non essere povero. In un padre muratore che anche se non ha niente, rimane attaccato come l’ultimo pezzo di carne all’osso delle sue valorose convinzioni, fino a scegliere la povertà più totale pur di mantenere intatto il suo onore di uomo, di italiano, di cittadino americano, di marito, e di padre. Quello che colpisce della famiglia Bandini è la sua cruda verità, che si staglia come uno schiaffo contro tutto l’oro e l’ipocrisia del mondo. L’onestà spietata e toccante dei sentimenti nudi e veri.
Le altre volte sono riuscita meglio a scrivere, avevo una specie di trama ordina e stampata nella testa, ho seguito la vena dell’ispirazione e ho scritto. Stavolta però sono stata agganciata di pancia, per cui mi perdonerete ma tutto quello che non ho scritto mi è rimasto incastonato dentro, come una fiaccola accesa dentro una candela di vetro.

“Presto arriverà la primavera, – disse.
– Certo! –
In quello stesso istante, qualcosa di freddo e minuscolo gli sfiorò il dorso della mano. Lo guardò sciogliersi, un piccolo fiocco di neve, a forma di stella…”

Giulia Casini

DESCRIZIONE

Arturo Bandini ha 14 anni, abita in America, in uno sperduto paesino sulle montagne e possiede una slitta. Per il resto avrebbe preferito chiamarsi John, e di cognome, al posto di Bandini, Jones. Sua madre e suo padre sono italiani immigrati, ma lui avrebbe preferito essere americano. Poi c’è nonna Toscana che considera il genero Svevo, padre di Arturo, un mezzo fallito e la figlia Maria una povera pazza perché lo ha sposato. I Bandini non se la passano bene, anzi: non c’è proprio nulla di quel che accade sotto gli occhi sognanti del piccolo Arturo che non porti il segno di un’atavica, metafisica, inguaribile fame italiana. Tanto che nel mazzetto di parole americane che circolano in famiglia, l’espressione «chiedi se ti fa credito» è di gran lunga la piú usata.
Tragedia, o ancor meglio, commedia dell’immigrazione e dello spaesamento, delle radici e della smania di libertà, Aspetta primavera è il romanzo della riconciliazione col mondo delle proprie tradizioni e, al tempo stesso, l’eroico tentativo di congedarsene