Oggetto amoroso non identificato – Jonathan Lethem #jonathanlethem #oggettoamoroso

Editore: Tropea Collana: I mirti

“Sapevo che avrei dovuto sentire la storia alitarmi sul collo mentre sprofondavo nelle viscere dell’edificio…”

In un campus universitario, un premio nobel per la fisica e i suoi assistenti testano un nuovo esperimento, qualcosa di mai tentato prima che potrebbe aprire nuove frontiere della scienza. Qualcosa, però, non va come dovrebbe, un’anomalia, un risultato bizzarro, e tutto cambia, quello che doveva essere non è. È qualcosa di diverso e forse, anche più clamoroso di ciò che si aspettavano. E un giovane professore, di un reparto umanistico, scopre che la sua donna ama più il suo lavoro di lui. Letteralmente: lei è una fisica, e si è innamorata di quella specie di vuoto generato per sbaglio in laboratorio.

È in questo contesto di super menti che Lethem ambienta il suo terzo romanzo: un uomo, la sua donna e una serie di personaggi secondari costruiscono la trama di una storia che si focalizza sui sentimenti ossessivi e su elucubrazioni fisiche-sociologiche.

“Ero in orbita intorno ad Alice, una particella effervescente che ruotava intorno a lei.”

E’ un buon romanzo, piacevole, una storia d’amore molto tenera, fino a quando sonda le questioni sentimentali che si formano all’interno della storia. La genialità di Lethem non è certo una novità, ma forse qui non è in piena espressione. C’è qualche picco, ma la cronaca del lento abbandono è sciapa, la satira dell’ambiente universitario è pacifica, e il tutto è accompagnato da riflessioni più cervellotiche che penetranti.

Uscendo poi dal contesto dei rapporti tra esseri umani la storia diventa farraginosa, e non si ha un’idea chiara di dove voglia andare a parare.

” La coscienza crea la realtà. Solo quando c’è una mente che considera un mondo esiste un mondo.”

Il finale in tema fantascienza rivitalizza un po’ il tutto, chiudendo con un colpo di scena inaspettato.

“Non sono sicuro di esistere davvero se non sono sotto la tua osservazione”

Daniele Bartolucci

Questo bacio vada al mondo intero – Colum McCann #ColumMcCann

New York, agosto 1974. La città si ferma, come incantata, e guarda in alto: un funambolo sta attraversando il vuoto tra le Torri Gemelle, in equilibrio su un cavo d’acciaio, a centodieci piani d’altezza. Intorno all’enigmatica figura di Philippe Petit, eroica e insieme così fragile, McCann costruisce un romanzo fatto di storie e voci intrecciate, un’epopea corale di straordinaria universalità: il ritratto autentico e coinvolgente di un’America in bilico tra potenza e rovina, fatta di immigrati e prostitute, preti e artisti, madri ricche e disperate dell’Upper East Side e figli che muoiono in Vietnam. Le loro storie s’intersecano, casualmente e inesorabilmente, a partire da quel giorno di agosto, all’ombra di quelle torri che sono ancora un simbolo di potere, ma già un presagio della caduta che verrà.

“La sola cosa per cui valeva la pena intristirsi era sapere che a volte in questa vita c’è più bellezza di quanta il mondo possa reggerne”.

L’ho finito. Gustato e centellinato. Stavo lì, con gli occhi sulle frasi, il cuore inchiodato, a carpire e capire. Me lo portavo appresso sull’applicazione dello smartofono, ma ogni tanto resistevo alla tentazione di aprirlo. Non è il momento giusto, mi dicevo, non ora, non qui.
Ché questa è una storia che richiede coraggio per leggerla. Ruvida e docile, facile e ostica come la vita.
Il vorticare dei punti di vista.
La semplicità delle coincidenze.
I colpi di scena e quelli di testa.
La complicità che quelle voci sanno instaurare col lettore.
E quella foto. Che tiene insieme tutto, come un cavo teso su due grattacieli destinati a crollare. E un paio di piedi che percorrono il cavo.
I passi dei protagonisti nella vita. La camminata di Gloria. La corsa di Corrigan. Il viaggio di Lara. Gli stivali di Jazzlyn e i tacchi a spillo di Jaslyn. L’andirvieni di Claire. I percorsi in taxi di Salomon. Il metro di Fernando. E naturalmente, i piedi dell’acrobata, meno coraggioso degli altri, inchiodati all’asfalto e al cemento, ma quanto indomiti, nell’affrontare vita e morte, vita in morte, morte in vita, spezzettandole in minutissimi dettagli densi di bellezza.
E quanto altro mi porterò dentro di questo libro. Comprese le domande di mio figlio, finalmente tornato, che studia sul divano vicino al mio, e che mi sente sospirare, esclamare piccoli ah!, e oh!, durante la lettura, e incuriosito dice “ma dev’essere proprio bello sto libro!”.
Lui, immerso nel mistero di analisi due.
Io, in quello della vita.

“C’è chi pensa che l’amore sia la fine della strada, e che se si è abbastanza fortunati da trovarlo, ci si ferma lì. Altri dicono che è come un burrone nel quale si precipita. Ma chiunque abbia vissuto almeno un po’ sa che muta con il passare dei giorni, e secondo l’energia che gli si dedica, lo si conserva o ci si aggrappa, oppure lo si perde, ma a volte capita che non sia nemmeno mai stato lì, fin dall’inizio”.

Lalab Bianchi